Passata la risoluzione della maggioranza

Governo Meloni in ginocchio da Trump, sì al Board of Peace: l’Italia “osservatore” nel comitato d’affari dei dittatori

“La nostra assenza al tavolo della pace sarebbe incomprensibile”, dice Tajani. Ma l’opposizione tuona: “Non è un tavolo, ma un comitato d’affari”

Politica - di David Romoli

18 Febbraio 2026 alle 08:00

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

L’opposizione presenta la propria Risoluzione sulla partecipazione italiana, come “osservatori”, al Board of Peace di Donald Trump. Perde, come era già certo, perché alla Camera la Risoluzione opposta della maggioranza passa con 183 voti. Però è la prima volta, in questa legislatura che tutte le forze di opposizione presentano un testo comune. Chiunque conosce un po’ la politica sa che passaggi del genere sono nevralgici e la notizia non può fare alcun piacere a Giorgia Meloni. Il leader di Azione Calenda, di solito il più conciliante con la maggioranza, stavolta è uno di quelli che sparano ad alzo zero: “Pagina nera per il governo e per l’Italia. Inginocchiarsi di fronte a Trump è inaccettabile”.

Il Colle non ha gradito affatto l’improvvisata della premier. Resta in silenzio ma è un silenzio volutamente gelido e non è detto che nei prossimi giorni, magari con una formula ellittica e indiretta, il capo dello Stato non lo rompa. Non che Mattarella ravvisi i profili di incostituzionalità che invece denuncia l’opposizione. Quel che non gradisce è il depotenziamento dell’Onu a favore di una istituzione multilaterale solo di nome, di fatto nelle mani degli Usa o più precisamente di Trump. Il presidente, al momento, è presente nel Board con due ruoli distinti, presidente del medesimo e rappresentante degli Usa. Quando non sarà più presidente perderà il seggio di rappresentante degli Stati Uniti, non quello più importante di presidente del Board. Si è nominato primo a vita per Statuto.

Forse persino più del siluro contro l’Onu è la presa di distanza dell’Italia dalla spina dorsale d’Europa. Le manovre diplomatiche di questi giorni di palazzo Chigi in realtà qualche risultato lo hanno ottenuto. Domani a Washington, per la prima riunione del Board, non ci sarà solo l’Italia, peraltro non si sa ancora se rappresentata dalla premier, dal ministro degli Esteri o da qualcun altro. Sul piano della diplomazia è una distinzione significativa ma la decisione verrà presa solo all’ultimo momento, probabilmente oggi. Non ci saranno neppure solo i Paesi dell’Europa meridionale affacciati a Est, come Cipro o la Grecia. Oltre a Ungheria e Bulgaria, membri a pieno titolo, dovrebbero “osservare” anche Polonia, Paese importante, e l’Austria, che potrebbe fare da apripista per la Germania. Nessun di queste presenze basta a modificare il bilancio: tra i grandi Paesi dell’Europa e della Ue l’Italia sarà l’unica presente a Washington. Salvo qualche ripensamento, in particolare da parte della Germania che ufficialmente “deve ancora decidere. È vero che anche la Commissione invierà i propri osservatori ma con tali e tante distinzioni sottili, incluso il non definire osservatori quelli che pure questo saranno a tutti gli effetti, da marcare la differenza rispetto alla posizione italiana.

Saldo negativo per il governo e non privo di pericoli. Perché dunque la premier ha deciso di sbilanciarsi tanto? In aula il ministro Tajani ha parlato solo della pace a Gaza: “L’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contrario allo stesso art. 11 della Costituzione. Se qualcuno ritenesse che esistano oggi alternative concrete e praticabili al piano Trump, dimostrerebbe di non saper fare i conti con la realtà. A fronte di un mandato Onu chiaro, alimentare l’incertezza equivale a prolungare le sofferenze del popolo palestinese”. L’opposizione ha risposto con toni severi. Per Schlein è una mossa che “aggira la Costituzione e smantella il diritto internazionale”. Per tutti una dimostrazione di subordinazione a Trump di cui Meloni è, per Schlein, “il cavallo di Troia”.

La versione del ministro è in effetti poco credibile. A muovere il governo sono altre considerazioni sommate a una scommessa. Le spinte sono fondamentalmente tre: l’intenzione di partecipare al grosso affare della ricostruzione, che però è quella meno determinante; la paura di essere tagliati fuori da uno scacchiere, quello mediorientale, che per l’Italia è decisivo, molto più che per gli altri Paesi europei di serie a; la volontà di mantenere non buoni ma ottimi rapporti con Trump. La scommessa, che potrebbe rivelarsi meno azzardata di quanto appaia oggi, è che in breve tempo anche chi domani non ci sarà dovrà tornare sui propri passi e avere qualcosa a che spartire con l’aborrito Board.

18 Febbraio 2026

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