La sbornia militarista si impadronisce della destra
Meloni vuole pure lo scudo spaziale, Lega e Forza Italia furiosi: la corsa alle armi spacca la destra
Crosetto annuncia che il governo parteciperà al progetto Ue dal costo folle di 4,4 miliardi all’anno. Ma Tajani non ci sta: “No alla demagogia”. E Salvini si scaglia contro l’acquisto di armi dagli Usa
Politica - di David Romoli
Come se il dossier armi, per l’Ucraina, per la Nato e per l’Italia stessa, non fosse già abbastanza folto e pieno anche di contrasti, il ministro Crosetto, in audizione di fronte alle commissioni Difesa congiunte di Camera e Senato, aggiunge altra carne al fuoco e si tratta di carne costosa. Parla infatti di “una difesa che non abbiamo mai avuto e alla quale non possiamo più rinunciare e che complessivamente assorbe investimenti per 4,4 miliardi annui”. Si chiama “scudo spaziale”, per gli amici “Michelangelo Dome” come è stato battezzato il medesimo sistema a livello europeo. Trattasi, illustra il ministro della Difesa, “non di un singolo sistema ma di un ecosistema, un’architettura protettiva che integra superiorità aerospaziale, difesa missilistica e, in prospettiva, anche antidrone”.
Il collega Tajani, ministro degli Esteri, commenta con un certo gelo: “Se ne parlerà. Vedremo. La sicurezza è un tema che va affrontato con grande serietà e senza demagogia”. Che qualcosa a Tajani non sia piaciuto è palese. Non è detto però che si tratti del progetto in sé. A contrariare il vicepremier potrebbe essere stato il fatto che lo scudo spaziale, dal costo decisamente rilevante, non è stato discusso né da lui né da altri ministri. Alla Difesa però si giustificano facilmente: “Il ministero non dice cosa si farà ma cosa secondo i tecnici dovrebbe essere fatto. Altra cosa è naturalmente la decisione politica e la scelta del Parlamento. Il ministro ha solo detto che questo è quel che serve”. La scelta politica, in questo caso, si identifica senza remissioni con quella economica. Il problema è che la corsa al riarmo costa e costa molto e a pagarla è il popolo votante.
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È proprio la sensazione, probabilmente fondata, che detto popolo sia stanco di sborsare per la difesa dell’Ucraina in una guerra che buona parte dell’opinione pubblica considera, a torto o a ragione, ormai persa che rafforza le posizioni della Lega, in controtendenza sempre più aperta con quelle degli alleati e della premier. Giorgia ha assicurato che la proroga del decreto che permette di inviare aiuti all’Ucraina, prevista per ieri e slittata proprio per l’opposizione della Lega, arriverà di certo in tempo utile, prima cioè della fine dell’anno: “Ci saranno parecchie riunioni del cdm entro quel termine”, segnala la premier. La Lega però insiste, propone di modificare in parte o di rinviare.
Non si può fare, perché l’Europa la prenderebbe malissimo e Mattarella forse ancora peggio. Così Tajani si spazientisce e sbotta: “Salvini può dire quello che vuole ma la politica estera è competenza della premier e mia. Lei ha già detto che il decreto si farà entro l’anno e io sono d’accordo”.
Infatti le cose andranno proprio così e i leghisti ne sono pienamente consapevoli. Se puntano i piedi non è per averla vinta ma per occupare la postazione “pacifista”, che ritengono probabilmente a ragione oggi maggioritaria anche tra l’elettorato di destra, e per avere gioco più facile su tutti gli altri tavoli aperti. Il decreto è infatti un aspetto tanto vistoso quanto poco consistente a differenza dei numerosi altri.
Tra questi il principale, perché il più urgente, è quello degli asset russi depositati in Belgio. In Europa tutti vogliono usarli per finanziare lo sforzo bellico ucraino, però nessuno sa come fare. Giuridicamente è impossibile prelevare forzosamente quei fondi, 185 miliardi della Banca centrale russa depositati presso la società Euroclear dei quali 140 andrebbero prelevati, se non sotto forma di prestito, che però in qualche modo va garantito. La Bce si è tirata indietro, i singoli Stati non hanno alcuna intenzione di rischiare, il Belgio è tanto contrario a qualsiasi atto di forza da destare il sospetto, chissà se fondato, di avere per questo dato tanto risalto all’arresto di Federica Mogherini, che peraltro si è dimessa ieri dalla carica di rettrice del Collegio d’Europa.
Tajani, si sa, ha la sua proposta e l’ha ribadita a voce alta anche ieri: “Noi siamo contrari alla riforma del Mes, però intanto quei fondi ci sono e si potrebbero adoperare come garanzia per gli asset russi”. Anche in questo caso la Lega non tarda a incrociare le lame: “Tajani deve essere stato male interpretato. Non posso credere che abbia fatto una simile proposta senza parlarne prima con il resto del governo”. Per la Lega gli asset russi non devono essere toccati: distanza massima, insomma. L’idea del ministro è in effetti peregrina. La soluzione del rebus è lontana, anche se in teoria dovrebbe essere trovata entro la riunione del Consiglio europeo del 18 dicembre. A complicare le cose è arrivato il rilancio di Mosca, che fa sapere di considerare la vicenda degli asset “un casus belli”.
Ultima voce in capitolo il programma Nato di acquisto europeo di armi americane da inviare poi a Kiev. Lì la Lega, da sempre contrarissima, ha quasi vinto la sua battaglia. L’intero governo gioca a prendere tempo, sottolinea che l’Italia ha già inviato 12 pacchetti di aiuti militari in proprio. Che bisogno c’è di comprare armi a stelle e strisce?