Il concerto degli inti-illimani a Roma
Concerto degli Inti-Illimani a Roma, sala strapiena al Teatro Olimpico
Non manca un momento prosaico dove il Cile abbraccia Testaccio: quando il narratore chiede a Marcelo, cosa ti manca di Roma? Subito qualcuno dal pubblico dà la risposta: “la pajata“! Venceremos?
Spettacoli - di Fulvio Abbate
Il concerto degli Inti-Illimani si è appena concluso… Lascio la sala, ho già alle spalle il Teatro Olimpico, faccio ritorno a casa, solo silenzio, la sera del quartiere Flaminio, residenziale “borghese”, quieto accostato al Tevere e ai suoi circoli nautici, d’improvviso lo schermo del cellulare viene conquistato dalla luce, c’è un messaggio WhatsApp: Carolina, Carolina Patino, un’amica, cilena, attrice, a casa sua, a Santiago, Pablo Neruda era persona di famiglia, scopro con stupore che anche lei, proprio Carolina, era in sala, e ha appena voluto condividere con l’amico un breve video girato poco prima: gli Inti-Illimani, El pueblo unido jamás será vencido. Decido di tornare indietro a la raggiungo.
Nel capannello della memoria che si è formato davanti all’ingresso del teatro, Carolina ha gli occhi lucidi, gli occhi di ragazza cilena a Roma, la sua casa è a pochi passi da Porta San Paolo, dove la nostra Resistenza ha avuto il suo cominciamento in armi, il 10 settembre del 1943, lì si erano raccolti i primi improvvisati partigiani. Le storie che si accostano, si abbracciano, la “nostra” guerra di Liberazione, il canto ininterrotto della lotta in Cile contro i generali golpisti; la faccia truce, cimiteriale, fascista di Pinochet. Carolina è in quella storia, in quel canto… Cerco (usando un’espressione analitica, eppure “emozionale”, che dobbiamo a un semiologo, Roland Barthes) il “punctum” dell’evento spettacolare, collettivo, coralmente “politico” di cui ho appena fatto parte insieme a molte altre “anime”, con l’intento di preservare le lucide armi della memoria, e infine, ben al di là d’ogni eco perfino derisorio che si è raccolta intorno alla leggenda canora degli Inti-Illimani (Vedi: “La musica andina, che noia mortale, sono più di tre anni che si ripete sempre uguale”, Lucio Dalla dixit, cantando, e ancora: “La voglio come Biancaneve coi sette nani, noiosa come una canzone degli Inti-Illimani” Roberto Vecchioni) ricordo di averlo trovato proprio nell’attimo in cui i fratelli Coulon e il resto della band donano all’attesa di tutti proprio quel brano, quell’inno, sorta di Miracolo dell’Ostia per chi ancora adesso abbia contezza memoriale della tragica e insieme eroica fine di Salvador Allende nel Palazzo della Moneda, mitragliato dall’aviazione del generale golpista Augusto Pinochet, è proprio quel momento cerimoniale, ripeto, atteso con impazienza, come fosse cibo simbolico di una nozione d’incanto corale di lotta condivisa.
- Storia del golpe in Cile e dell’assassino di Salvador Allende e dei suoi fedelissimi
- Storia dell’altro 11 settembre: quando nel 1973 USA e Pinochet deposero Allende in Cile
- Inti Illimani, quel treno immaginario in viaggio dal Cile all’Italia: “El pueblo ancora unido? Le manifestazioni per Gaza danno speranza”
In sala, lì al Teatro Olimpico, al momento della strofa finale dell’Inno, ho visto, sì, pugni chiusi sollevarsi a scandire catarticamente, “coperta di Linus” melodica del sogno infranto del socialismo democratico nell’America Latina, ma ancora di più non c’era modo di scorgere centinaia (dimenticavo: la sala era strapiena, tutto esaurito) di cellulari cercare con il proprio mirino ideale di trattenere quel canto e quelle immagini, come fossero, non sembri un paradosso mortuario, un lucente sarcofago, appunto, della memoria “civile”, da custodire, portare con sé, come direbbe Pasolini, “nella lunga serie di notti in cui marcia senza bandiere la vita”, così da chi si è riconosciuto e ancora adesso persiste con il ricordo nei vessilli e i murales di Unidad Popular, la coalizione che portò al governo proprio il “compañero” Salvador Allende, medico, massone; l’ascia degli “indigeni” andini nel simbolo del suo Partito socialista. Da cucire e custodire magari insieme alle sue ultime parole pronunciate da Radio Maganalles mentre le mitragliatrici dei traditori già crepitavano sfregiando la facciata, eccole: “Seguramente Radio Magallanes será acallada y el metal tranquilo de mi voz no llegará a ustedes. No importa. Lo seguirán oyendo. Siempre estaré junto a ustedes. Por lo menos, mi recuerdo será el de un hombre digno que fue leal a la lealtad de los trabajadores”. Leggi: “Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi. Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.”
Accompagnato da “un treno immaginario che attraversa il mondo intero collegando l’Italia con il Cile. Il treno dei desideri passa per Firenze, Roma, Bucarest e Berlino e in ognuna delle fermate sale qualcuno”. Ad accompagnare gli Inti-Illimani il cantautore fiorentino Giulio Wilson e lo scrittore e sociologo Federico Bonadonna, con loro, protagonisti, i fratelli Jorge e Marcelo Coulon, fondatori del complesso cileno. Per restituire, sì, il canto insieme ai ricordi di sessant’anni di attività del gruppo: il primo disco del 1967, l’omaggio a Violeta Parra e Victor Jara, i giorni del golpe un 11 settembre del 1973, l’esilio a Genzano, il ritorno in patria. Spettacolo teatrale e insieme cerimoniale, le Ande e gli strumenti precolombiani che le sono propri: flauti di pan, rondador, charango, quena…
Da Gracias a la vida a El Aparecido a, va da sé, El Pueblo Unido Jamas serà vencido, all’omaggio a Nicola Di Bari con Il cuore è uno zingaro. Tornando finalmente a casa, altrettanto risuona intatto el metal tranquilo della voce di Allende e di un popolo rimasto in piedi, con i suoi ponchos, così l’infranto per pochi attimi si ricompone. Non manca un momento prosaico dove il Cile abbraccia Testaccio: quando il narratore chiede a Marcelo, cosa ti manca di Roma? Subito qualcuno dal pubblico dà la risposta: “la pajata“! Venceremos?