Il leader dell’area liberal Pd

Intervista a Enrico Morando: “Un partito di centro? C’è già il Pd”

«La guida del paese è e resta contendibile, se il centrosinistra riesce a costruire un’offerta politica degna di questo nome può vincere le politiche. In questi tre anni di opposizione a Meloni, abbiamo riconosciuto priorità alle alleanze politiche»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

4 Dicembre 2025 alle 18:00

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Photo credits: Alessia Mastropietro/Imagoeconomica
Photo credits: Alessia Mastropietro/Imagoeconomica

Enrico Morando, leader dell’area liberal del Partito democratico e presidente dell’Associazione Libertà Eguale, già Viceministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Renzi e Gentiloni.

I risultati delle regionali dicono che la partita delle politiche è aperta e che la guida del Paese è contendibile. Una lettura troppo ottimistica?
Che la guida del Paese fosse contendibile era dimostrato anche dai risultati delle ultime elezioni politiche, quelle del 2022. Gli elettori italiani che hanno scelto le forze politiche del destracentro sono stati meno numerosi di quelli che, lo stesso giorno, votarono per partiti che si sono poi collocati all’opposizione. Lo schieramento guidato da Meloni ha vinto non perché godesse della maggioranza dei voti degli italiani, ma perché aveva un accettabile grado di coesione di partiti diversi attorno ad un partito a vocazione maggioritaria, che assicurava alla coalizione la gran parte del consenso elettorale e la sostanza del profilo politico programmatico (il nazionalsovranismo), incarnato dal leader, al tempo stesso guida e garanzia della tenuta dell’alleanza. I partiti dell’opposizione hanno perso non perché fossero minoranza nel Paese, ma perché non sono stati in grado di partecipare alle elezioni come una coalizione credibile per il governo del Paese. Come ha fatto rilevare Salvatore Vassallo, tutte le elezioni regionali svolte dal 2022 ad oggi -comprese le ultime tre: Veneto, Puglia e Campania-, hanno fatto emergere la sostanziale stabilità dell’elettorato italiano. Quindi, sì, la guida del Paese era e resta contendibile. L’azione del Governo non ha determinato una significativa crescita del consenso per i partiti del destracentro, che sono elettoralmente molto forti, ma restano una minoranza. Che fosse già così nel 2022 non rende meno importante questa constatazione: non si poteva infatti escludere che la prova del governo -per Meloni e la sua maggioranza- determinasse un allargamento del consenso elettorale. Le elezioni regionali ci dicono che non è successo. Il centrosinistra, se riesce a costruire un’offerta politica degna di questo nome (quella che non c’era nel 2022), può vincere le prossime elezioni politiche.

Cosa intende per “offerta politica degna di questo nome“?
Una visione sul futuro del Paese che garantisca sicurezza a tutti i cittadini italiani ed europei, in primo luogo contro le minacce esterne, a partire da quella della Russia; un programma economico incentrato sul tema della crescita come condizione del benessere diffuso, a partire da salari più giusti e più rapportati alla produttività (cioè, al contributo che i lavoratori forniscono alla crescita); un assetto istituzionale che garantisca rappresentanza e capacità/possibilità di decidere; una coalizione di partiti diversi, organizzata attorno a quello che ne costituisce l’asse portante, per vocazione soggettiva e livello di consenso; un leader che incarni tutto questo di fronte agli elettori, così che la promessa di stabilità sia garanzia di realizzazione del programma, non mera aspirazione a durare nel tempo.

Mi sembra di cogliere nelle sue parole un giudizio critico sull’attuale stato dell’offerta politica del centrosinistra…
Non sbaglia. In questi tre anni di opposizione a Meloni, consapevoli dei dati di cui abbiamo già parlato, abbiamo riconosciuto priorità alle alleanze politiche: tutti dentro, per vincere. Bene, ma come si portano e si tengono “tutti dentro“? La mia opinione è che -se davvero vogliamo, come dobbiamo, raggiungere l’agognata unità- sia indispensabile far agire -nel centrosinistra- una forza centripeta: un partito a vocazione maggioritaria che, per definizione, si propone di riconoscere priorità assoluta, nell’agenda, ai problemi avvertiti come tali dalla grande maggioranza dei cittadini, e non a questioni identitarie che, per quanto importanti e degne di attenzione e impegno, non sono altrettanto “popolari”. Un partito che, sulle questioni costituzionali, è consapevole di dover sistematicamente ricercare la convergenza con l’avversario (la Costituzione si cambia insieme). Un partito che, in Europa, è parte essenziale di quell’intesa tra europeisti che sola può ostacolare l’iniziativa sovranista di chi -idolatrando il diritto di veto- mina l’Unione dall’interno, impedendole di agire come un soggetto unitario nel mondo tornato pieno di insidie e di minacce. Quasi nessuno nega che nel centrosinistra ci voglia un soggetto che svolga questa funzione. Ma c’è chi si ostina a ritenere che questa funzione, nel centrosinistra, possa essere svolta da un partito “di centro “, per consentire che il Pd-il maggiore partito della possibile coalizione- possa dedicarsi a fare la sua parte di forza “di sinistra “. Che nella coalizione possano (e debbano) esserci forze che si autodefiniscono più di “centro “, o più “moderate “, o più “riformiste “, è certamente utile.
Che questa sia la risposta alla questione di cui sto parlando mi sembra decisamente improbabile. Anche i risultati delle elezioni locali -dal 2022 ad oggi-, dimostrano che questo schema di divisione del lavoro non funziona: nella gran parte delle Regioni e dei Comuni in cui ha vinto la coalizione progressista, è stato il Pd il partito di gran lunga più “attrattivo” ed è stato il Pd, anche dove le forze di centro sono andate bene, a svolgere la necessaria funzione centripeta, a partire da formidabili candidati sindaci e presidenti.

In Campania il candidato Presidente era Fico, non un esponente del Pd…
Certo. Fico è stato un ottimo candidato. Ma il risultato del M5S lascia pochi dubbi sul fatto che il Pd abbia svolto anche in quella Regione una funzione centrale perché “attrattiva”, sia verso gli elettori, sia verso gli altri partiti della coalizione. È l’ennesima dimostrazione che, per vincere, bisogna che il partito più grande senta su di sé la responsabilità di unire la coalizione, ma la eserciti non inseguendo gli alleati potenziali, ma facendosi inseguire, per la forza delle sue soluzioni ai problemi del Paese, per la radicalità e il realismo delle sue proposte di cambiamento, per la capacità di mantenere i piedi ben piantati nella realtà così com’è, anche quando non piace.

Un Paese che si rispetti e che venga rispettato sulla scena internazionale, a partire dall’Europa, dovrebbe avere una politica estera coerente sulle grandi questioni come la soluzione dei conflitti, dall’Ucraina alla Palestina, e nelle relazioni transatlantiche. Qualcosa che l’Italia e l’Europa non sembrano possedere. È così?
Come ha scritto Giorgio Tonini, l’Europa è un erbivoro in un mondo di carnivori. Per sopravvivere, non è necessario che muti la sua natura, diventando a sua volta carnivoro. Ci sono erbivori ed erbivori: ci sono i conigli e ci sono i tori. Ce lo ricorda la mitologia: Europa è la bellissima fanciulla fenicia che si innamora di Zeus che-presentandosi sotto le sembianze di un toro-, la convince a seguirlo per la sua “mansuetudine “. Il toro è certamente un erbivoro, ma è dotato di grande capacità di deterrenza: le sue robuste ed appuntite corna. Corna che stanno ben piantate sulla sua testa. La difesa c’è, perché c’è testa (politica). Senza la seconda, non c’è la prima. Da quando la minaccia si è fatta più grave, con l’aggressione all’Ucraina, l’Unione non è stata ferma, paralizzata dalla paura e dalle sue interne contraddizioni. Ha reagito: l’Unione e il Regno Unito hanno fornito alla resistenza Ucraina un contributo che, in valore monetario, ha superato quello degli USA. Anche in queste ore, quando Trump è sembrato pronto a riconoscere a Putin una vittoria che non ha ottenuto sul campo, l’Ucraina ha potuto contare sull’Europa per modificare gran parte dell’accordo/cedimento. Non è dunque vero che l’Europa non può nulla. Ha potuto e può molto. Ma resta da sciogliere il nodo strategico: aiutare con ogni mezzo e per tutto il tempo necessario l’Ucraina a resistere è il primo passo per costruire un’autonoma capacità di deterrenza. Il pilastro europeo della Nato deve diventare rapidamente una realtà. Ma non può nascere se ogni Stato membro ha diritto di frapporre il veto. Meloni è stata chiara: no al voto a maggioranza. Qui c’è lo spazio per una grande battaglia di opposizione, in Italia contro Meloni e in Europa contro i sovranisti. Nell’immediato, questa battaglia passa per il sostegno convinto al tentativo dei paesi “volenterosi”.

Trump che fa e disfa alleanze, nel disordine globale muore l’agognato multilateralismo.
Ora abbiamo una plastica dimostrazione di cosa volesse dire “America first “. È un sistema di idee e di scelte -la divisione del mondo in aree di influenza, la chiusura protezionistica coi dazi, il rifiuto sprezzante “dell’alleanza tra le democrazie” di Biden -che crea pericolose occasioni di intesa con le autocrazie e fa degli Stati Uniti, un tempo nazione “indispensabile”, una nazione “estrattiva”. L’avvio di una controtendenza è ancora possibile ed è in mano all’Europa e agli elettori americani. Della prima ho già detto. Dai secondi, con le elezioni a New York, in Virginia e nel New Jersey, giunge qualche segnale di speranza.

Dopo le regionali, il prossimo appuntamento col voto è quello del referendum sull’ordinamento giudiziario. Su questo il dibattito anche nel Pd è aperto. Lei come la pensa?
Penso che la separazione delle carriere tra requirenti e giudicanti sia coessenziale a riforme che la sinistra ha tenacemente voluto e perseguito in questi ultimi decenni: prima il processo penale di tipo accusatorio, poi la riforma dell’articolo 111 della Costituzione, con l’introduzione del principio del giusto processo, secondo il quale il processo non è effettivamente “giusto“ se non si svolge nel contraddittorio tra accusa e difesa, su di un piano di effettiva parità, di fronte al giudice effettivamente “terzo“. E se giudice e accusa sono “colleghi “, la terzietà è messa in discussione, ben al di là delle buone o cattive intenzioni dei singoli operatori. È vero che la riforma contiene soluzioni che non condivido (il sorteggio per i Csm, che ha un sapore fastidioso di demagogia e di “uno vale uno “); ma questo non mi induce a respingere la separazione delle carriere. È necessaria, dunque voterò sì al referendum.

4 Dicembre 2025

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