Musica
Ritorno a Sarajevo, “Tata” di Il Guru tra ricordo e sevdalinka: “Safari per cecchini occidentali? Lì lo sanno tutti”
Quando il rap riesce a coniugarsi con il folk: a vent'anni dall'ultima volta, il viaggio doloroso ma anche rivelatorio del rapper friulano. La canzone
Esteri - di Antonio Lamorte
Papà dice che si va, si parte insieme. E verso un altro mondo, anche se i bambini lì hanno visto la guerra, anche se giocano in mezzo alle macerie: non esiste avventura più grande di quella con papà. “Parliamo della fine degli anni Novanta, subito dopo l’assedio insomma. Era un mondo completamente diverso”. E lo poteva capire anche un bambino, e lo capisce ancor di più oggi Antony Pali, in arte Il Guru, che ci ha messo vent’anni per tornare di nuovo a Sarajevo e alla fine ne ha fatto quello che i rapper fanno con i viaggi, i posti, la musica che vive in quei posti, la vita: barre, rime, beat, flow. Canzoni insomma.
Ha appena pubblicato Tata (Sarajevo). E non era detto, perché non era facile quel viaggio, non lo era tornare a Sarajevo. Chi può dire se Antony Pali, nato nel 1988 a Udine da padre friulano e mamma colombiana, sarebbe diventato Il Guru senza quella musica spacciata e afferrata per caso e illegalmente in mezzo alle bancarelle in un Paese straniero? Fatto sta che a 17 anni ha cominciato a fare rap in provincia, si è trasferito a Milano, ha pubblicato gli album Sangue Nero, Il Figliol Prodigo, LUCE in cui ha coinvolto musicisti jazz. Non era mai tornato in Bosnia per quasi vent’anni. Lo ha fatto di nuovo e per la prima volta la scorsa estate.
Tata in bosniaco vuol dire papà.
Mio padre lavorava nell’import-export del legname dall’Est Europa. Croazia, Bosnia. Partiva e si faceva qualche settimana, un mese lì. A volte mi portava con lui e io mi immergevo in questo mondo.
Che mondo era?
Della guerra avevo la concezione che può avere un bambino che non l’ha mai vista, mio padre me ne parlava. Non che fossimo ricchi, ma quando arrivavo lì avevo quell’impressione. Lì ho cominciato a vivere le mie prime libertà, la prima autonomia. Prendevo le corriere per arrivare in città, ho conosciuto amici, frequentato delle ragazze. E in più lì vendevano tutti i dischi piratati di rap americano perché c’erano le basi militari, in una piccola realtà non avrei mai potuto trovarli.
E quest’anno, per la prima volta, ha deciso di tornare a Sarajevo.
Ho avuto un’altra prospettiva del tutto, ho visto il dolore ma anche la grandissima forza di quel popolo, che noi non avremo mai. Ma ci sono dei drammi che si portano avanti, a Mostar ho visto scuole ancora separate tra bosgnacchi, serbi e croati, vanno a orari diversi all’interno della stessa scuola. Penso a Gaza, per esempio, non si vuol vedere fino a quando non diventa di nuovo cronaca, altrimenti giriamo lo sguardo. Loro lì sanno della via dei cecchini, è una cosa che si sa, del safari dei cecchini. Ho conosciuto ragazzi, miei coetanei. Per loro era normale giocare tra le macerie, a fare i soldati quando i soldati erano ancora in città. Alcuni mi hanno raccontato di aver capito quando sono andati a studiare all’estero: i coetanei dicevano che giocavano ai videogiochi, loro a schivare le pallottole.
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E quel viaggio l’ha ispirata, quando è tornato ha scritto Tata (Sarajevo).
Era un bisogno personale quello di tornare, c’era una componente di memoria e nostalgia. Ho ritrovato i vicini di casa di mio padre, mi hanno accolto in casa e abbiamo mangiato insieme, è stato come se non fosse passato un momento, come una riunificazione. È stato un viaggio che mi ha fatto bene per chiudere determinati cerchi. Mio padre è stato male proprio mentre tornava dalla Bosnia. È morto quando avevo 17 anni. E quel giorno la mia vita si è fermata. Per vent’anni ho provato a fuggire da quel trauma, bruciando ogni ricordo.
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La canzone parla a e di Tata. “Sarà vero sarà vero sarà vero, che il mio cuore era rimasto a Sarajevo”. Allo stesso tempo si allunga come un ponte tra il passato e il presente. Dice molto della metabolizzazione di una perdita. “Ho perso tutto ho perso tutto ho perso tutto là, ma ora quel tutto ritorna, mi dà nuova linfa”. E infine realizza un rapporto anche musicale con quella terra: ha inserito la sevdalinka, una specie di blues dei Balcani germinato in un ambiente urbano musulmano.
È un genere antico di centinaia di anni che lì è ancora vivo. La stessa parola ha origini etimologiche che rimandano a un sentimento di saudade. È nostalgia, malinconia, amore. Lì si suona ancora. Stanno provando a renderlo Patrimonio dell’Umanità Unesco.
Questo innesto fa parte del paesaggio della canzone, il ritmo ossessivo del folk che si presta bene alle necessità del rap, l’urgenza espressiva che solo una storia dietro può far percepire in una canzone. È anche a queste emozioni che parla la musica?
Tata è anche un gesto d’amore verso quelle persone che mi hanno aperto la porta di casa. Scelgo di fare musica che abbia qualcosa da lasciare, che abbia un messaggio. Non bisogna parlare del male per fare pena, bisogna parlare del male per portare luce anche nelle ombre della quotidianità. È una necessità innanzitutto personale, impellente. Continuerò a parlare di queste cose, questo viaggio mi ha ispirato altra musica.