L'analisi della giornalista
Israele, così funziona la sua non-democrazia tra persecuzione degli oppositori e abolizione della distinzione dei poteri
L’analisi della giornalista israeliana Amira Hass. Abolizione della distinzione tra i poteri. Passaggio di proprietà dai palestinesi agli israeliani. Persecuzione degli oppositori
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Se c’è un limite, culturale, identitario e a ricasco politico, del movimento che in Israele ha coraggiosamente sfidato il governo di una destra fascistoide e messianica, quel limite lo coglie appieno Amira Hass. Amira Hass la vita dei palestinesi, con il dolore, la sofferenza, le umiliazioni quotidiane, non l’ha solo raccontata in centinaia di reportage, e in libri, che hanno fatto il giro del mondo e che le sono valsi, più che meritatamente, premi e riconoscimenti internazionali; quella vita Amira l’ha vissuta in prima persona, quando ha deciso di trasferirsi per un lungo periodo in Cisgiordania, attirandosi per questo, anche per questo, l’odio, condito da minacce di morte, da parte delle squadracce in armi dei coloni, supportate dall’”esercito più morale al mondo”.
L’opposizione sionista pensa di poter protestare contro la dittatura ignorando i palestinesi: è il titolo dell’analisi pubblicata sul quotidiano israeliano Haaretz. Osserva Hass: “Ancor prima di ricevere il loro soprannome, i manifestanti di Kaplan Street avevano ricevuto numerosi avvertimenti sul fatto che il loro stile di vita agiato, che a loro sembrava incentrato sui valori e democratico, era a rischio. Vari gruppi composti da altri cittadini si sono opposti a loro, cantando altre melodie. Questi gruppi hanno lanciato un SOS basato su fatti, valori ebraici e universali, considerazioni di opportunità, lezioni della storia e buon senso, ma tutto invano. I futuri Kaplanisti non hanno ascoltato o hanno trovato scuse e giustificazioni, senza pensare di esercitare il loro potere finché lo avevano ancora. In altre parole, quando erano centrali e influenti nei sistemi legale ed educativo, nel mondo accademico e nell’economia, nei media e nella pubblica amministrazione. Ora, loro e i loro rappresentanti nei partiti di centro e di destra non bibisti – privati del loro potere – guardano all’Ungheria per capire il processo che permette a Israele di trasformarsi in un regime autoritario, fino a diventare dittatoriale. Ma il modello da emulare, che si è dimostrato efficace e ha aperto la strada alla dittatura per gli ebrei, è proprio sotto i loro occhi. Questo modello si basa su:
1) La distruzione del principio di separazione tra i diversi poteri dello Stato: questo è esattamente ciò che caratterizza il regime militare instaurato nel territorio conquistato nel 1967 e sostenuto da generazioni di governatori militari. In queste aree, il ramo esecutivo detiene anche l’autorità legislativa e giudiziaria. I giuristi dell’esercito, che nessun suddito palestinese ha mai eletto, hanno servito e servono come “legislatori”, tra i cui editti c’è il divieto di manifestare. Nei tribunali militari non c’è alcuna pretesa di rappresentanza. Tutti gli imputati sono palestinesi, mentre tutti i pubblici ministeri e i giudici sono israeliani, di solito ebrei, con alcuni giudici drusi e, ovviamente, alcuni coloni. Generazioni di futuri politici e giuristi sono cresciuti con queste pratiche dittatoriali, assorbendone i principi e costruendo su di essi la loro carriera.
2) Discriminazione materiale a vantaggio di un particolare settore sociale vicino ai governanti a scapito di altri settori: che cos’è se non il regime di espropriazione, che tutti gli apparati israeliani e i politici eletti democraticamente hanno inventato, sviluppato, gestito e oliato, trasferendo ai cittadini ebrei di Israele terre e proprietà appartenenti alla nazione palestinese su entrambi i lati del confine della Linea Verde del 1967? Tutto questo con l’imprimatur dei tribunali, a tutti i livelli.
3) La persecuzione degli oppositori della riforma del regime e l’uso di metodi di polizia e punitivi sproporzionati nei loro confronti: le menti più brillanti di Israele hanno inventato e migliorato metodi per mettere a tacere e allontanare i leader sociali e politici palestinesi, scoraggiando gli altri. Dal divieto di manifestare alle false accuse, dalla detenzione amministrativa, attraverso la custodia cautelare fino alla fine del procedimento giudiziario, all’espulsione.
4) Due pesi e due misure nell’applicazione delle leggi: l’atteggiamento indulgente del sistema giudiziario nei confronti della violenza di un certo tipo di israeliani verso gli altri è iniziato decenni prima dell’avvento di Yariv Levin e Itamar Ben-Gvir, quando le autorità chiudevano un occhio sulla violenza dei coloni”.
E un processo che si dispiega nel tempo e che oggi sembra arrivare alla “soluzione finale”. Rimarca Hass: “Chiunque abbia costruito questa versione originale di non democrazia quando lo Stato è stato fondato, e nel 1967, non ha ascoltato i palestinesi e non ha prestato attenzione agli avvertimenti della sinistra. Né ha imparato dall’esperienza dei giuristi specializzati in diritti umani. Pensavano che la democrazia per gli ebrei avrebbe continuato a prosperare grazie alla nostra giunta militare che governava i palestinesi e rubava le loro terre, e che tutti gli ebrei avrebbero continuato a trarre profitto da entrambi i mondi. I “kaplanisti” continuano a santificare e tenere in grande considerazione un esercito che protegge gli insediamenti e l’espulsione. Per loro, la democrazia è identificata con la partecipazione ai suoi crimini in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Con grande disperazione, la stragrande maggioranza dell’opposizione sionista è ancora convinta che ci si possa opporre a una dittatura sugli ebrei ignorandone le fondamenta, escludendo e boicottando i suoi primi e principali obiettivi: i palestinesi”.