Il caso di Palmoli

Famiglia nel bosco, Salvini scatenato a caccia di like

Il ministro ha minacciato di rivedere compiti e funzioni degli assistenti sociali solo per avere qualche like: il problema è che non sa di che parla

Cronaca - di Ilenia Malavasi

8 Gennaio 2026 alle 20:30

Condividi l'articolo

Foto Mauro Scrobogna / LaPresse
Foto Mauro Scrobogna / LaPresse

Il ministro Salvini non perde mai l’occasione per occuparsi di tutto, in modo superficiale, intervenendo su temi delicatissimi e senza avere alcuna competenza in merito. Le sue parole sulla revisione del ruolo degli assistenti sociali, a seguito della vicenda della “famiglia nel bosco”, non sono che l’ennesimo tentativo di denigrare una professione che merita rispetto e non volgari accuse a fini politici.

Le ennesime parole pronunciate da Matteo Salvini sulla vicenda della “famiglia del bosco” rappresentano un ulteriore volgare esempio di una strumentalizzazione populista che nulla ha a che fare con la tutela dei minori e molto con la ricerca di consenso. Usare un caso complesso e delicatissimo, che coinvolge bambini, una famiglia e decisioni assunte dalle autorità competenti, per alimentare sospetti e attacchi contro gli assistenti sociali, oltre che ovviamente gli odiati magistrati, è un atto grave e irresponsabile. D’altra parte, siamo di fronte a un ministro che ha già dato prova della sua spregiudicatezza ai tempi di Bibbiano, quando alimentò una gogna mediatica senza precedenti, cercando di trarre profitto elettorale dal dolore di una comunità. Sappiamo poi tutti com’è finita: con una pessima figura per chi, come lui, ha cercato di trasformare un’inchiesta giudiziaria in un tribunale politico permanente. Evidentemente, non ha imparato la lezione e oggi ci riprova, delegittimando chi opera quotidianamente a tutela dei più deboli.

Ho grandissimo rispetto per la figura e la professionalità degli assistenti sociali, veri e propri “artigiani della cura”, professionisti che vivono quotidianamente tra il dolore e la speranza, spesso dimenticati, messi in discussione, quando non peggio, da una certa politica populista. Lo dico anche da ex sindaca, pienamente consapevole di come su di loro poggi l’architrave del nostro welfare territoriale. Sono loro i primi a intervenire nelle situazioni di crisi, spesso in solitudine e con scarse risorse, seguendo mandati precisi dell’Autorità Giudiziaria per proteggere i minori. Gli assistenti sociali non sono un nemico da additare, ma una figura professionale essenziale, chiamata ogni giorno a operare in contesti difficili, spesso drammatici, per garantire protezione, diritti e sicurezza ai minori. Il loro lavoro si fonda su competenze, valutazioni tecniche, responsabilità giuridiche e su un mandato istituzionale preciso. Metterne in discussione il ruolo con slogan e semplificazioni è un attacco che indebolisce l’intero sistema di tutela dell’infanzia.

La protezione dei bambini non può diventare terreno di propaganda politica né materia per slogan da campagna elettorale. Chi ricopre ruoli istituzionali dovrebbe contribuire a rafforzare la fiducia nelle istituzioni e nei professionisti che operano per il bene comune, non delegittimarli. Serve rispetto per i minori coinvolti, per le famiglie e per chi lavora quotidianamente per difendere i diritti dei più fragili. Mentre il Paese attende risposte su infrastrutture e trasporti che non arrivano, il ministro preferisce vestire i panni del giudice e del censore dei servizi sociali. Un atteggiamento pericoloso, che alimenta il clima di ostilità e violenza verso gli stessi operatori. Invece di rivedere il ruolo di chi lavora, Salvini dovrebbe imparare a rispettare il perimetro delle proprie competenze e, soprattutto, la dignità dei lavoratori. La protezione dell’infanzia e delle famiglie è una cosa seria, non un post per racimolare like.

*Capogruppo Pd commissione Affari sociali alla Camera

8 Gennaio 2026

Condividi l'articolo