Calcio
Bastoni e altri 10 in Nazionale: se l’Italia è una questione di tifo più che di codice morale, una simulazione di sportività
Altro caso esploso nel Derby d'Italia, ma questo è il calcio che abbiamo voluto. Un polverone enorme travolge ancora la Serie A
News - di Antonio Lamorte
E certo che Alessandro Bastoni non è Paolo Maldini, non è nemmeno Paolo Cannavaro o Alessandro Nesta. E grazie. Forse non è neanche Giorgio Chiellini o Marco Materazzi. Che però la Nazionale se ne debba privare, alla vigilia delle partite più delicate della sua storia recente – i playoff per qualificarsi ai Mondiali di calcio cui l’Italia non partecipa da Brasile 2014 – risulta quantomeno una buffonata, come sempre nei casi in cui si mescola agonismo e morale, quando si denuncia una scorrettezza clamorosa ed esagerata come se fosse un episodio unico e isolato. La sportività è spesso simulata in Italia.
A San Siro sabato sera si è vista una bellissima partita rovinata da un errore arbitrale grossolano, un calciatore da anni al top esibirsi in una performance scandalosa che non si scrollerà facilmente di dosso. Quello che un appassionato non vorrebbe mai vedere insomma. Soprattutto a sfavore però: quanti allenatori insegnano ai loro calciatori, fin da ragazzini, a ostentare un contatto, simularlo perfino, per conquistarsi un rigore? Quanti invitano a puntare l’avversario ammonito, provocarlo, cercare il contatto, enfatizzarlo o sceneggiarlo per ottenere una superiorità numerica? Appena sabato pomeriggio, poche ore prima del calcio d’inizio di Inter-Juventus, in Fiorentina-Como era andata in scena un’epitome figlia di un dio minore ma ancora più chiara.
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Quando la settimana prima Antonio Vergara si è lasciato cadere nell’area del Genoa dopo esser stato toccato appena, a partita quasi finita, aveva detto candidamente alle telecamere di DAZN: “Ho sentito toccarmi e ho pensato: ah, che gioia”. Rigore, gol, 3 punti al Napoli. Lo aveva spiegato ancora più chiaramente Daniele De Rossi, allenatore del Genoa: “Ha detto bene un mio collega dello staff. Guardando, mi ha detto: ‘Ormai siamo abituati così: se non ce lo danno a noi protestiamo’. Ed è vero”. E allora: ma di che cosa stiamo parlando? Se vincere è l’unica cosa che conta, chi si indigna per una simulazione o un’esultanza, o è troppo ingenuo o chiaramente in malafede.
A Napoli in questi giorni c’è chi dice che l’Inter stia raccogliendo i frutti di quel rigore inventato, fischiato al capitano Giovanni Di Lorenzo, nell’andata giocata allo Stadio Maradona. Non gli era passato nemmeno per la testa all’allenatore Antonio Conte di scusarsi, abbozzare qualche spiegazione per la sceneggiata allo stadio San Siro quando al ritorno era stato fischiato un rigore a favore dell’Inter. Rigore che c’era. Perché è così che funziona. Gigi Buffon non venne mai espulso dalla Nazionale pur avendo ammesso che non avrebbe mai dato una mano all’arbitro nel caso del gol fantasma di Muntari. “Sono onesto”. E quel campionato lo vinse. E Chiellini esultò con i compagni di squadra dopo aver fatto ammonire Ivan Perisic con un’altra simulazione in un altro Derby d’Italia di qualche anno fa. “No ricordo, no ricordo”, diceva Paulo Montero al processo sul doping. Cristian Chivu ha perso un’occasione di onestà intellettuale, lo aspettavano al varco e sapevano che sarebbe arrivato anche lui. Diego Armando Maradona diceva che la pelota no se mancha dopo aver segnato il gol della Mano de Dios.
Non è un caso se uno dei primi Paesi a introdurre il VAR era lo stesso del Processo di Biscardi. Lo stesso dei dirigenti che si vantano di aver chiuso arbitri negli spogliatoi, di audizioni parlamentari per un rigore non concesso, di direttori di gara minacciati in provincia, di genitori infoiati ai campi dove giocano i figli che pretendono l’esempio dei calciatori. Polemiche infinite, dietrologie che alimentano audience e faziosità, non certo la spirito olimpico tanto decantato. Questo è il pallone che abbiamo voluto. Se lo sport può essere il campo del sogno, dell’ispirazione e della motivazione, del sacrificio e della disciplina, non è tuttavia soltanto un regno di buoni sentimenti e di modelli da imitare: è anche un regno di gente che si azzuffa e intrallazza, che finge, di obiettivi stagionali “vita o morte” e a ogni costo, schedine e scommesse che saltano, equilibrismi e imbrogli finanziari.
È annunciato il cambiamento del protocollo VAR in un anno, questo è sicuro, che sarà ricordato per gli innumerevoli errori e che dovrebbe riparare anche alla casistica di un errore come quello di sabato sera. A ogni modo non è il VAR a rovinare il calcio. C’è chi ipotizza di inasprire le punizioni in caso di simulazione: perché no, ammesso che la sola pena possa davvero portare a un’evoluzione nel fair play. Stesso discorso per la re-introduzione della prova tv per la simulazione. In Nazionale non esiste un Codice Etico, come ai tempi di Cesare Prandelli. Qualora il commissario tecnico Gennaro Gattuso dovesse ritenere Bastoni – un calciatore promosso titolare giovanissimo da Conte, vincitore di due Scudetti, tre Supercoppe e due Coppe Italia, due finali di Champions League giocate: nelle ultime ore trattato anche come un bidone – valevole della convocazione, non dovrebbe rispondere dei tribunali etici. Se l’Italia fosse onesta con sé stessa, in campo dovrebbero scendere Bastoni e altri 10.