I discorsi Onu dei due presidenti

Meloni come Trump, all’Onu dietro i toni cauti la stessa furia distruttiva di Donald e del suo pensiero eversivo

Contro l’Onu, contro gli immigrati, contro i giudici e il diritto, contro la globalizzazione. Nell’intervento di Giorgia all’Onu ci sono gli stessi capisaldi del pensiero eversivo del tycoon

Politica - di David Romoli

26 Settembre 2025 alle 09:00

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AP Photo/Alex Brandon
AP Photo/Alex Brandon

Donald Trump e Giorgia Meloni, così diversi, così simili. Mai la differenza è stata messa in scena tanto platealmente quanto nei rispettivi interventi al Palazzo di Vetro dell’Onu. Violento, rozzo, superficiale, assertivo e provocatorio l’americano. Ragionevole, equilibrata, pragmatica l’italiana. Ma è almeno in parte un’illusione ottica: diversi sono i toni e lo stile, che certo contano e nemmeno poco, ma la sostanza è se non proprio identica almeno affine.

Di fronte all’assemblea della Nazioni Unite Giorgia Meloni ha parlato poco più di un quarto d’ora, in italiano. Ha dedicato una parte sostanziale del suo discorso alla crisi più urgente, quella di Gaza, e non ha risparmiato critiche a Israele che, “ha oltrepassato il limite” e violato la regola della “reazione proporzionata” finendo per “infrangere le norme umanitarie”. Ha difeso la soluzione dei due Stati e diffidato Israele dall’ “impedire la nascita dello Stato palestinese e dal costruire nuovi insediamenti per impedirlo”. Ricordando però che Hamas è responsabile non solo dell’aver scatenato la guerra ma anche del protrarsi delle sofferenze del proprio popolo, che “potrebbe far finire liberando gli ostaggi”. Sono discorsi che Trump, anche se come è nel suo lunatico carattere a giorni alterni, ha fatto spesso e nella pratica le proposte di Meloni potrebbero essere sottoscritte dal ruvido della Casa Bianca: riconoscimento dello Stato solo dopo la liberazione degli ostaggi e la rinuncia di Hamas a qualsiasi ambizione di governo, ritiro dell’esercito israeliano “graduale”, voto italiano a favore delle sanzioni proposte dalla Commissione europea, ma solo di alcune e senza dire quali.

L’intenzione del governo italiano sarebbe quella di bocciare quelle sugli accordi commerciali sospesi: le sole che, pur se in realtà molto lievi, potrebbero impensierire Israele. Che l’Onu così com’è non serva a niente e sia quindi “necessaria e urgente” una riforma radicale non è certo solo Giorgia a dirlo. Nella sua visione, come in quella dell’uomo della Casa Bianca, il ruolo di questa nuova Onu snella, operativa e trasparente “come una casa di vetro”, dovrebbe guidare la ritirata della globalizzazione che ha provocato “conseguenze inattese che inattese non erano” a danno di tutti. “Trent’anni di globalizzazione fideistica sono finiti”. L’ora delle sovranità nazionali, con i loro interessi e i loro appetiti, è scoccata: compito dell’Onu è conciliarli e temperarli.

Sull’immigrazione, cavallo di battaglia di ogni destra, la premier italiana condivide i traguardi che si pone l’alto protettore americano. Ma anche se la forma è più composta, la sostanza è tanti indigesta quanto quella ammannita dal tycoon con toni incendiari. Basta con le convenzioni internazionali partorite nel mondo di ieri, quello dove non c’erano immigrazione di massa e trafficanti: “Non sono attuali e, quando interpretate in modo ideologico da magistrature politicizzate finiscono per calpestare il diritto invece di affermarlo e per tutelare i criminali in nome di presunti diritti civili”. Più piccioni presi con un colpo solo e tutti molto invisi anche a Washington: l’immigrazione, le regole internazionali, la magistratura.

Sul Green Deal, o meglio sul depositarlo nell’armadio dei vestiti smessi da mai più recuperare, Giorgia è meno tranchant del truculento Donald. Non esalta i fossili come sacra bandiera, ma almeno si (e ci) risparmia la pietosa negazione dei cambiamenti climatici gridata ai quattro venti dall’amico dal ciuffo arancione e le mani in pasta nel settore petrolifero. Però, “non è andato tutto bene e le cose potranno andare molto peggio se non fermeremo la programmazione a tavolino di modelli di produzione insostenibile come i piani verdi che stanno portando alla deindustrializzazione molto prima che alla decarbonizzazione”. La situazione anzi è da allarme rosso. Nella visione di Donald che Giorgia ripropone alla lettera, le politiche verdi hanno smantellato l’automotive in Europa e negli Usa non va molto meglio, oltretutto senza grandi risultati per l’ambiente. Dunque indietro tutta, esattamente come suggeriva con i suoi toni perentori l’amico americano: “Bastano pochi decenni per distruggere quanto costruito nei secoli e ritrovarsi un deserto industriale. Solo che nel deserto non c’è nulla di verde”.

Giorgia Meloni non è Donald Trump. Mira a convincere più che a costringere. È una leader europea e si vede costretta a dover mediare le proprie posizioni con un’Europa che (ancora) non è in mano a forze politiche omogenee e parallele alle sue. A differenza del tycoon è una politica di professione e ha imparato a vendere, per lo meno nei contesti ufficiali le sua proposte più indigeste in una forma più cauta e allusiva. Viaggia però nella stessa direzione della nuova destra americana. Del resto, performance come quella offerta dal palco dei neonazisti di Vox, condite di urla ferine e occhi strabuzzati contro il mondo Lgbt e gli immigrati, accorciano di gran lunga la presunta distanza tra lei e il patron della destra eversiva di stanza alla Casa Bianca.

26 Settembre 2025

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