Tensione alle stelle
Il dopo Maduro: Venezuela al bivio tra Resistenza e Repubblica di Vichy
Mentre il dipartimento della Giustizia Usa cambia le ipotesi di reato contro il presidente venezuelano, a Caracas tutti guardano a Padrino Lopez, capo delle forze armate: sta preparando la resistenza o la resa?
Esteri - di Angela Nocioni
A Caracas la domanda di chi è rimasto nascosto in casa è come si schiereranno le forze armate e il potentissimo ministro della Difesa, Valdimiro Padrino Lopez. Cosa sta facendo Padrino, prepara la resistenza o s’acquatta a Trump? Farà il guardiano del regime o contratterà con gli Stati uniti la ricchezza venezuelana spartendone i proventi tra i suoi generali che detengono già le leve dei principali traffici e gli emissari della Casa Bianca?
Uno dei rischi in Venezuela è che Maduro come presidente prima o poi cada, sì, ma non del tutto. Che diventi da prigioniero a Brooklyn quel che in vita sua non è mai stato: un leader, un simbolo politico in cella. Che Caracas sia teatro di una guerra. Per di più con il regime al crepuscolo, ma non ancora morto. E quindi in grado d’essere pericolosissimo, se decidesse per assenza di alternative o per disperazione di “morire dando battaglia”. O che ci sia un’esplosione sociale, per fame, per rabbia accumulata, che il paese affondi in un conflitto armato di tutti contro tutti in cui saranno soprattutto i poveri a finire ammazzati per strada. Sono loro la stragrande maggioranza di chi è rimasto in Venezuela, perché chi aveva due soldi se n’è già andato.
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Gli abitanti delle baraccopoli che dominano Caracas dalle pendici delle montagne tutt’intorno, protagonisti insieme ai bassi gradi dell’esercito di tutte le insurrezioni di cui è fitta la storia del Venezuela, sono in gran parte diffidenti dei proclami di Maria Corina Machado, volto mediatico dell’opposizione di destra al chavismo, perché ne temono le radici politiche, sospettano che lei sia nelle mani di quelli che al popolo delle baraccopoli hanno sempre fatto sparare addosso. Dicono: “Siamo stretti tra un regime criminale e un’opposizione che è e resta figlia dell’oligarchia con un piede a Miami”.
Nelle prime ore del 3 gennaio il blitz per sequestrare Maduro è riuscito a far saltare l’intero tessuto difensivo venezuelano. I missili, l’armamento russo, compresi i sofisticati sistemi difensivi cinesi e il circolo di sicurezza cubano, sono rimasti inutilizzabili in pochi minuti. Il colpo alle telecomunicazioni è stato così forte che ancora ieri l’esercito venezuelano era inoperativo. Il presidente di Cuba Miguel Díaz-Canel ha riconosciuto che 32 suoi militari sono morti durante l’intervento degli Stati Uniti. Ma appena rimesse in piedi le possibilità di comunicazione, si vedrà cosa resta del “patto civicomilitare” sul quale il defunto colonnello Hugo Chavez diceva di aver fondato la sua rivoluzione 28 anni fa. Da undici anni Padrino è il capo dei militari, tutti in Venezuela – da destra e da sinistra – guardano a lui in queste ore per capire.
Nato nel 1963, Vladimir Padrino López è uno dei militari più longevi nel nucleo duro del chavismo. Lui è uno degli interlocutori abituali con Mosca, il che gli dà oggi un potere enorme. C’è una guerra intestina tra fazioni delle forze armate a Caracas, in cui si scambiano le parti ben 2400 generali. È una guerra sotterranea in cui nessuno dei due principali gruppi di potere, il numero due del governo Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Padrino López, ha preso il sopravvento sull’altro. Nell’equilibrio – di cui la figura di cartapesta di Maduro contava fino a questa domenica solo perché è la garanzia alla tutela degli interessi cubani pretesa e ottenuta dai Castro alla vigilia della morte di Hugo Chávez – i generali fanno affari. È solo in quanto garante dell’equilibrio tra bande che Nicolás Maduro è potuto sopravvivere finora sull’orlo della voragine economica e sociale del chavismo allo sbando.
Il Venezuela è completamente in mano ai militari. Loro controllano quel che rimane dell’apparato produttivo, a cominciare dall’industria pubblica del petrolio, Pdvsa. Loro si occupano della distribuzione di quel che resta dei prodotti di consumo. Sono quasi tutti occupati da militari i posti di comando politico, compresi i vertici dei governi degli stati più importanti. La casta militare ha vuotato le casse statali, ipotecato le future estrazioni di petrolio per garantirsi iniezioni di denaro fresco dalla Cina, senza esser capace di lasciare nemmeno gli spiccioli necessari a garantire il rifornimento di garze e siringhe agli ospedali. Tutto ciò che genera entrate in dollari in Venezuela è in mano a generali. Una delle maggiori fonti di profitti illeciti sta nel sovrapprezzo che molti di loro incassano gestendo in totale opacità gli approvvigionamenti statali. Fanno pagare il doppio o il triplo del reale prezzo e si intascano la differenza. Lì sta la principale fonte di guadagno della “boliborghesia”, la borghesia bolivariana, composta anche da civili, la classe sociale cresciuta all’ombra della rivoluzione che ora si sta scolando gli ultimi soldi di stato. L’impresa pubblica del petrolio, Pdvsa, ha una piccola rosa di imprese che si occupa del rifornimento di materiali e macchinari. Sono private e comprano all’estero, in dollari. Chi gestisce gli acquisti, e si tratta sempre di militari, gonfia i prezzi a piacimento.
Altra gigantesca fonte di entrate per i generali è stata la compravendita controllata di dollari. I militari hanno controllato per anni le subaste di dollari. Ormai le imprese private sono quasi tutte fallite o sono state comunque costrette a chiudere, ma per anni, quando le aziende private avevano bisogno di dollari, essendo sempre stato rigidamente controllato il mercato di valuta, facevano un’offerta e un fantomatico ente governativo, sempre in mano ai militari, decideva a chi vendere e a chi no attraverso una subasta pubblica e contemporaneamente segreta. Un sistema di regolazione del valore nel mercato parallelo che per molti anni è stato una fabbrica di soldi per i generali che ne erano a capo, un formidabile sistema di riciclaggio, di corruzione e di pressione sulle imprese private. Tutto ciò è avvenuto mentre l’economia stava sprofondando. Non è possibile vivere in moneta nazionale. I beni anche di prima necessità si possono comprare solo al mercato nero, dove la divisa di riferimento sono sempre e solo i dollari. Il capitale privato è fuggito da tempo oltre confine. Sono svanite le riserve di valuta, ma non è vero che sono finite perché è crollato il prezzo del petrolio. Il Venezuela ha finito le sue riserve prima, molto prima, che crollasse il prezzo del petrolio. Perché i soldi sono stati rubati tutti e portati all’estero.
Che in questa tragedia venezuelana dopo il blitz americano, costato una novantina di morti tra cui molti civili, possa farsi largo una figura capace di opposizione non è escluso, ma non pare probabile. A Maria Corina Machado, attorno cui è stata confezionata da ambienti repubblicani statunitensi una campagna di sostegno che ha funzionato più all’estero che in patria – il Premio Nobel era il suggello all’operazione del lancio – non si oppone con chiarezza un’altra figura dell’opposizione a contenderle la leadership. Perché i dirigenti politici di opposizione non ci sono in Venezuela, se ne sono andati tutti o sono scomparsi dalla scena per timore ad esser sequestrati o uccisi. Ma la frenata imposta alla Machado da Trump – “non ha abbastanza consenso per governare” ha detto di lei – ha dato fiato al gruppo della abile altra destra di Leopoldo Lopez e del gruppiscolo coagulatosi attorno a Juan Guaidó, lo studente lanciato sette anni fa nell’antichavismo come l’Obama venezuelano e durato pochissimo alla ribalta.
Non è ancora finito, è solo diventato un eterno dissidio tra esuli, il litigio tra le varie anime dell’opposizione venezuelana che dura da vent’anni. Una decina d’anni fa una parte, quella che ha costruito il personaggio di Juan Guaidó e l’ha portato in strada il 23 gennaio del 2019 a giurare fedeltà alla Costituzione con la mano su cuore, aveva vinto sulle altre, contrarie alla autoproclamazione del presidente del parlamento esautorato dal regime come presidente ad interim. Con quella mossa a sorpresa questo gruppo dell’opposizione, che fa capo a Leopoldo López, capo dell’anti chavismo radicale, aveva spiazzato la concorrenza per la leadership e s’era portato dietro chi in Venezuela è disposto a scendere in strada a manifestare contro il regime.
Questa fazione dell’opposizione, che è quella più a destra, s’è data da fare molto bene nei primi mesi della prima amministrazione Trump. Ha saputo approfittare del cambiamento di clima politico in America latina e dell’esistenza della nuova Casa Bianca. Ha messo a frutto i rapporti che ha sempre avuto con i repubblicani della Florida e con il mondo politico che ruota attorno all’ex presidente colombiano Uribe. E ha inizialmente vinto. Poi, dopo l’inesorabile tramonto di Guaidó, rivelatasi un’operazione troppo posticcia per reggere a lungo alla piazza vera, ha preso il sopravvento il gruppo meno radicalmente eversivo ma con matrice molto statunitense costruito attorno a Maria Corina Machado e Gonzalez che sostiene di aver vinto le ultime elezioni presidenziali delle quali Maduro s’è dichiarato vincitore senza mostrare i risultati disaggregati per centro di votazione. Chissà se e chi di loro saprà infilarsi nella crepa aperta a Caracas dal colpo di Stato della Delta Force.
P.s. Intanto il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha rivisto l’accusa a Maduro eliminando i riferimenti al cartello narcos de los Soles. Un gran giurì americano nel 2020 gli imputava “di aver aiutato a gestire e a guidare il Cartel de los Soles mentre saliva al potere” e questa è stata la argomentazione usata da Trump in questi giorni per spiegare gli attacchi al Venezuela. Ora Nicolás Maduro non è più indicato come capo di un traffico di droga, ma come capo di un sistema di clientelismo. Il lessico dell’imputazione è stato molto limato e le allusioni al presunto cartello come organizzazione reale sono state eliminate, anche se restano, abbassate di tono e consistenza, le accuse per traffico. Già soltanto provare che il Cartel de los Soles esista non sarà facile. Questa incredibile correzione del capo d’imputazione in corso d’opera è musica per le orecchie della difesa legale di Maduro.