Le mosse del governo
Board of peace, Meloni dirà “no” all’Onu privata di Trump: i problemi di costituzionalità e i dubbi del Quirinale
Questa volta Giorgia Meloni, salvo colpi di scena, dovrà dare un dispiacere al suo caro Donald Trump. Perché l’Italia dirà “no” all’invito del presidente statunitense ad entrare nel “Board of peace” voluto dall’inquilino della Casa Bianca, che da strumento per la ricostruzione e la gestione della Striscia di Gaza si sta di fatto trasformando in una sorta di “Onu privata” guidata dallo stesso Trump, con al suo interno una serie di leader non esattamente noti per il rispetto della democrazia.
A pesare sul rifiuto italiano, non ancora formalizzato, ci sono più fattori. Uno è il “gettone di presenza” richiesto dallo stesso Trump ai leader-Paesi invitati a far parte del Board, ovvero quel miliardo di dollari che saranno gestiti direttamente dal tycoon.
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Quindi, ben più importante, la questione di costituzionalità che pone una barriera piuttosto netta all’eventuale volontà del governo italiano di entrare nel club trumpiano. L’articolo 11 della Costituzione consente all’Italia di far parte di organismi internazionali che si occupano di pace ma solo “in condizioni di parità con gli altri Stati”: l’esatto opposto del Board trumpiano.
C’è poi il tema politico, ovvero di far digerire alla maggioranza, al Quirinale e poi al Parlamento l’adesione al Consiglio della pace. Per il tema della costituzionalità, l’eventuale adesione al Board sarebbe a forte rischio di fronte ad un ricorso alla Consulta, mentre nel governo si registra anche la sostanziale e manifesta ostilità al piano di Trump da parte di Forza Italia, il partito del vicepremier Antonio Tajani che nella maggioranza è quello più europeista, più legato a Bruxelles anche per il passato politico dello stesso leader degli Azzurri. La Lega, che quotidianamente battaglia con Fratelli d’Italia nella gara a chi è più trumpiano in maggioranza, su questo punto non sembra intenzionato a fare la guerra all’alleata. Infine la necessità di ratificare i trattati internazionali tramite un voto del Parlamento con una legge ordinaria, per cui ormai non c’è più tempo.
Per una volta dunque la premier Meloni sembra intenzionata, più che nel ribadire la presunta posizione di “ponte” tra Washington e Bruxelles, tra le folli sparate di Trump e i timidi tentativi di difesa delle istituzioni europee, a seguire i leader del Vecchio Continente.
Tutti i big infatti sembrano intenzionato a rifiutare l’invito di Trump all’ingresso nel “Board of peace”: chiaro e netto il “no” della Francia di Emmanuel Macron, ma secondo il Financial Times anche lo storico alleato britannico col primo ministro Keir Starmer starebbe per rifiutare, così come la Germania di Friedrich Merz. Restano in campo solamente l’Ungheria dell’autocrate Viktor Orba e l’Albania di Edi Rama, una compagnia non certo ideale per Meloni.