Diritti e dignità ai lavoratori L’impresa paradiso di Cucinelli

Brunello Cucinelli, il docufilm di Tornatore su un garbato visioniario

Sorretto da sempre dalla morale kantiana, l’imprenditore e stilista si racconta in un biopic appassionato che è una storia di formazione utile ai giovani. E a tanti “prenditori” senza scrupoli

Cultura - di Chiara Nicoletti

21 Gennaio 2026 alle 18:30

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Brunello Cucinelli, il docufilm di Tornatore su un garbato visioniario

Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me!” è la frase del filosofo Immanuel Kant che ha da sempre guidato la vita dell’imprenditore Brunello Cucinelli, sulla cui storia di vita, il premio Oscar Giuseppe Tornatore ha appena realizzato un film-documentario. Si intitola Brunello, il visionario garbato, è uscito in sala come evento speciale di 3 giorni con 01 distribution dal 9 all’11 dicembre e ora sta per arrivare sulle maggiori piattaforme di streaming italiane. Il docufilm ripercorre le tappe che hanno portato Cucinelli, nato nella piccola Castel Rigone in provincia di Perugia, a diventare non solo uno degli imprenditori e stilisti più famosi nel mondo ma anche un campione di quel che si potrebbe definire un capitalismo umanista.

Dopo un’anteprima ad inaugurare il nuovo Teatro 22 di Cinecittà, il film è stato presentato alla stampa nella cornice senza tempo del Teatro dell’opera di Roma alla presenza di Giuseppe Tornatore, dello stesso Brunello Cucinelli anche in veste di produttore del film, dell’autore della colonna sonora, il maestro Premio Oscar Nicola Piovani e dell’interprete di Cucinelli nelle ricostruzioni di finzione, Saul Nanni. Il pensiero di Kant ha risuonato nella vita di Cucinelli poiché combaciava con ciò che il padre gli ha sempre ripetuto sin da piccolo: “devi essere una persona perbene”. Basato sulla contaminazione tra documentario e finzione Brunello, il visionario garbato ripercorre i luoghi e i momenti chiave della parabola esistenziale di Cucinelli ed è stato fortemente voluto dall’imprenditore che ha “convinto” Tornatore: “Sono partito dal fatto che non amo vedere i film su persone che sono già morte, perché una volta morte tutti dicono che erano brave persone. Mi son detto invece che volevo provarlo a fare in vita un film sulla mia storia, ora che le persone potessero ancora sentire le mie verità, dalla mia voce. Quando ho deciso, ho pensato: chiamo Tornatore perché, sapete, Nuovo Cinema Paradiso è il film della mia vita. Dopo un mesetto l’ho convinto, ma senza pressioni, non si può mettere pressione ad un artista. Questa avventura ha fatto venir fuori la parte più intima della mia anima. Ci abbiamo messo tre anni, due di riprese e uno di montaggio”.

Giuseppe Tornatore aveva da poco realizzato Ennio, il meraviglioso documentario David di Donatello sulla vita di Ennio Morricone ed era riluttante a questo nuovo film: “Non sapevo niente di Brunello… un lungometraggio? Una pubblicità? Cercavo di defilarmi, ma ha ragione sua moglie Federica quando nel film dice che lui riesce sempre a ottenere ciò che vuole. Mentre gli dici di no… lui ti frega. Sei già dentro”, commenta il regista di Baarìa. “Da alcuni racconti che lui mi faceva – prosegue Tornatore – vennero fuori degli elementi interessanti tra cui quello scatenante è stato questo suo rapporto con il gioco delle carte. Mi è venuta questa idea di raccontare il tutto come se fosse una partita a carte. Questa è stata la scintilla che mi ha portato poi a dire ‘sì, un’idea ce l’ho, si può provare’”.

E poi c’è un’altra cosa che vorrei aggiungere solo per per riderci sopra – continua. Cucinelli ha sempre detto che secondo lui i documentari fatti sulle persone che non ci sono più non funzionano perché la persona di cui si parla non ha più il diritto di parola, però devo dirvi che lui è stato bravissimo, si è comportato da morto, non si è mai intromesso, ha visto il film finito come l’avete visto voi. Mi ha molto colpito perché evidentemente ha capito che anche gli elementi ironici, sarcastici, anche dissacranti davano una maggiore tridimensionalità al personaggio e in ultima analisi anche una maggiore simpatia”. Brunello Cucinelli racconta che quando ha sentito per la prima volta la colonna sonora che il Maestro Nicola Piovani ha composto per il film sulla sua vita, ha chiuso gli occhi e ha pianto. Riesce facile immaginarlo. Il compositore racconta il lavoro sul documentario: “Quando scrivi per un film, devi cercare l’anima di quella storia per attaccarti a qualcosa, perché sennò la matita resta ferma oppure vai sulla banalità. Quando Giuseppe mi ha parlato di questo progetto, mi ha detto “Riflettici su”. Nel frattempo, ho fatto un’intervista dove alla domanda su quale fosse il male del nostro tempo, risposi: “la religione del massimo profitto”. Mettere insieme queste parole, secondo me, poteva rappresentare la sintesi di Satana. Il giorno dopo mi chiamò Brunello. Ho capito che il sentimento del film era questo suo capitalismo nuovo e umano”.

Il film evidenzia il rispetto di Cucinelli per la dignità umana e la sua convinzione che comportarsi rettamente sia importante non solo per ciò che verrà nell’aldilà (da giovane ha pensato di farsi prete) ma per vivere meglio in questa vita: “Credo che ci sia un destino diverso, dopo la morte, per i buoni e i cattivi – dice ad un certo punto nel film – e se così non fosse, avrò comunque vissuto meglio”. Che raccontare questa storia sia stata anche una possibilità per Giuseppe Tornatore di reagire al tempo che viviamo? “Beh, per certi versi sì” risponde il regista che pensando alla fase di vita di Cucinelli che il film racconta, quella in cui cercava la sua strada facendo mille cose diverse senza impegnarsi veramente in una, rivela: “L’aspetto che più mi colpiva e che mi portava a pensare che la sua storia potesse avere anche degli input molto attuali, era la questione dei giovani che non sanno cosa fare, quella linea d’ombra in cui i ragazzi un po’ si smarriscono e i genitori si arrabbiano perché pensano che i figli non troveranno mai una via. Ecco, capivo che quell’argomento lì avrebbe potuto colpire gli spettatori giovani che vedranno il film e potranno dire: “Anche lui da ragazzo non sapeva cosa fare, anche lui faceva arrabbiare i genitori che erano disperati, però poi lui è riuscito a fare, quindi forse può succedere anche a me”. Le scene che ritraggono Cucinelli in azienda, lo vedono mettere in pratica la filosofia che professa, quella in cui si definisce un custode e non un proprietario. Dalla stampa estera lo definiscono un filosofo del capitalismo umanista e gli chiedono cosa vorrebbe dire per lui se altri adottassero il suo approccio e come si potrebbe diffondere.

Risponde Cucinelli: “Perché il capitalismo non dovrebbe essere contemporaneo? Come puoi ispirare le persone che lavorano con te se non dici loro quello che pensi? Loro vedono quanto guadagni. Guardate che se non diamo dignità morale ed economica al lavoro non possiamo cambiare. Noi siamo un paese di manifatturieri ma abbiamo bisogno di riequilibrare un sano capitalismo, il giusto profitto. Quando battevamo e raccoglievamo il grano, la prima balla, mio nonno la portava alla comunità. La prima balla su 140, non l’ultima, l’equilibrio tra profitto e dono. Io questo credo. Se non troviamo una nuova organizzazione del lavoro, l’equilibrio tra profitti e dono, come possiamo andare avanti? Io ho sempre pensato che un essere umano che lavora abbia bisogno di luoghi di lavoro e di un salario migliori e di essere considerato un’anima pensante, no? Cosa che non hanno fatto con i miei fratelli e con il mio babbo. Da noi in azienda, se tu offendi qualcuno, automaticamente sei licenziato, indipendentemente dal ruolo. Le regole le faccio io. Io rispondo all’eterno reggente, però tu non puoi offendere nessuno. Io non ho mai capito perché si debba offendere un essere umano di qualunque natura, razza o religione. E lo dice Jean-Jacques Rousseau: “non posso minimamente immaginare che ci sia un essere simile a me. Siamo tutti diversi”.

21 Gennaio 2026

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