La difesa del comico

Caso Pucci, antipasto del referendum a Sanremo: la difesa di Meloni del comico semisconosciuto dà il via alla campagna

Meloni si è scagliata contro la sinistra perché convinta della necessità di polarizzare lo scontro dopo la rimonta del no che potrebbe guastarle i piani

Politica - di David Romoli

10 Febbraio 2026 alle 07:00

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Foto collage Lapresse
Foto collage Lapresse

Cosa c’entra Andrea Pucci, comico non precisamente noto al colto e all’inclita, con la complessa scelta sulla separazione delle carriere dei magistrati? Niente e tutto. Non c’entra assolutamente niente perché le polemiche di questa risma sono antiche come il Festival e più sono sceme più attirano e calamitano l’attenzione di avidi lettori e spettatori. Neppure il carattere specificamente politico della querelle di turno sembrerebbe rinviare al ponderoso tema oggetto di quesito referendario.

È la qualità delle battute del mattatore, pare non precisamente eleganti e ancor meno corrette, ad aver provocato la levata di scudi e il conseguente veloce passo indietro dell’interessato, che dunque non vedremo e soprattutto non ascolteremo presentare una delle serate del Festival con Carlo Conti e Laura Pausini. Faccenda secondaria se non se ne impicciasse addirittura la presidente del Consiglio e certo non andando giù di fioretto bensì di scimitarra: “La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa”. Ed è referendum anche questo, sia gli anatemi degni di molto miglior causa della sinistra sia la difesa in nome di sacri e irrinunciabili princìpi liberali della destra. Perché da oggi, e sempre più nelle prossime sei settimane, tutto sarà referendum. Formula reversibile: il referendum è e sempre più sarà su tutto.

La partita seria inizia oggi. Ieri il Comitato dei 15 cittadini che hanno raccolto le firme ha ufficializzato una scelta già nota: non ci sarà nessun ricorso contro la decisione del governo di confermare la data del referendum nonostante l’accettazione del quesito da parte della Cassazione. Proseguire nel braccio di ferro avrebbe significato mettersi apertamente contro il capo dello Stato, che con la decisione di firmare a strettissimo giro la delibera del cdm aveva lanciato un segnale preciso. Inoltre lo stesso Comitato si è convinto che a questo punto tirare per le lunghe la guerra dei ricorsi sarebbe stato controproducente per il No. Quindi il presidente del Comitato, Carlo Guglielmi, afferma sì a nome di tutti che la conferma dell’apertura delle urne il 22 e 23 marzorappresenta, a nostro avviso, una forzatura” ma prosegue con un chiaro: “La battaglia non deve essere sulla data ma sull’esito referendario”.

In realtà “la battaglia dovrebbe essere sul quesito referendario, cioè sul contenuto della riforma”. Ma quello è un miraggio che nessuno insegue più e che in realtà nessuno ha mai davvero voluto raggiungere. Il referendum sarà su tutto perché tutti vogliono che sia così. Il No, cioè l’opposizione anche se una parte di sinistra per il No esiste pur se di fatto silenziata, vede nel fare del 23 marzo una sorta di plebiscito a favore o contro la premier la sola possibilità di vittoria. Dunque ha tirato sin dall’inizio a piegare in quel senso il prossimo voto e i sondaggi confermano che la mossa è stata vincente. Lo svantaggio iniziale è stato recuperato e poco importa se del tutto, come sostengono alcuni sondaggi, o solo in gran parte, come da altre rilevazioni.

La premier, per un po’, ha tentato di circoscrivere e limitare la posta in gioco, anche per limitare i danni dovuti a una eventuale sconfitta. Dalla settimana scorsa ha cambiato strategia. Da un lato con una torsione radicale molto simile ai trucchi del prestigiatore, ha capovolto il significato di una riforma in sé garantista e liberale contrabbandandola come riforma securitaria e forcaiola. Dall’altro ha iniziato a tirare bordate contro la sinistra a tutto campo, sagra sanremese inclusa, e legando se appena possibile ogni frecciata all’Armageddon referendaria.
In parte il cambio di marcia di Giorgia era inevitabile. Caricando di significato politico la prova, il centrosinistra è già riuscito nell’impresa di motivare il proprio elettorato. In una prova in cui il tasso relativo di astensione nei due rispettivi elettorati sarà determinante è un risultato fondamentale.

La premier deve ora riuscire a fare lo stesso e lei stessa sa che non le sarà affatto facile. Per questo ha iniziato a spazzare l’intero campo politico con la mitragliatrice e per questo, pur se non ancora convinta, ha già messo nel conto la possibilità di doversi esporre molto di più in prima persona per trascinare il proprio elettorato. Anche a costo di rendere ancora di più il referendum ciò che voleva invece evitare: un pronunciamento sul suo governo, sulla sua politica e soprattutto su di lei stessa.

10 Febbraio 2026

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