L'intervista Jorge Coulon
Inti Illimani, quel treno immaginario in viaggio dal Cile all’Italia: “El pueblo ancora unido? Le manifestazioni per Gaza danno speranza”
Il leader del gruppo cileno, per 15 anni in esilio in Italia dopo il golpe di Pinochet, in tournée nei teatri per un viaggio tra aneddoti e canzoni. "Le piazze mi hanno ricordato la contestazione per il Vietnam, anche una scuola di solidarietà, di pensiero, di umanità". I ricordi di Violeta Parra e Victor Jara
Cultura - di Antonio Lamorte
All’incontrario va quel treno dei desideri e dei sogni, viaggia nello spazio e nel tempo, un treno immaginario carico carico di canzoni, storie, città, Paesi, popoli. All’incontrario va il treno immaginario dei desideri e dei sogni rivoluzionari che oggi non sogna più nessuno o quasi. “Non so se il mondo di oggi sia più pericoloso di quello di ieri. Credo sia ugualmente duro, ma credo anche che abbiamo meno speranza e fiducia nel futuro. Siamo più nudi di fronte alle avversità. Avevamo più fiducia in noi stessi, negli esseri umani”, dice all’Unità Jorge Coulon, musicista fondatore degli Inti Illimani che tornerà nei teatri italiani per un nuovo spettacolo: In viaggio con gli Inti-Illimani – Uno spettacolo di storie e canzoni.
Quel treno immaginario passerà da Santiago, Roma, Firenze, Bucarest, Berlino. A ogni fermata un nuovo passeggero speciale. I fratelli Jorge e Marcelo Coulon saranno accompagnati da Giulio Wilson e Federico Bonadonna – che hanno scritto lo spettacolo prodotto da IMARTS. Canzoni e ricordi raccolti dal 1967, quando l’iconico gruppo si formò nelle aule dell’Università a Santiago del Cile con Horacio Durán e Max Berrù. Gli stessi che nel 1973 erano in Italia quando si consumò il golpe di Augusto Pinochet ai danni del governo di Salvador Allende. E in Italia rimasero bloccati, in esilio, per 15 anni.
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Che tipo di viaggio sarà questo spettacolo?
“È più che altro un incontro, una conversazione cantata. È anche una maniera per parlare della storia degli Inti Illimani – fra due anni festeggeremo i 60 anni di attività – e per parlare di quello che succede oggi: di com’è cambiata l’Italia, di com’è cambiato il mondo, di come siamo cambiati noi.
Partirà da Santiago, dall’università dove vi siete formati negli anni dell’Unidad Popular di Allende?
“No, arriverà in Cile. Arriverà nella Santiago di oggi. Lo spettacolo partirà dall’Italia, anche perché è uno spettacolo per il pubblico italiano. Si viaggerà nello spazio ma anche nel tempo”.
Cosa rappresenta per lei l’Italia?
“Sono arrivato in Italia che avevo 25 anni, sono tornato in Cile che ne avevo 40 e tre figli. Sono stati 15 anni determinanti nella mia vita. Ancora oggi mi sento culturalmente binazionale, mi sono formato e sono cresciuto anche intellettualmente in Italia: in quell’Italia”.
Arrivaste negli Anni di Piombo: anni vivaci e pericolosi.
“Credo sia stata fatta una leggenda nera su quanto fossero pericolosi: credo fossero pericolosi perché erano molto vivi e quindi si è fatto di tutto per farli arretrare. Quell’Italia era uno stimolo vitale, culturale, di cambiamento e speranza fortissimi”.
Eravate a San Pietro, in Vaticano, l’11 settembre 1973, quando si consumò il golpe. Cosa ricorda di quel giorno?
“Eravamo proprio nel cupolone. Ricordo molto bene quel giorno, non lo dimenticherò mai. Eravamo a San Pietro con alcuni compagni di un gruppo musicale che avevamo conosciuto a Berlino, il Canzoniere Internazionale di Leoncarlo Settimeli. Eravamo arrivati il giorno prima a Roma, dovevamo suonare al Tiburtino III quella sera. Eravamo lì sopra quando un ragazzo della Federazione Giovanile Comunista romana fece di corsa 500 scalini, salì fino a trovarci per dirci che era in corso un colpo di stato in Cile”.
Perché siete rimasti in Italia?
“Quel giorno stesso il senatore Giancarlo Pajetta ci ricevette. Aveva capito dall’intensità delle notizie che arrivavano via telex che quella storia non sarebbe finita da un giorno all’altro, che saremmo stati a lungo sotto una dittatura. Ci offrì di restare in Italia. Noi non volevamo crederci ma ci aveva visto chiaro e giusto. Eravamo per la prima volta in tournée in Europa, non avevamo mai lasciato il Cile per così tanto tempo. Eravamo dei ragazzi spaventati”.
15 anni dopo, Piazza Farnese, gli italiani vi salutarono cantando “El pueblo unido”.
“Eravamo andati a suonare in Messico, fine agosto 1988. Quando avevamo fatto scalo a New York avevamo saputo che si poteva tornare in Cile, che l’esilio era finito. Siamo tornati a Roma, abbiamo chiuso tutti gli impegni che avevamo e il 18 settembre eravamo già a Santiago. A Piazza Farnese, qualche giorno prima di partire, fu tutto molto emotivo, peccato soltanto per la pioggia”.
Cosa le manca di quell’Italia?
“Ci torno spesso, ho ancora un figlio che vive in Italia. Non è più il Paese che ho vissuto io: mi manca l’estate romana, il grande cinema italiano. Però in questi giorni, vedendo le manifestazioni per la Palestina, ho scoperto che in qualche modo la mia Italia c’è ancora, resiste, è lì”.
Sul vostro treno, quello immaginario dello spettacolo, saliranno anche personaggi che hanno avuto qualche ruolo nella vostra storia. Come Violeta Parra.
“È stata la madre del rinnovamento della musica cilena. Ha cominciato prima a raccogliere la musica contadina, che per la nostra cultura egemonica non esisteva. Ha tirato fuori dei tesori dalle campagne ma non si è fermata lì: dopo una vita a lavorare in quelle scoperte ha cominciato a scrivere poesie e musiche contemporanee che attingevano all’attualità tenendo sempre presente la tradizione. È ancora viva e attuale la sua musica. Possiamo dire che Violeta Parra ha fatto quello che per la canzone italiana ha fatto Giovanna Marini”.
Sul treno anche Victor Jara, protagonista del teatro e della Nueva Canción Chilena, torturato e assassinato nella repressione di Pinochet.
“Con lui abbiamo lavorato per tre anni, avevamo una relazione di amicizia molto intensa. Pensa a Cristo si è fermato a Eboli: lui era al di là di Eboli, aveva origini contadine, la sua famiglia era molto povera. Il padre era un contadino analfabeta, la madre cantava alle feste popolari, era morta quando lui era ancora un bambino. Si è fatto da solo, è andato in seminario, è partito per la leva obbligatoria. Ha cominciato a fare teatro diventando molto popolare e influente prima di cominciare a tirare fuori le melodie che sentiva da bambino. Aveva una personalità particolare, era molto timido ma aveva studiato teatro anche per superare questa sua timidezza, aveva un sorriso enorme che era allo stesso tempo uno scudo e un modo di aprirsi agli altri”.
Com’è nata El pueblo unido jamás será vencido
“Erano gli ultimi mesi dell’Unidad Popular: ormai la campagna della CIA e dell’estrema destra cilena per provocare una ribellione contro il governo di Allende era senza freni. La situazione era molto tesa, si temeva potesse scoppiare una guerra civile da un momento all’altro. Sergio Ortega, grande musicista e compositore, professore al conservatorio, ha preso questo slogan che si urlava per strada. È partito da quel ritmo e ha scritto la canzone”.
Sarebbe possibile scriverla oggi?
“Penso di sì. È vero che sono venti, trent’anni che siamo in depressione rivoluzionaria, però le manifestazioni per la Palestina mi hanno ricordato quelle per il Vietnam, che sono state anche una scuola di solidarietà, di pensiero, di umanità. El pueblo unido l’abbiamo sentita cantare in tutto il mondo, a ogni manifestazione: è incredibile come le canzoni abbiano una vita tutta loro, non sai perché alcune anziché altre diventano degli inni. È il sogno di ogni musicista e compositore partorire una canzone del genere”.
Il prossimo novembre si voterà in Cile per le presidenziali, che aria si respira in generale in America Latina?
“Jeanette Jara (candidata del Partito Comunista scelta alle primarie nel centrosinistra, ndr) ha vinto con una votazione alta. È una sorpresa, un segnale che fa ben sperare ma anche qui soffiano i venti dell’estrema destra”.
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