Consigli dal 2025

Quella italiana non è la peggior letteratura al mondo: cinque libri che non hanno niente da invidiare a Franzen o Houellebecq

Come invece amano ripetere tutti quelli che ti citano, con provincialissimo snobismo esterofilo, l’ultimo imperdibile Franzen o Cercas o Houellebecq (autori talentuosi ma un po’ sopravvalutati)

Cultura - di Filippo La Porta

4 Gennaio 2026 alle 15:34

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Quella italiana non è la peggior letteratura al mondo: cinque libri che non hanno niente da invidiare a Franzen o Houellebecq

Rassegniamoci: la nostra non è la più brutta letteratura del mondo. come amano ripetere tutti quelli che ti citano, con provincialissimo snobismo esterofilo, l’ultimo imperdibile Franzen o Cercas o Houellebecq (autori talentuosi ma un po’ sopravvalutati). Nel nostro paese si pubblicano ogni anno una dozzina di libri – tra fiction e nonfiction – di qualche rilievo, sia dal punto di vista stilistico che da quello intellettuale. Il guaio è che sono sommersi dagli 80.000 titoli che ogni anno invadono il mercato, e oscurati in particolare dai bestseller “pianificati” dei personaggi della TV (bisognerebbe impedire per legge di pubblicare a chi è un volto televisivo!). Ora il compito della critica consiste proprio nel valutare e distinguere, nell’aiutare i lettori a separare il grano dall’oglio, ammesso che siano disposti a farsi aiutare.

Ripasso ora i 5 libri italiani del 2025 che potrebbero restare un poco di più nella mostra memoria e nel nostro cuore (uno solo di nonfiction).Per quale motivo? Non che siano “perfetti”. Tutt’altro: cercano a volte in modo incerto, una lingua per dire la loro emozione della realtà, rischiano, esplorano, tentano… Però tutti contengono una qualche “rivelazione”: su di noi, sul presente e sul passato recente, sulla nostra società e sul nostro tempo, e infine sulla condizione umana stessa e sulla pena di vivere. E rivelando un aspetto della realtà lo dotano di senso. Descrivono il mondo e insieme lo costruiscono. Certo tutti mostrano di avere il mondo presente “in gran dispetto”, come disse a Dante Farinata degli Uberti: non lo accettano acriticamente com’è, non lo considerano “naturale”.

Stella randagia di Piera Ventre (Nn) ci racconta la fine del mondo in una favola morale che sarebbe piaciuta alla Ortese, ambientata a Napoli ai primi del ‘900, quando l’arrivo della cometa Haley era atteso come un’apocalisse forse salvifica. E al tempo stesso ci racconta una “diversità” irriducibile, di una creatura nata deforme e relegata nell’oscurità, ma poi accolta dal “popolo”. Del romanzo trattengo almeno una frase in forma di aforisma: “per esistere senza cadere nella follia bisogna credersi immortali”. Spostàti di Angelo Pasquini (DeriveApprodi) si cala negli anni ’70 – che non furono solo di piombo ma anche di liberazione – con una verità, un realismo psicologico, una conoscenza delle cose, che invano cercheremmo in altri libri sullo stesso periodo. E fa incontrare un terrorista pieno di idealismo con Gian Maria Volontè, in una narrazione che stinge sul noir. La storia di quegli anni è certo una storia di amore e di tenebra, per parafrasare Amos Oz, ma qui scopriamo tra l’altro che forse è più importante sognare una Rivoluzione piuttosto che farla: nell’occasione perduta, anche solo per un soffio, si nasconde la sua utopia più preziosa.

La finestra sul porto (Feltrinelli Gramma) di Claudio Piersanti è un romanzo che – fedele alla intima vocazione di questo genere letterario – dice l’ “aspra verità”(Stendhal) sulla crudeltà e inaspettata dolcezza dell’esistere, sull’egoismo assoluto dell’amore. E proprio l’amore crepuscolare, deflagrato fra l’ombroso, inquieto Roberto, e la moglie del suo amico Maria, viene raccontato in una prosa asciutta, disseccata ma capace di conservare il fondo umido delle cose. Nella vecchia casa sul porto, che sembra uscire da una canzone di Lucio Dalla, si celebra il travolgente rito della nuova relazione. Un grande narratore, come pochi altri del nostro panorama (Piperno, Veronesi, Albinati, Doninelli…), insieme spietato e morbido.

Nello straordinario Sbilico (Einaudi) Alcide Pierantozzi, un quarantenne che vive nel teramano, si mette in scena una psicosi ossessionata dalle parole per dirla, parole che “mettano al guinzaglio i pensieri”: “dolore caino”, “fastidio voraginoso”, “massacro di luce”…Romanzo discenditivo e magnetico, durissimo e disarmato, immersione nell’inferno anche alla ricerca di ciò che non è inferno: ad esempio la esplosione di felicità quando l’io narrante andava a trovare la nonna, sembrandogli di “disfarsi nella luce”. Suicidi imperfetti di Fabrizio Coscia (Editoriale Scientifica), – uno dei nostri migliori saggisti – si sofferma su dodici suicidi di altrettanti scrittori, tutti “imperfetti” poiché contengono pure un momento di ripensamento. Saggi letterari miniaturizzati e anche microracconti densi e illuminanti. Il mio preferito è quello sul suicidio di Salgari. Ogni suicidio è “imperfetto” anche per un motivo: benché sia un gesto in assoluto rispettabile e non giudicabile (con le sue molteplici ragioni , profonde e contingenti), poi a sua volta pretende di giudicare la vita, che invece “giudica se stessa solo prendendo coscienza della propria ineffabilità”.

Dimenticavo: nel 2025 è uscito anche un memorabile libro di versi, nel nostro paese rigurgitante di poeti (censiti un milione) in cui nessuno però legge poesia! Si tratta di un poema teatrale di Gino Trucillo – Antigone nella città dei pazzi (Cronopio) – che ripensa e reimmagina l’Antigone di Sofocle nell’ex manicomio di Napoli. Antigone chiede pietà perfino per le “vittime che diventano feroci”, e poi per tutti quegli scarti umani di cui Marx stesso non sapeva cosa farne. E infine per le “parole troppo fisse”. In fondo tutta la poesia non è altro che una immensa contestazione delle parole troppo fisse, del linguaggio usurato dai cliché e dagli automatismi.

Questi libri, e certo qualcun altro pubblicato quest’anno, ci ricordano che la letteratura – con le sue tante storie (in fondo altrettante varianti di un numero limitato di paradigmi) e la sua inesausta invenzione di una lingua – continua a essere la forma più sottile, immaginativa ed empatica di conoscenza, pur nell’era dell’intelligenza artificiale e dei linguaggi audiovisuali. Dovremo tutti accostarci ad essa con questa consapevolezza, e con gratitudine, poiché se la assumiamo solo come forma di intrattenimento ha oggi competitor assai più efficaci.

4 Gennaio 2026

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