Il vertice intergovernativo Italia-Germania
Teneri con Trump, duri con l’Europa: asse Meloni-Merz in sintonia col bullo della Casa Bianca
Meno burocrazia e rilancio dell’automotive i capisaldi per rilanciare l’Europa, dicono in coro i due leader. In sintonia anche sul bullo di Washington. “Speriamo di dargli il Nobel”, dice Giorgia
Politica - di David Romoli
La domanda che in parecchi si pongono da qualche giorno, se un asse italo-tedesco non si avvii a sostituire quello tradizionale franco-tedesco, alla guida dell’Europa, qualcuno la pone direttamente o quasi ai due diretti interessati, il cancelliere Merz, la premier Meloni. Sono fianco a fianco in conferenza stampa a Roma, al termine del faraonico vertice tra i due Paesi articolato in un summit politico a Villa Pamphili e nell’affollato Forum imprenditoriale all’hotel Parco dei Principi. L’italiana sbuffa infastidita: “Non mi pare il momento per infantilismi”. Il tedesco si trincera dietro la diplomazia: “Per noi non c’è alcuna gerarchia tra i diversi Paesi”.
La domanda del resto era in sé futile e comunque la risposta è nei fatti. Poco dopo la conferenza stampa, intervenendo al Forum del Parco dei Princìpi, Meloni offre comunque una risposta chiara anche se necessariamente implicita: “Questo vertice non è stato pensato semplicemente per fare il punto sullo stato delle nostre relazioni bilaterali, ma soprattutto con l’obiettivo di interrogarci su come Italia e Germania lavorando insieme possano dare alle loro relazioni e all’Europa nel suo complesso la spinta che serve per tornare a guardare con fiducia un futuro di stabilità, di crescita, di benessere”. La risposta principale è contenuta in un “non paper” che sarà presentato alla riunione informale del Consiglio europeo convocata per il 12 febbraio. Enumererà i “punti critici” individuati dai due Paesi con tanto di proposte drastiche per affrontarli: “Semplificazione e taglio della burocrazia europea, rafforzamento del mercato unico, rilancio dell’industria automobilistica nel segno della neutralità tecnologica, politica commerciale ambiziosa basata su regole condivise e pari condizioni”. Definire solo “speciale” la relazione tra i nostri due Paesi “sarebbe riduttivo”, rincara Meloni. Non ha torto e non è una questione di scelta ma di realismo: i due Paesi hanno ormai un’economia in larga misura integrata.
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Le proposte sul fronte più nevralgico, la competitività europea e le regole farraginose che la ostacolano, sono in buona parte derivate dai due report presentati l’anno scorso da Draghi, sulla competitività, e da Letta, sul mercato. Ma la formula magica su cui puntano i due leader non si limita all’economia, anche se è palese che l’automotive è un fronte comune determinante. Merz per esempio brandisce la sburocratizzazione (e in realtà anche la razionalizzazione) anche come lo strumento che può permettere di rispondere alle esigenze difensive, cioè all’armarsi meglio e molto di più, risparmiando sui costi. Difesa e sicurezza a tutti i livelli, dalle minacce esterne come da quelle esterne, sono quasi alla pari con la competitività nella strategia comunque della nuova coppia. Ma in realtà il fronte comune è anche politico ed è questo a fare la massima differenza. Sulla crisi sfiorata per la Groenlandia la posizione è a dir poco affine.
L’Europa deve essere in grado di rispondere con fermezza all’invadente e vorace presidente americano, “lo abbiamo fatto nell’ultima settimana e siamo pronti a farlo ancora” ruggisce Merz. Ma nel quadro europeo, Uk inclusa, il cancelliere e la premier sono le colombe, mirano entrambi all’appeasement con Trump, non alla sfida muscolare. “Il problema che pone su Groenlandia e Artico è reale, data l’importanza strategica che quell’area ha assunto”. Certo non lo si può affrontare con i metodi spicci del tycoon. Ma basta dire che la faccenda riguarda direttamente la Nato per aggirare il problema dando a Donald molto di ciò che Donald vuole salvando la forma e almeno una parte della sostanza.
Sull’adesione al Board of Peace la sintonia è di nuovo perfetta: nessuna critica strutturale, anzi apertura e interesse. Però né la Costituzione italiana né quella tedesca permettono di accettare l’attuale Statuto del Board. Se vuole Roma e anche Berlino bisogna che Washington si rassegni a rimetterci mano. A una domanda provocatoria sull’eventuale Nobel per il presidente che se lo sogna di notte Meloni replica seccata ma con prontezza: “Speriamo tutti di poter candidare Trump, se riuscirà a portare pace in Ucraina”. Merz gongola e concorda: “Non avrei potuto dirlo meglio”.
Ma non è solo questione di proposte emergenziali comuni sul funzionamento, anzi sul non funzionamento dell’Unione europea e di convergenza politica nel nodo essenziale dei rapporti con gli Usa. In politica la forma ha il suo significato. Il vertice faraonico e volutamente esaltato da entrambe le amministrazioni, presenti 12 ministri italiani e 11 tedeschi, era fatto apposta per tenere a battesimo nei fatti e nella coreografia quell’asse italo-tedesco che non si deve nominare, tanto basta praticarlo. Se poi servirà a compattare l’Unione o se si rivelerà un fattore di disgregazione è ancora tutto da vedere.