Il caso della famiglia nel bosco
Se l’intellettuale confonde rom, sinti e camorristi: la criminalità che giustifica tutto e l’impossibilità di un’educazione neutra
Non è una metafora infelice. È un atto di produzione di stigma. Significa trasformare una differenza culturale in una colpa morale. Significa evocare la criminalità come categoria simbolica per giustificare la sorveglianza, la sottrazione, la rieducazione
Cultura - di Dijana Pavlovic
Da mesi il caso della cosiddetta “famiglia nel bosco” attira la mia attenzione. Non soltanto per il caso in se, ma perché, sistematicamente, ogni volta che se ne parla, in rete, in televisione, nei commenti, vengono tirati dentro il dibattito rom e sinti. L’argomento è sempre lo stesso: “Come mai togliete i figli a una famiglia per bene, solo perché è diversa, mentre ai rom e sinti non li togliete?” Questo mi ha provocato un lungo rompicapo. Tante domande. Si mettono a confronto due situazioni che non c’entrano nulla una con l’altra. Questa famiglia vive in un bosco per questioni ideologiche, per convinzioni politiche ed educative precise.
Rom e sinti non vivono nei boschi, alcuni vivono nei campi, nelle periferie delle città. Non sono isolati. I figli per lo piu sono iscritti a scuola, crescono e socializzano con tanti altri bambini. Non sono “ideologicamente” rom o sinti. Lo sono e basta. La cosa in comune potrebbe essere soltanto il fatto che, in alcuni casi — e solo alcuni — rom e sinti vivono in condizioni igienico-sanitarie simili, senza acqua corrente, senza servizi. Ma se questa famiglia suscita l’empatia di molti, viene difesa per la sua “diversità radicale”, perché rom e sinti no? C’entra forse il fatto che questa famiglia è anglosassone, che i bambini sono biondi, che non appartengono a un gruppo storicamente discriminato e stigmatizzato?
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Ma quello che mi ha davvero colpito è che la vigilia di Natale, il 24 dicembre, su la Repubblica esce un articolo sul tema scritto da Massimo Ammaniti, stimato psicoanalista. Ci si aspetterebbe un’analisi complessa, rigorosa, capace di mettere in discussione le certezze, interrogare su come la società affronta la diversità. Invece Ammanniti si produce in una riflessione deludente: generica, buonista, paternalista che arriva a una conclusione chiara: lo Stato sa, la famiglia sbaglia, l’esperto giudica, la diversità va corretta. Ed è proprio a questo punto che l’articolo compie il suo passo più grave. Per rafforzare la legittimità dell’intervento statale, Ammaniti scrive: “È quello che si può a volte verificare con i genitori Sinti oppure quelli mafiosi e camorristi che inducono i figli a divenire corrieri della droga.”
Leggo e rileggo. Genitori Sinti. Mafiosi. Camorristi. Sullo stesso piano. Senza distinzioni. Senza specificare cosa farebbero di male i genitori sinti — semplicemente nominati accanto ai criminali, come se l’appartenenza etnica fosse di per sé un fattore di rischio che giustifica l’intervento dello Stato. Non è una metafora infelice. È un atto di produzione di stigma. Significa trasformare una differenza culturale in una colpa morale. Significa evocare la criminalità come categoria simbolica per giustificare la sorveglianza, la sottrazione, la rieducazione. È un gesto tanto più grave perché compiuto da chi parla da una posizione di autorità scientifica. Uno psichiatra dovrebbe sapere che le parole non sono neutre, e che in Italia l’accostamento tra Rom e Sinti e criminalità non è mai stato un errore casuale, ma una costante storica che ha giustificato persecuzioni, schedature e sottrazioni di minori in nome della “tutela”. Qui il paradosso è evidente: mentre si invocano i diritti dei bambini, si ignora che per molti bambini rom e sinti lo Stato e anche la scienza, sono stati storicamente una fonte di trauma, non di protezione. E che proprio l’equivalenza tra devianza culturale e pericolo sociale è uno dei meccanismi fondamentali della violenza istituzionale.
Eppure, anche dal punto di vista rom e sinti, una domanda andrebbe posta, ed è scomoda: esiste davvero un modello educativo neutro? Il modello educativo alternativo scelto da quella famiglia presenta evidenti lacune, svantaggi e conseguenze problematiche. Ma anche il modello considerato “normale” — scuola obbligatoria standardizzata, socializzazione competitiva, valutazione continua, precoce addestramento alla performance — produce effetti collaterali altrettanto documentati. In Italia, secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, la dispersione scolastica supera il 10%, con picchi drammatici in alcune regioni. I tassi di ansia e disagio psicologico tra adolescenti sono in crescita costante: l’Istituto Superiore di Sanità riporta che oltre il 20% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni presenta sintomi di depressione. Il sistema educativo “normale” non protegge tutti allo stesso modo. La differenza è che questi effetti, essendo diffusi e strutturali, non fanno notizia. Sono normalizzati.
È qui che il confronto con modelli educativi minoritari, come quelli presenti in alcune comunità sinte e rom, diventa prezioso. Non perché siano superiori o da imitare, ma perché costringono a pensare. Offrono un punto di vista altro da cui osservare un sistema educativo che non è mai neutro — è sempre espressione di precise scelte politiche ed economiche. Un sistema dal quale, non a caso, sempre più famiglie cercano di fuggire — talvolta in modo estremo, persino ingenuo, ma non per questo automaticamente patologico. Il problema vero è la povertà del pensiero con cui affrontiamo questi casi. La banalità, ormai quasi scientificamente provata, degli interventi pubblici su questioni complesse. La tendenza a medicalizzare la diversità invece di interrogare i fallimenti strutturali delle istituzioni educative e sociali.