Il Colle contro il tycoon

La “nuova” Gaza modello Las Vegas, ecco il piano Usa per la Striscia: ma l’Europa lascia Trump solo nel Board of peace

“Vogliono entrare tutti”, si esalta il tycoon. Ma nell’Unione conquista solo Orban e subisce persino il rifiuto di Meloni. Putin aderisce e poi irride il presidente: “Il miliardo? Prendilo dagli asset russi congelati”

Esteri - di David Romoli

23 Gennaio 2026 alle 08:00

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AP Photo/Evan Vucci
AP Photo/Evan Vucci

Rullo di tamburi e squilli di tromba: il presidente Trump, nella stessa sala dove il giorno prima aveva pronunciato il discorso più scooordinato e confuso della sua vita, firma l’atto costitutivo del Board of Peace, l’organismo che si era inventato per ricostruire Gaza trasformandola un resort di lusso ma nel giro di un paio di mesi è diventato molto più ambizioso: una struttura privata in grado di funzionare meglio dell’Onu e dunque, se non proprio di sostituire le Nazioni Unite, almeno di coordinarle sotto la sua supervisione. O meglio sotto la supervisione del presidente a vita del Board: Donald stesso.

Il trionfalismo è d’obbligo: “Tutti vogliono entrare nel Board”. Trump, tanto per cambiare, mente. Gli inviti erano stati inviati a 60 Paesi, ciascuno dei quali per entrare avrebbe dovuto sborsare un miliardo: in fondo si tratta di una specie di società per azioni riapplicata alla geopolitica, no? Hanno risposto positivamente solo 22 Paesi e le assenze spiccano molto più delle presenze. Ci sono i principali Paesi mediorientali ed è comprensibile dal momento che se le mire della nuove istituzioni ibride sono intervenire (e soprattutto fare affari) in tutte le aree di crisi, i progetti concreti, per ora, riguardano solo Gaza. Con i sauditi, gli Emirati, la Turchia e l’Egitto c’è anche Israele, senza però la presenza di Netanyahu. Rischiava l’arresto. L’argentino Milei, che se la batte con Salvini per la palma del più trumpiano del bigoncio, non poteva mancare e hanno firmato anche parecchie repubbliche asiatiche dell’ex Urss. Presenti anche Russia e Bielorussia, ma Putin, per il suo miliardo da riscuotersi, invita a pescare dai fondi russi congelati. Una beffa in piena regola.

Chi manca? Tutti gli alleati storici degli Usa, l’intero mondo occidentale. Si è presentato solo Orbàn, il meno europeista di tutti. Francia e Germania hanno rispedito l’invito al mittente. L’idea di una Onu alternativa a egemonia neppure americana ma trumpiana non la trovano tanto apprezzabile. Il Regno Unito ha dato forfait per non ritrovarsi fianco a fianco con Putin: società imbarazzante. Non si è presentata neppure Giorgia Meloni, lei però in posizione eccentrica rispetto al resto d’Europa. A lei il progetto piace, ritiene che “non sarebbe intelligente da parte dell’Italia, e anche dell’Europa autoescludersi da un organismo comunque interessante”. L’Italia è “aperta e interessata” però chiede tempo. Lo Statuto, al momento non è conciliabile con la Carta che all’art. 11 impone di entrare in strutture che prevedano cessione di sovranità solo “in condizione di parità con gli altri Stati”. Ma qui ci sono un cda e un CEO, sempre Donald, e di parità non se ne parla. Sotto l’amministratore delegato c’è un comitato esecutivo dove siedono i soliti Rubio e Kushner, genero del presidente e suo inviato in Medio Oriente, il fiore all’occhiello Tony Blair e qualche altro pezzo grosso della nomenklatura trumpiana. A decidere ci pensano loro.

Meloni ha affrontato la questione con Mattarella, ma presidente e premier hanno convenuto sull’inopportunità di aderire a queste condizioni, e perciò l’Italia ha scelto di non firmare. Il capo dello Stato e la premier però non la vedono davvero allo stesso modo. A Mattarella non piace comunque la nascita di un organismo che, nonostante le assicurazioni di Trump (“Collaboreremo con le Nazioni Unite: hanno un grande potenziale che non sfruttano”), è pensato proprio per indebolire l’Onu. E il Quirinale ha rincarato la dose incontrando ieri al Quirinale i vincitori del concorso per Segretari di Legazione. Nel definire l’Unione europea e la Costituzione come pilastri della comunità internazionale, il capo dello Stato ha osservato che “si tratta di evitare che questo percorso di regole condivise prenda una repentina strada verso la barbarie”. Perciò, ha continuato, “si avverte il dovere di fare in modo che si eviti che il percorso compiuto dalla comunità internazionale nei decenni che hanno fatto seguito alla Seconda Guerra Mondiale venga dissolto, venga cancellato”.

Giorgia vuole lasciarsi tutte le porte aperte. Questa crisi, comunque vada a finire, è destinata a ridisegnare la geografia politica dell’Unione e la premier italiana si è ormai spostata decisamente in direzione di Washington. Non vuole rovinarsi i rapporti con il CEO presidente.
Ma non c’è solo questo. La possibilità di fare grossi affari c’è davvero. Ieri Kushner ha presentato, con tanto di slides sfolgoranti, il progetto Gaza. Nella Striscia dovrebbero sorgere due città futuribili, New Gaza e New Khan Younis, modellate un po’ su Abu Dhabi e un po’ su Las Vegas. Senza contare che mettere le mani sulle aree di crisi, sempre in nome della pace, vuol dire energia. Prima di decidere, Giorgia vuole vedere bene dove il Board andrà a parare. Non è partito bene. Però non si sa mai.

23 Gennaio 2026

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