Il reportage
Viaggio nella Calabria dimenticata che non molla: Aspromonte, tra cooperative e speranza
In questo pezzo d’Alpi piovuto al Sud tra cooperative e progetti di riscatto, si muove un piccolo esercito di volenterosi che dal Santuario di Polsi alla Pietra Cappa, hanno sete di riscatto per un terra abbandonata
Editoriali - di Jolanda Bufalini
Saliamo in mezz’ora dal mare al laghetto alpino sopra i mille metri. L’Aspromonte – dice la nostra guida d’eccezione, l’avvocato Tommaso Marvasi da Locri – “è un pezzo di Alpi emigrato al Sud”. “L’unica vera montagna rimasta in Italia – sostiene il presidente del Cai Antonio Montani, intervistato dal Corriere della sera sull’installazione di tornelli sulle Dolomiti. Tommaso Marvasi vive e lavora a Roma, ma dedica molto impegno alla sua terra, in particolare organizzando gli incontri “Polsi-Ambiente” in collaborazione con il Santuario della Madonna della montagna.
Facciamo sosta al Cristo dei sequestrati, dove si incatenò Angela Casella, nel 1988, durante il lungo sequestro del figlio Cesare. Sotto il Cristo, già prima dei sequestri miliardari degli anni Ottanta, i parenti lasciavano in una scatola i soldi del riscatto, allora cifre proporzionate al reddito dell’economia locale. Arriviamo al sanatorio di Zervò, un elegante complesso del 1929, che fu costruito nella foresta per i malati di Tbc. In seguito è stato gestito da don Gelmini, ora è affidato a una associazione locale. Il ristorante a gestione familiare, “U rifuggiu du bati” (il rifugio dell’abbate), è eccellente ma l’associazione non ha soldi per il restauro delle parti ancora in abbandono. Ai tempi, don Gelmini usufruiva del taglio del legname ma non fece migliorie, la concessione non è stata rinnovata.
Da Zervò passa una delle strade che portano al Santuario di Polsi. Ce ne sono molte altre. Da Palmi, attraverso la “Pregna”, la roccia a forma di sedile dove – secondo un’antica credenza- la Madonna fece “sgorgare la sorgente d’acqua che tuttora zampilla” per aiutare una pellegrina incinta che lì si era accasciata. Un’immagine votiva ricorda il miracolo, per questo il luogo è chiamato anche “la Figurella”. Da Reggio Calabria (e Messina), secondo quanto attestava lo studioso Salvatore Gemelli in Storia Tradizioni e Leggende a Polsi d’Aspromonte (1974), i pellegrini raggiungono il santuario dal casello di Cano. Quest’anno il pellegrinaggio è stato vietato: le frane hanno devastato le vie d’accesso rendendo impossibile lo svolgimento della festa annuale il 2 settembre. Prendiamo la strada interdetta in direzione del monastero basiliano di San Giorgio, sopra si staglia imponente la Pietra Cappa, il monolite più grande d’Europa, un monumento naturale protetto dall’Unesco. Non siamo i soli, bisogna pur potersi spostare senza fare il giro dello Jonio. Profumano i cespugli d’origano sugli incerti margini stradali. Guizzano, in direzione contraria, i motorini in salita da Platì. “Nessuno fa rispettare il divieto a questi ragazzi”, osserva Tommaso Marvasi.
Ho sentito per la prima volta il nome di Giancarlo Bregantini a Gerace, che è uno dei “Borghi più belli d’Italia”. Francesco Spanò a Roma è un manager ma in Calabria si occupa della storia medievale e antica della sua città e della Locride: “Erano ruderi su cui giocavamo da bambini”, racconta davanti al museo diocesano, “poi monsignor Bregantini avviò il restauro”. In restauro con fondi Pnrr è ora la cattedrale, gioiello bizantino-normanno. Sono trascorsi quasi venti anni da quando Bregantini, ora in pensione, venne trasferito a Campobasso, eppure Anna Romeo, ex assessore all’Ambiente di Siderno, parlando di lui dice ancora: “Il nostro vescovo”. “Da giovane è stato prete operaio e – racconta Anna Romeo – bastava che mettesse un giubbotto sopra il clergyman per assomigliare in tutto ai ragazzi con cui si metteva a parlare, empatico, disponibile e curioso”. “Come modi – continua – assomiglia a Matteo Zuppi”. Giancarlo Bregantini, che è stato vescovo della diocesi Gerace-Locri dal 1994 al 2007, ha portato nella Locride dalla sua terra d’origine, la Val di Non, la cultura delle cooperative bianche.
L’innesto del cristianesimo sociale trentino in Calabria è stato fecondo grazie all’incontro con Piero Schirripa, medico e dirigente della sanità. Schirripa è un fiero avversario dell’assistenzialismo ed è convinto che il futuro della sua terra sia nell’imprenditoria e nel lavoro, solo che lo stigma della ‘ndrangheta rende tutto più difficile. “San Luca – dice l’avvocato Tommaso Marvasi – è conosciuto più come capitale della ‘ndrangheta che come paese natale di Corrado Alvaro”. “Io che colpa ho – dicono le ragazze del paese – se mio padre ha un parente mafioso?”. “Non potranno mai – spiega Marvasi – costituire un’impresa senza incorrere nell’interdittiva antimafia”. Piero Schirripa è tuttora l’anima delle cooperative della Valle del Bonamico, nate al tempo della collaborazione con Bregantini. Le imprese di maggior successo sono 50 ettari coltivati a lamponi e piccoli frutti e l’allevamento semibrado dei maialini neri. “Certo che nelle cooperative ci sono pregiudicati, hanno scontato la pena e vengono inseriti in accordo con la prefettura” – dice polemicamente Schirripa, che ha dovuto affrontare molte inchieste, nelle quali è stata sempre riconosciuta la correttezza del suo operato.
In questi giorni Piero Schirripa e il padre comboniano Ampelio Cavinato si stanno occupando del problema di alcune famiglie che coltivano terreni demaniali, in parte sequestrati, e che rischiano di essere estromesse. Devono trovare il modo di regolarizzare i titoli di possesso. Una leggenda racconta che i primi greci a insediarsi nella Locride erano fuggiaschi siracusani. Dopo essere sbarcati, rassicurarono gli autoctoni: “Finché calpesteremo questa terra, finché le teste saranno sui nostri colli, non vi faremo alcun male”. Ma la terra che avevano infilato nei calzari non era quella, e al collo avevano nascosto collane di teste d’aglio. Sopraggiunta la notte, senza violare il giuramento, sgozzarono tutti.
Francesco Riccio, che dopo avere diretto per anni le feste nazionali de l’Unità, è tornato a Locri mettendo a frutto la sua esperienza in Miticu (Festival del mito e della cultura greca) e nel “museo-ristorante” Casina Pia, pensa che la leggenda sia significativa: “Non bisogna mai abbassare la guardia sulla legalità”. Il crinale è molto stretto ma la morsa mafiosa su questa terra povera e dura non è quella di un tempo. Droga e sequestri miliardari degli anni Ottanta sono stati l’accumulazione primitiva che ha portato lontano i boss, verso gli investimenti finanziari al Nord. Qui grandi affari non ce ne sono, c’è un’economia modesta che fa i conti con la carenza delle infrastrutture, vive un piccolo rinascimento culturale nella valorizzazione dei beni storici e archeologici e del parco naturale dell’Aspromonte. Torna ai luoghi d’origine anche chi ha esercitato la propria professione nel mondo, è il caso di Borgo Carbone, l’azienda agrituristica che ci ha ospitato.
Al cambiamento di mentalità ha contribuito molto Bregantini, tanto più significativamente in quanto allo sguardo secolarizzato salta agli occhi il forte sentimento religioso della Locride. Il vescovo capì subito l’importanza del santuario che è meta di migliaia di pellegrini. Se ne prese cura, restituendo alla religiosità popolare quel che era stato sottratto dalle riunioni di ‘ndrangheta a Polsi. Fu abolito il rituale dello sgozzamento degli agnelli che tingeva di rosso le acque delle fiumare. Al posto del rito cruento sono arrivate le bancarelle. Il sindaco di San Luca, Bruno Bartolo, “persona per bene”, era il primo sindaco elettivo a San Luca (nel cui territorio insiste il santuario) dove da molto tempo nessuno si candidava. È stato costretto alle dimissioni. La sospensione della democrazia a causa di provvedimenti prefettizi o giudiziari che finiscono nel nulla è un grande problema per i comuni, da San Luca a Riace passando per Siderno.
Giancarlo Bregantini ha trovato nei testi sacri la chiave dell’antimafia. “Nel messale c’è una frase immensa che mi colpisce sempre: nella notte in cui fu tradito Egli prese il pane … L’Eucaristia non nasce in un contesto idilliaco, non è un momento di relax familiare; l’Eucaristia è dentro la notte, perché è dal cuore tragico che nasce la luminosità dell’Eucaristia. La notte del tradimento è la notte di Giuda”. (Eucaristia, a cura di Rosanna Orlando, Associazione “La speranza”, 2011). Impegno politico per il bene comune e speranza nel ravvedimento e nel perdono. Sembra che nel suo allontanamento giocò la solidarietà alla comunità di Platì, quando furono arrestate 125 persone in un comune che a stento fa 4000 abitanti. Quella spettacolare operazione portò all’assoluzione della maggioranza degli inquisiti (il 97%).