Le gemelle tedesche che l'Italia volle adottare
Addio alle gemelle Kessler, unite anche nella morte: quelle gambe erano un compasso del mondo
Alice ed Ellen sono morte insieme, presumibilmente per suicidio assistito, a 89 anni, nella loro casa in Germania. Nel testamento avevano chiesto che le loro ceneri fossero conservate nella stessa urna
Spettacoli - di Fulvio Abbate
Continueremo a immaginarle eterne, Alice ed Ellen Kessler, morte insieme, presumibilmente per suicidio assistito, nella loro casa in Germania, a 89 anni. Erano per definizione, se non antonomasia catodica, le Gemelle, le stesse cui Totò, principe de Curtis di Bisanzio e molto altro ancora, accostandole furtivo sotto la volta di Studio Uno, nel bianco e nero ancora intatto degli anni Sessanta, confidenzialmente, crudelmente, sarcasticamente si rivolgeva con un “Care Kesselring…”, giocando con spietatezza sul cognome del comandante tedesco della piazza di Roma nei giorni in cui l’Urbe era dichiarata “città aperta”.
Se le fosse Ardeatine, massacro perpetrato dai nazisti dopo l’attentato dei Gap in via Rasella, rappresenta storicamente il sole nero della Germania criminale di Hitler e le sue rune, Alice ed Ellen faranno invece brillare con il loro avvento spettacolare la luce in cima agli stativi di un dopoguerra ormai quieto insieme al suo “boom” economico; l’Italia nuovamente al mattino, se ci passate questa metafora mito-climatica.
Le gambe longilinee, come compassi, i gesti delle dita, la gestualità dei loro polsi, avanzavano nella luce televisiva di un paese spettacolare nel tempo ancora “bacchettone” delle profonde occhiaie democristiane lì a sorvegliare il “buon costume” del Primo canale, pretendendo che caviglie per non dire cosce di Alice ed Ellen fossero inguainate dalle calze nere, affinché ne fosse stemperata ogni possibile sensualità, cancellando ogni suggestione “carnale”.
Le Kessler, si sappia, hanno rappresentato, sempre nei giorni in cui Vittorio Gassman affrontava i tornanti di un’Italia ancora intatta nel suo mattino lì in attesa del sorpasso successivo, è proprio il caso di dirlo, il “sogno degli italiani”, testuale. Si narra che molti migranti del Sud, negli anni in cui le valigie di cartone legate con spago erano il loro unico bene per raggiungere Torino in attesa di varcare i cancelli di Mirafiori cioè “d’entrare alla Fiat”, ritenevano che tutte le ragazze del Nord assomigliassero loro, proprio ad Alice ed Ellen, se non proprio sosia, repliche pantografate nel biondo e nell’incanto di una bellezza ineguagliabile moltiplicata per due, nella grazia allusiva del Dadaumpa, fonema intraducibile, se non nella gioia della prima e unica serata di un varietà popolare. Le loro posture coreografiche erano comunque irreplicabili. Tra i racconti che le riguardano c’è un’annotazione sulla leggenda del loro piccolo seno: “Da ragazzine in famiglia suonavamo la fisarmonica, deve essere stata questa la ragione per cui non ci è mai cresciuto”. Gemelle, sì, eppure non indistinguibili l’una dall’altra, Alice da Ellen: c’era in quest’ultima qualcosa di lievemente più “teutonico” nei tratti del viso, un accenno, comunque appena, di severità. Sempre quest’ultima Ellen, tuttavia, ora che ci penso, nel tempo già in quadricromia dei primi anni Ottanta, mostrando insolita ironia fece dono alle hit-parade un brano intitolato “L’uomo della Sip (era la società dei telefoni, per chi dovesse ignorarlo), con un testo palesemente allusivo: “Te lo metto dove vuoi, in mezz’ora te lo metto dappertutto…”.
Il “bigrigio” s’intende. Alberto Sordi-Guglielmo il dentone, conquistato il ruolo di speaker televisivo, le mostra sotto braccio in via Teulada, cattedrale storica della Rai, come un trofeo; le Kessler, ancora una volta desiderio collettivo. Come due “operaie” metodiche del balletto davano la sensazione di possedere una sorta di ritmica sincopata ad orologeria di rara perfezione, avanzando verso le telecamere e le giraffe dei microfoni e da lì, idealmente, fin dentro l’occhio d’ogni telespettatore, così al tempo in cui cameramen avevano l’obbligo di indossare un camice bianco, quasi fossero i chirurghi della visione, innalzando un piumaggio, sì, coreografico ma anche metonimico di una sessualità radiosa e insieme trattenuta, trigonometrica se ci si passa il termine. La Bild racconta che sono morte insieme a Grünwald, non lontano da Monaco di Baviera, e che nel testamento avevano chiesto che le loro ceneri fossero conservate nella stessa urna. Con loro anche le ceneri di Yello, il barboncino lasciato in eredità dalla mamma.
Le Kessler giungono in Italia nel 1961, 24enni. Studio Uno, certo, ma anche “Canzonissima” accanto a Mina. Erano nate il 20 agosto nel 1936 a Nerchau, in Sassonia, vicino Lipsia, allora DDR, Germania dell’Est, per poi fuggire insieme alla famiglia nell’Ovest, a Düsseldorf, dove ha inizio la loro carriera di danzatrici. Il pubblico italiano le ha tuttavia, ma sì, da subito, percepite come parte della loro storia, meglio della loro geografia spettacolare immaginaria, ciò che appartiene alla mitografia del desiderio prossimo alla familiarità. Quasi fossero venute alla luce come Venere e la sua copia quasi identica dalla fontana di via Teulada, a Roma, quartiere Prati-Delle Vittorie. Non basteranno applausi per ringraziarle d’esserci state.