Il vertice di Davos

Macron fa il doppio gioco, la Nato si inginocchia: l’Europa appesa agli umori di Trump

Von der Leyen promette una “risposta inflessibile” sui dazi ma il piano anti-coercizione dell’Eliseo non sfonda. Meloni tace, mai così a disagio

Esteri - di David Romoli

21 Gennaio 2026 alle 13:30

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Macron fa il doppio gioco, la Nato si inginocchia: l’Europa appesa agli umori di Trump

Nessun passo indietro. Ieri la giornata dei leader europei convenuti a Davos sulla soglia di uno scontro senza precedenti tra Usa ed Europa hanno capito che aria tirava sin dal primissimo mattino. L’amico americano aveva postato nella notte (in Europa) un paio di messaggi privati a dir poco imbarazzanti. Uno del presidente francese Macron, con invito a lasciar perdere la Groenlandia per darsi da fare tutti insieme sugli altri e molto più ricchi teatri di crisi. Con tanto di invito a cena all’Eliseo dopo Davos e dopo vertice proposto con siriani danesi, russi, ucraini. Trump era evidentemente furibondo per il no di Macron all’ingresso (a pagamento) nel suo board per la pace a Gaza e ormai ovunque. Ma la figura del presidente non è stata comunque strepitosa. Molto peggio la parte del segretario della Nato Rutte, autore del secondo messaggio privato messo in piazza da Trump: un modello di servilismo e piaggeria senza precedenti. Il presidente americano lo ha probabilmente reso noto per dimostrare quanto poco ci sia da fidarsi delle parole ufficiali dei leader europei, spingendo così i molti Paesi europei già dubbiosi sulla linea dura a pensarci sopra non due ma quattro volte. Ecco perché la premier è giustamente prudente, commentavano di buon mattino le due letterine a palazzo Chigi.

Trump ha fatto però molto di più. Ha postato un paio di foto realizzate con la AI più eloquenti di molte dichiarazioni. Nella prima c’è lui, con Vance e Rubio al seguito, che pianta la bandiera americana sui ghiacci della Groenlandia. Nella seconda i leader europei conversano sotto una mappa che vede non solo l’isola ma anche il Canada nuovi Stati americani. Insomma il presidente vorace, che sarà oggi a Davos, promette di procedere come un caterpillar. L’Europa risponde a tono. A Davos è il giorno dei duri. La presidente von der Leyen promette risposta “unita, proporzionata, inflessibile”. Va anche molto oltre però. Con gli Usa bisogna fare di tutto per evitare lo scontro. Ma senza illudersi che le cose tornino come prima. Il mondo di ieri è finito e per questo la crisi è anche “un’occasione, anzi una necessità” per fare quel che nel mondo nuovo andava fatto comunque: rendersi completamente indipendenti, affrancarsi dall’America. Macron, subito dopo, chiama alla battaglia: “L’Europa dovrebbe usare lo strumento anticoercizione. Nuovi dazi sono inaccettabili. La concorrenza Usa mira a subordinare l’Europa”. È indicativo che lo stesso discorso, con identiche argomentazioni appena un po’ più colorite, e la stessa proposta, di fatto l’interruzione di ogni rapporto commerciale con gli Usa, abbia fatto a Strasburgo il numero due della destra radicale francese, Jordan Bardella.

A Davos ieri i toni bellicosi si sono sprecati. Sulla linea della fermezza sono attestati un po’ tutti, inclusa implicitamente la presidente della Bce Lagarde. O almeno sono su quella linea tutti quelli che si sono fatti sentire. Tace chi punta invece sulla linea morbida e ritiene suicida non solo lo strumento anticoercizione, poco realistico comunque, ma anche il ripristino a partire da febbraio dei controdazi europei congelati dopo l’accordo di luglio, molto meno improbabile. Dunque, prima di ogni altro, tace Giorgia Meloni, che di quel fronte è la regista occulta. La premier italiana non può mettersi contro l’Europa, contro la destra radicale europea stessa, contro l’opposizione in Italia che martella rinfacciandole la complicità con Trump e chiedendo invano di passare per il Parlamento prima del Consiglio europeo straordinario di giovedì prossimo, contro il presidente della Repubblica, che considererebbe imperdonabile uno strappo di tali proporzioni con l’Europa. Dunque la sola carta che può giocare è dar vita a un composito fronte che di qui a giovedì riesca a bloccare la reazione “inflessibile” promessa da von der Leyen. Può contare su varie paure: quella dei Paesi che temono la pesantissima ricaduta economica e già tremano per le reazione delle borse, quella dei Paesi baltici, che temono di ritrovarsi nudi di fronte alla Russia in caso di ritiro americano dalla Nato, quella dei Paesi come Ungheria e Repubblica ceca, che sono contrari all’annessione ma non hanno intenzione di farsi coinvolgere in una guerra commerciale all’ultimo sangue. Per farcela, la premier avrebbe bisogno di un appiglio da parte di Donald Trump. Non se ne vede traccia ma il segretario al Tesoro americano Bessent lascia socchiuso uno spiraglio: “Sedetevi, tirate un bel respiro, evitate rappresaglie. Domani il presidente Trump sarà qui, porterà il suo messaggio, farà incontri, avrà la mente aperta”. Si vedrà. Per ora, come al solito, l’Europa è appesa agli umori imperscrutabili di Donald Trump.

21 Gennaio 2026

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