Il direttore di Limes
“Viviamo in un mondo di atomi, non più a guida americana”, le previsioni per il 2026 di Lucio Caracciolo
Il pacifismo di Trump è anche effetto della crisi degli Stati Uniti. L’Occidente esiste ancora come entità culturale, non come entità geopolitica. La Cina “slitta” dentro la Russia
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Un bilancio globale del 2025, anno di guerre, di disordine armato. E le grandi incognite del 2026. Un giro di orizzonte a 360 gradi che l’Unità compie con Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la più “antica”, autorevole, indipendente rivista italiana di geopolitica. Una voce fuori dal “senso unico” del mainstream.
L’anno che sta finendo cosa lascia al 2026?
Il 2025 è stato l’anno dell’inizio di una rivoluzione geopolitica su scala mondiale, determinata dalla crisi americana. Una crisi strutturale, d’identità, che divide la nazione e che ha convinto l’attuale amministrazione, e quella metà di America che l’ha votata, che le utopie universaliste, cioè la trasposizione dell’America su scala mondiale, avevano portato solamente problemi. Avevano favorito il declino della credibilità degli Stati Uniti nel pianeta; avevano contribuito a deindustrializzare l’America. Tutto ciò ha riportato l’America nel mondo dei terrestri. In questo mondo l’America resta probabilmente ancora oggi la numero uno, ma non è più sovraordinata come ieri e non è più in grado di stabilire le regole del gioco e, soprattutto, è un Paese che, prima di ogni altra cosa, intende dedicarsi a curare le proprie ferite.
Questo vuol dire ritirarsi da alcune aree del mondo, magari non completamente; evitare di finire in guerre o guerrette o in operazioni militari inutili se non negative dal punto di vista strategico e, least but not last, dare l’impressione di non essere disponibile a servire interessi altri, per esempio quelli degli europei nella Nato.
- Intervista ad Angelo Bolaffi: “Senza sinistra non c’è Occidente, gli USA di Trump sono un’oligarchia”
- Dal riarmo Ue e Nato al ministero della Guerra di Trump, fino all’Ucraina “porcospino d’acciaio”: il mondo corre verso l’abisso
- Trump all’Onu presenta il suo manifesto fascista per abolire Europa, green e immigrazione: è il modello per Meloni?
Il bipolarismo è tramontato ormai da tempo, roba del secolo scorso. Il multilateralismo è rimasto un’utopia evocata ma mai realmente praticata. Il mondo che ci attende nel 2026 è il mondo di un sempre più marcato disordine globale?
È un mondo in cui, essendo in corso una rivoluzione, non c’è quasi più nulla di certo. Innanzitutto, è un mondo in crescita demografica. Siamo ormai 8 miliardi e 300 milioni, saremmo forse 9 o 10 miliardi alla fine di questo secolo e soprattutto, è un mondo delle diseguaglianze. E quindi, essendo un mondo delle diseguaglianze interconnesse e intercomunicanti, è un mondo in tensione permanente, tra gli Stati ma ancor più dentro gli Stati e dentro le società. Aggiungerei, per quanto riguarda le società che questa parola sta perdendo sempre più senso specialmente in Occidente, nel momento in cui la vita quotidiana, il modo di pensare, il modo di non comunicare è sempre più centrato su noi stessi. Siamo individui, atomi, non partecipiamo che raramente alla vita associata.
Tra le parole che stanno perdendo senso c’è anche quella di “Occidente”?
Da un punto di vista storico-culturale, certamente no. Da un punto di vista geopolitico, certamente sì.
Perché?
Perché i due perni dell’Occidente, quello nordamericano e quello europeo, sono divisi a loro interno e divisi tra loro.
Il 2025 ci lascia il pesante fardello di tanti conflitti in armi irrisolti. In particolare, quello in Palestina e quello in Ucraina. Partiamo dal primo. C’è chi ha “spacciato” il “piano Trump” per Gaza come l’inizio di una pacificazione.
Credo che si debba dare atto a Trump, per quanto riguarda Israele e le sue guerre, di avere comunque relativamente sedato, sottolineo relativamente, il fronte di Gaza. Con anche una certa collaborazione dei media che una volta finita apparentemente l’emergenza, fanno finta che Gaza si sia trasformata per incanto in un luogo di pace e ristoro. Il “pacifismo” di Trump è la derivata geopolitica della presa d’atto della crisi interna degli Stati Uniti, che in Trump ha anche aspetti paradossali…
Quali?
Per esempio, il fatto che egli abbia convocato un vertice di tutti i suoi generali e ammiragli per comunicare loro che non dovevano fare la guerra alla Russia o alla Cina ma al nemico interno. Credo che sia una prima mondiale e non solo in America.
Limes ha dedicato nel corso degli anni, diversi, importanti volumi a Israele, come nessun’altra rivista in Italia. Il titolo di uno di questi volumi è La notte d’Israele. C’è poi un libro di grande successo di Anna Foa dal titolo il Suicidio d’Israele. Come si potrebbe raccontare oggi Israele?
Come uno Stato in profonda crisi di identità. Diviso tra le sue varie e crescenti tribù, con problemi con quasi tutti i suoi vicini ma soprattutto con un problema di coesione interna. In particolare, per la crescita sotto ogni profilo, della comunità ultraortodossa, cioè di una parte della popolazione ebraica d’Israele che non riconosce la legittimità dello Stato d’Israele, è antisionista per motivazioni religiose. Il paradosso, a mio avviso, più interessante di questa crisi è che una delle componenti più filo-israeliane della società israeliana è quella araba. È stato abbastanza impressionante, specialmente per coloro che credono che esista una nazione palestinese, osservare il quasi silenzio degli arabi d’Israele. E non credo che sia solo una questione di opportunismo ma direi anche una questione di insensibilità per i cugini di Gaza. E questo è un problema che dovrebbe far riflettere coloro che considerano non solamente giusto ma anche possibile uno Stato palestinese. Resta il fatto che la situazione a Gaza è ancora assolutamente catastrofica. Non vedo come si possa decentemente ragionare su una ricostruzione quando ancora la gente muore di fame, e di freddo, e quando ancora si spara, un po’ meno ma si continua a sparare. Quanto a Israele, resto convinto che la vera battaglia per la vita o la morte di Israele non è tra lo Stato ebraico e Hamas, ma tra sionisti laici, pragmatici, e supersionisti ultrareligiosi, messianici.
Benjamin Netanyahu è ancora il “re d’Israele”?
No, Netanyahu è messo molto male. Nei primi mesi del 2026 Israele voterà. Vedremo. Certo, quando Trump ha detto quelle dolci parole, intrise nel veleno, “Caro presidente Herzog, per cortesia perdoni Netanyahu”, beh, gli ha dato il colpo di grazia.
L’altro fronte caldo, sotto tutti i punti di vista, resta quello russo-ucraino. Qual è a suo avviso lo scenario più realistico che c’è da attendersi per il 2026?
Quello più realistico, che certamente non è ottimale, è una tregua che chiameremo pace, che dovrebbe sfociare in una partizione dell’Ucraina con il Donbass e la Crimea in mano russa, e il resto sotto Kiev. Ma questa partizione non sarebbe, a mio avviso, che provvisoria. Potrebbe essere, nella migliore delle ipotesi, una lunga tregua. Questo perché innanzitutto quel che resta dell’Ucraina è veramente poco, in termini geografici, soprattutto, in termini di autonomia delle risorse, non soltanto militari ma anche economiche, finanziarie e quant’altro, e anche in termini di rivalità interne, perché sta ricominciando la lotta politica dentro l’Ucraina, come dovrebbe essere normale se non fosse che essa avviene ancora sulla base di antichi schemi di oligarchi e gruppi di potere contro i quali le rivolte popolari di euro-Maidan si erano dirette, con risultati certamente non positivi. E dall’altra parte, la Russia secondo me continuerà a coltivare ambizioni di espansione, in particolare verso Odessa e Karkiv, e quindi considererà questa linea di tregua, se sarà lungo il Donbass, una linea provvisoria, destinata, magari tra cinque o dieci anni, ad essere “corretta”, inglobando anche il resto dell’Ucraina fino al fiume Dnepr, se non addirittura Kiev.
In tutto questo, Zelensky? Il presidente ucraino si è detto pronto a nuove elezioni, fortemente sollecitate da Trump.
Francamente mi pare molto difficile andare nella situazione attuale al voto. Quello che mi pare abbastanza evidente è che la parabola di Zelensky ormai va verso la fine, nel senso che tutte queste inchieste sulla corruzione che hanno colpito il suo braccio destro, Andriy Yermak, e altra gente attorno a lui, siano un chiaro messaggio al presidente: attento che il prossimo sei tu. Un messaggio lanciato da Trump e che Putin sottoscriverebbe subito e in pieno. Putin non vorrebbe mai sedersi al tavolo negoziale con Zelensky, con chiunque altro tranne che con lui.
Trump può preparare e magari anche imporre un tavolo negoziale ma alla fine la pace la dovranno fare gli ucraini e i russi. Gli ucraini si sono dimostrati un popolo orgoglioso, che ha combattuto eroicamente ma che nel frattempo si è dimezzato. Questo è il vero problema. Alla fine di questa guerra avremo un Paese, l’Ucraina, non solo devastato dal punto di vista infrastrutturale, ma un Paese in cui buona parte della popolazione è andata fuori e non rientra perché le condizioni di vita in Ucraina non lo permettono oggi e per un tempo indefinibile.
La Russia può o deve essere considerata ancora Europa?
La Russia non è considerata Europa e non si è mai considerata Europa proprio perché è la Russia. Però la Russia ha avuto sempre una élite di cultura filoeuropea, anche se molto orgogliosa di se stessa e soprattutto ha partecipato nell’ultimo paio di secoli a un sistema geopolitico europeo. La novità strategica della guerra di Ucraina, quella che resterà davvero nei libri di storia, è lo slittamento della Russia verso la Cina, o meglio lo slittamento della Cina dentro la Russia. Dal 2014 Putin ha deciso di non poter più aspettarsi nulla dall’Occidente, in particolare da noi europei, quindi ha virato, in primis per sostenere l’invasione dell’Ucraina, sulla protezione cinese. Nessuno dei due oggi ha voglia di mollare la presa, in qualche misura la Russia continuerà ad avere bisogno dei cinesi per il prossimo futuro, non solamente bellico, e la Cina è molto interessata a penetrare lo spazio russo e quello post-sovietico in Asia centrale, togliendo quindi a Mosca una quota rilevante di potere in quello che considerava il proprio giardino di casa. E’ immaginabile che la Russia possa, in qualche modo, riconnettersi al sistema geopolitico europeo? Non lo si può escludere. Il problema è che anche noi, noi europei, siamo divisi come mai e la guerra di Ucraina ha contributo ad evidenziare ulteriormente le faglie che ci separano.
Quando usa il “noi” per definire noi europei, lo fa semplicemente per un riferimento geografico o perché ancora coltiva qualche speranza che quel “noi” divenga una soggettività politica?
Non coltivo alcuna speranza di soggettività politica per l’Europa perché contraddirebbe tutta quanta la storia universale. Ci sarà pure un motivo per cui non è mai nato un soggetto geopolitico l’Europa, e cioè il fatto che in Europa, continente geograficamente molto piccolo, si concentra una quantità di nazioni sin troppo cariche di storie, di orgoglio, di memorie imperiali e soprattutto di guerre combattute gli uni contro gli altri, sedate, ed è il caso di riconoscerlo, soprattutto grazie alla partizione dell’Europa tra americani e sovietici, con noi italiani caduti fortunosamente dalla parte migliore.
Per restare ancora sul fronte ucraino. L’ambizione di Kiev di entrare a far parte della Nato…
Vede, qui c’è un aspetto, insieme tragico e comico, in questa dolorosa vicenda.
Quale?
Beh, se per caso ammettessimo l’Ucraina nella Nato, sarebbe la fine della Nato. È pur vero che la Nato è già abbastanza finita, ma sarebbe il colpo di grazia. Solo che Putin sembra rimasto un po’ indietro. Chi garantirebbe l’articolo 5 all’Ucraina? Non c’è un solo Paese in Europa disposto a farlo.
Limes non ha dimenticato che il mondo non si ferma all’Europa o all’Occidente ma che abbraccia anche altri continenti. Uno di questi è l’Africa. Cosa è oggi quell’immenso continente che troppo spesso, sbagliando per semplificazione, guardiamo come fosse un tutt’uno?
Per gli europei in generale ma per noi italiani in particolare, l’Africa è e sarà sempre più importante nel suo complesso, anche se bisogna distinguere il Nord Africa e il Sahel, che sono aree di diretta importanza per noi, per la prossimità geografica, per le rotte migratorie, per l’approvvigionamento energetico e per quant’altro. Qui l’Italia sta cercando di costruirsi un suo spazio nella contesa tra le maggiori potenze sulle risorse materiali e umane dell’Africa, quasi si ripetesse con attori diversi e in modi diversi, il famoso scramble for Africa dell’800. Solo che questa volta il protagonista centrale è la Cina e l’Italia per ora è una comparsa. Sotto questo profilo, se provassimo a dare sostanza al “Piano Mattei”, ma soprattutto se provassimo di nuovo a occuparci di Africa in tutti i sensi, quindi riconnettendo gli africani agli italiani, in particolari quelli del Nord…
In che modo?
Ad esempio, attraverso un sistema migratorio che non li costringa a tuffarsi nel Mediterraneo, con una fine spesso tragica, ma costruisca canali di scambio ordinario di popolazioni, credo che questo sarebbe qualcosa di positivo, anche perché, obiettivamente, di alternative migliori non ne vedo.
Nella tanto vituperata, ma oggi da molti rimpianta, prima Repubblica, la politica estera del nostro Paese aveva un profilo alto, forse perché tali erano i suoi protagonisti. Oggi come potremmo definire la sua statura?
Non vedo nessun dibattito politico sulla politica estera italiana, e questo è sicuramente un arretramento, innanzitutto culturale rispetto alla prima Repubblica. Soprattutto non vedo né la capacità né l’interesse a costruire posizioni italiane, cioè non solamente di una parte o dell’altra, del governo o dell’opposizione, sulle grandi questioni che ci toccano, a cominciare dalle guerre vicine al nostro Paese.
All’oste non si chiede mai se il vino è buono. Lo faccio io che in questo caso sono l’avventore. Limes è stata sin dal suo inizio, nel 1993, un tentativo riuscito di ragionare in termini liberi e plurali su di un mondo che cambiava in modo spesso disordinato e violento. Le chiedo, anche alla luce di recenti polemiche, è così difficile mantenere questa rotta?
No, no. Noi cerchiamo di mantenere e migliorare la nostra rivista, intanto perché pensiamo che possa essere utile ad alimentare una conoscenza e poi anche un dibattito nazionale sulle questioni che ci toccano più da vicino e che oggi sono questioni di guerra o di pace.
E poi perché ci divertiamo a farlo.