Il neopresidente dell'AOI
Intervista a Giovanni Lattanzi: “Gaza fuori dai radar ma senza le ong si continua a morire, l’Italia deve intervenire”
Intervista al neopresidente dell’Associazione delle Organizzazioni Italiane di cooperazione e solidarietà internazionale: “La decisione di Israele rappresenta un passaggio gravissimo, rimuovere o limitare l’operatività delle ong significa aggravare la crisi umanitaria”
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Giovanni Lattanzi, neopresidente dell’Associazione delle Organizzazioni Italiane di cooperazione e solidarietà internazionale (AOI), che rappresenta più di 500 organizzazioni non governative.
Il governo israeliano ha dichiarato guerra alle Ong internazionali che operano a Gaza e in Cisgiordania.
La decisione del governo israeliano di revocare o non rinnovare, a partire dal 1° gennaio, la registrazione di numerose organizzazioni umanitarie internazionali che operano nei Territori Palestinesi Occupati rappresenta un passaggio politico gravissimo, che rischia di compromettere in modo irreversibile lo spazio umanitario e la possibilità stessa di garantire assistenza alla popolazione civile palestinese. È da questa consapevolezza che nasce la lettera inviata, come reti della cooperazione italiana da AOI, CINI e Link 2007, al Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, con la richiesta di un intervento urgente e deciso da parte del Governo italiano.
Ricostruiamo l’iter espulsivo.
Le nuove misure introdotte da Israele tra la fine del 2024 e il 2025 configurano un sistema fortemente discrezionale e politicizzato, che sottopone le Ong a procedure di verifica opache, invasive e potenzialmente arbitrarie. Organizzazioni che hanno operato per decenni nel pieno rispetto del diritto internazionale, in Palestina come in decine di altri paesi, rischiano oggi la sospensione o la cancellazione della propria registrazione. I criteri di rigetto non riguardano solo la correttezza formale, ma includono valutazioni politiche ampie e indeterminate, come presunte posizioni delegittimanti o critiche verso le politiche del governo israeliano. È un precedente pericoloso che assimila l’azione umanitaria a una minaccia politica e mina alla base i principi di neutralità, imparzialità e indipendenza.
E ora?
Le conseguenze di queste scelte sono già evidenti e colpiscono direttamente la popolazione civile. Rimuovere o limitare l’operatività delle organizzazioni umanitarie significa aggravare una crisi umanitaria già drammatica, privando famiglie, bambini, donne e uomini dell’accesso a cure sanitarie, cibo, acqua, servizi igienico-sanitari e protezione. Questo è particolarmente vero nella Striscia di Gaza, dove le ONG rappresentano spesso l’unico presidio in grado di garantire assistenza sanitaria di emergenza e interventi umanitari essenziali. Gaza oggi continua a essere un luogo di morte e di negazione di ogni diritto umano. Nonostante gli annunci e gli accordi, dal mese di ottobre in poi si continua a morire sotto i bombardamenti e le operazioni militari, si continua a morire per la mancanza di cure, per il freddo, per la fame. Gli aiuti arrivano con enorme difficoltà, in quantità insufficienti e in modo discontinuo. Le vittime sono civili, in larga parte bambini. In questo contesto, colpire le ONG equivale a colpire direttamente la possibilità di sopravvivenza della popolazione. A rendere il quadro ancora più drammatico è il progressivo e quasi totale spegnimento dell’attenzione mediatica su quanto accade a Gaza e in Cisgiordania.
Con quali conseguenze?
Giorno dopo giorno, la Palestina è uscita dai radar dell’informazione nazionale e internazionale. Le notizie si sono diradate, le immagini sono scomparse, i racconti dal campo si sono fatti sempre più rari. Questo silenzio non è neutrale, produce effetti politici e umanitari profondi. Meno informazione significa meno attenzione dell’opinione pubblica, meno pressione sulle istituzioni, meno responsabilità per chi prende decisioni che incidono sulla vita di milioni di persone. Senza informazione indipendente, ciò che accade in Palestina, e in particolare nella Striscia di Gaza, rischia di diventare invisibile. E quando una tragedia diventa invisibile, diventa più facile ignorarla, minimizzarla, normalizzarla. Per questo il ruolo dei media è oggi cruciale quanto quello delle organizzazioni umanitarie. Media e Ong rappresentano gli occhi e le voci che permettono di raccontare la realtà, di documentare i fatti, di restituire dignità alle vittime attraverso una narrazione fondata sui dati, sulle testimonianze e sul rispetto della verità. Rivolgiamo quindi un appello forte e diretto anche al mondo dell’informazione, perché non distolga lo sguardo e continui a raccontare con occhi obiettivi e indipendenti ciò che accade, senza accettare che il silenzio diventi la cifra dominante di questa crisi. Allo stesso tempo chiediamo al Governo italiano e al Parlamento, nella loro interezza, alla maggioranza come all’opposizione, un’assunzione di responsabilità politica chiara e urgente che questa fase impone. È necessario un intervento deciso, pubblico e coerente per difendere lo spazio umanitario, tutelare le organizzazioni non governative che da anni operano in Palestina e in particolare nella Striscia di Gaza, e garantire che possano continuare a svolgere il proprio lavoro senza interferenze politiche o restrizioni arbitrarie. Chiediamo che l’Italia utilizzi tutti gli strumenti diplomatici e politici a disposizione, in sede bilaterale, europea e multilaterale, per chiedere la sospensione immediata delle misure di revoca e mancato rinnovo delle registrazioni e riaffermare con forza il rispetto del diritto internazionale umanitario.
E al Parlamento?
Al Parlamento chiediamo di non restare spettatore, ma di esercitare pienamente il proprio ruolo di indirizzo e controllo, promuovendo iniziative e prese di posizione che mettano al centro la tutela dei civili, la difesa dell’azione umanitaria e il rispetto dei principi su cui si fonda la cooperazione internazionale. In un contesto segnato dal silenzio mediatico e dall’erosione dello spazio umanitario, la politica ha il dovere di rendere visibile ciò che si tenta di rendere invisibile e di affermare che la tutela della vita e della dignità umana non può essere subordinata a calcoli geopolitici o convenienze diplomatiche. Israele, in quanto potenza occupante, ha l’obbligo di facilitare, e non ostacolare, l’accesso umanitario, come stabilito dal diritto internazionale umanitario. Le misure adottate vanno nella direzione opposta e richiedono una risposta politica altrettanto chiara e sistemica. Difendere le organizzazioni umanitarie significa difendere il diritto internazionale, la dignità delle persone e la possibilità stessa di immaginare un futuro per la Palestina. Senza questo impegno politico e senza uno sguardo pubblico vigile, il rischio è che la crisi venga definitivamente rimossa, normalizzata e dimenticata, con conseguenze irreversibili per milioni di persone.
Il 2026 si è aperto nel peggiore dei modi, nel segno di una dottrina che rimette al centro la forza e cancella il diritto. È un mondo sempre più pericoloso e instabile, in cui la sovranità degli Stati e il multilateralismo vengono messi in discussione a favore della legge del più forte.
AOI ha condannato con fermezza l’aggressione armata contro uno Stato membro delle Nazioni Unite. Non possiamo accettare un ordine internazionale fondato sulla legge della giungla, dove un attacco militare viene giustificato da interessi economici o strategici che si pongono al di sopra del rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e della protezione dei civili. Si tratta di un precedente gravissimo, che rischia di legittimare un mondo in cui i conflitti si moltiplicano e le regole comuni vengono progressivamente svuotate.
Come AOI siamo in contatto costante con le organizzazioni socie che operano nel Paese e nell’area coinvolta, per monitorare la situazione, valutare l’impatto sulla popolazione civile e seguire l’evoluzione degli eventi. Ancora una volta sono le persone comuni a pagare il prezzo più alto di scelte politiche e militari che ignorano la tutela dei diritti fondamentali e mettono a rischio la stabilità globale.
Un altro fronte tragico, anch’esso progressivamente oscurato dall’informazione mainstream, è quello delle migrazioni e delle stragi in mare.
Sembra che il tema dei migranti non sia più un problema, semplicemente perché non se ne parla. Eppure, le persone continuano a morire nel Mediterraneo, gli sbarchi non diminuiscono e le rotte restano sempre più pericolose. L’operazione è chiara, non parlarne, evitare che i media raccontino ciò che accade, normalizzare le stragi e spostare l’attenzione altrove. Se ci si pensa bene è lo stesso tentativo che si vuole compiere con la de registrazione delle ong da parte di Israele: rendere le operazioni umanitarie sempre più difficili e inefficaci, aumentare vincoli burocratici, con l’obiettivo di togliere di mezzo testimoni delle violazioni in corso. La linea securitaria resta la bussola dell’azione dell’Italia e dell’Europa. Si continua a investire in modelli che non funzionano, come quello dell’Albania, nel tentativo di costruire una narrazione rassicurante che però non affronta le cause strutturali delle migrazioni né garantisce diritti e protezione. Il messaggio che passa è altrettanto chiaro, sull’immigrazione il governo ha scelto di nascondere il problema, ridurre le politiche di integrazione e spostare tutto sul piano della sicurezza. Ma così non si governa un fenomeno strutturale, lo si rende solo più pericoloso, più disumano e più invisibile.
Cosa si sente di chiedere alle forze politiche, e in particolare a quelle progressiste?
Alle forze politiche, da presidente di AOI, sento di rivolgere una richiesta netta di responsabilità e di coraggio politico. Serve tornare a mettere al centro i diritti umani, la giustizia sociale, il diritto internazionale e la protezione delle persone più vulnerabili. Serve una visione alternativa a quella della forza, della paura e della chiusura. Non basta denunciare, occorre costruire una proposta politica credibile che tenga insieme pace, cooperazione, accoglienza, integrazione e multilateralismo. Alle forze progressiste chiediamo di non rincorrere l’agenda securitaria, ma di contrastarla apertamente, riaffermando che la tutela della vita umana, in mare come nei contesti di guerra, non è negoziabile. Di difendere lo spazio civico e umanitario, di sostenere chi opera sul campo e di restituire dignità a parole come solidarietà, cooperazione e pace. In un mondo che sembra andare nella direzione opposta, il compito della politica di sinistra è quello di non spegnere la speranza e di continuare a indicare una strada diversa, fondata sui diritti e sulla responsabilità collettiva.