La morte dell'attrice
Quel dono sullo schermo: Claudia Cardinale, una tunisina con la valigia diventata dea estranea allo star system
A La Goletta, quartiere povero di Tunisi, in una piazza davanti alla chiesa cattolica dove un tempo vivevano gli immigrati siciliani, c’è un murales a ricordarla come una gloria locale
Spettacoli - di Fulvio Abbate
Adesso che Claudia Cardinale se n’è andata si dirà, anzi, ricorderemo, meglio ancora, resterà memoria del suo volto da ragazza tunisina, la sua risata, e ancora ne risentiremo la voce roca, per nulla “cinematografica”. Magari, altri, cui è più nota la sua storia, altrettanto la ricorderanno fotografata insieme a Frank Zappa, infine, un istante dopo, farà ritorno il racconto de Il gattopardo, cioè ancora la sua risata fragorosa, la sua bellezza femminile “siamese” alla bellezza di Alain Delon. Anche lui se n’è andato, seguito adesso da Claudia, il cinema italiano, nella sua età dell’oro segna un ennesimo addio.
Insieme al tempo che ha visto proprio lei, Claudia, ragazza tunisina, figlia di genitori siciliani immigrati per bisogno dall’altro lato della costa, siciliani di Trapani e di Isola delle Femmine, quasi una metafora quest’ultima. Claude, anzi Claudia, Claude Joséphine Rose Cardinale all’anagrafe, che probabilmente non aveva mai pensato al cinema per sé stessa, Claude che mai si sarebbe pensata un giorno diva, quando, ragazzina, se si è ritrovata a partecipare a un concorso di bellezza, Claudia Cardinale, anzi, Claude che mai ha mostrato né supponenza né prosopopea appunto da signora delle scene, la Cardinale “francese“ che tuttavia, anni fa, polemicamente, ricordiamo bene, rifiutò la beneficenza napoleonica della Légion d’Honneur.
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Ora che se n’è andata, ottantasettenne, rimane memoria dell’oro nero sfocato del suo volto, lo splendore delle sopracciglia, la perfezione degna di un arco di perle dei suoi denti, il broncio, sì, il broncio, quasi a testimoniare la casualità di essersi appunto ritrovata, ancora suo malgrado, diva, il castano dei capelli a fronteggiare in seguito il biondo, anzi, la biondezza della “collega” Brigitte Bardot: ricordarle l’una accanto all’altra ne Le pistolere (il rotocalco popolare francese Paris Match le dedica una copertina dove appare un titolo programmatico: “La chiamano già CC. È Claudia Cardinale la giovane rivale di BB”) oppure al fianco di Catherine Spaak in un film minore dimenticato: Certo, certissimo anzi probabile, dove altrettanto brillava il suo fascino, ammesso che questa parola possa restituirne appieno la sostanza.
A La Goletta, quartiere povero di Tunisi, in una piazza davanti alla chiesa cattolica, dove un tempo vivevano gli immigrati “siciliani” di cui resta traccia dei loro antichi piccoli traffici commerciali, c’è un murales a ricordarla, come una gloria locale, Claude, ragazza del luogo, poco oltre, lungo il corso della stessa cittadina, in una trattoria due gigantografie ne mostrano la presenza intatta nel tempo residenziale tunisino, Claudia, adesso parigina, in visita: nella prima c’è Claudia giovane, ragazza, lì insieme a suo figlio Patrik su una Vespa, lo splendore delle sue gambe abbronzate, il sorriso che conosciamo, il presidio lucente di una giovinezza invidiabile, poi, subito accanto, un’altra foto: Claudia già anziana che avanza reggendosi a un bastone, il sorriso ha fatto in tempo a indurirsi, il tempo ne ha mutato il soma, c’è però il sorriso di sempre a rispondere a chi la sta accogliendo, Claudia la tunisina.
Visconti, Fellini, la ragazza de I soliti ignoti di Mario Monicelli, e poi, infine, Pasquale Squitieri, che sarà suo marito, dopo la sfortunata crudele relazione con il produttore Franco Cristaldi; con Pasquale metterà al mondo Claudia, la figlia prediletta, quest’ultimo, proprio Pasquale, un giorno racconterà che nessuno quasi comprendeva come Claudia, meglio “la Cardinale”, avesse scelto proprio lui come compagno, sì, l’uomo brusco con gli occhiali sempre in cima alla fronte: “Scusi, immagino che lei sia l’autista della signora cardinale?”, esattamente così raccontava divertito, lontano da ogni stupore, pensando invece alla meraviglia altrui Squitieri, al pensiero che il mondo non si capacitasse che lui e la signora Claudia fossero una coppia. Per Squitieri sarà Claretta Petacci in un film non proprio memorabile.
Se adesso solo proviamo a restituire, a identificare con una singola “icona” il suo destino cinematografico, tolto la sua risata del “Gattopardo”, giunge un’immagine frastagliata, scorrono i nomi di Mauro Bolognini, Zurlini con La ragazza con la valigia, Comencini, Germi, Pietrangeli, Liliana Cavani, Maselli, Magni e perfino le esperienze a Hollywood che in fondo sentirà estranee, non idonee alla sua natura. Con la Cardinale la persona, l’individuo prevale sull’attrice, ancor meno sulla diva, una insofferenza di fondo rispetto al ruolo, surclassando ogni feticismo da manifesto cinematografico. Si sappia ancora che va ricordata presente a una udienza papale in minigonna, era il 6 maggio 1967, un episodio che suscitò meraviglia ancor prima che scalpore rilevato dai giornali di cronaca dell’epoca in cui era Paolo VI a occupare il trono vaticano. Di sé diceva: “Scelgo il silenzio anche a costo di passare per stupida, perché non amo le parole e le discussioni: trovo noiosissima, e persino pericolosa, la chiacchiera.” E ancora: “Essere attrice non ti esime dal diritto e dal dovere di cercare di capire cosa succede nel mondo.” Confermando ogni estraneità allo star system dichiarava: “Non mi sono mai considerata un’attrice. Sono solo una donna con una certa sensibilità: è con quella che ho sempre lavorato. Mi sono accostata ai personaggi con grande umiltà: cercando di viverli dal di dentro, usando me stessa, e senza far ricorso a nessun tipo di tecnica”.
Se adesso provo a cercare un’unica immagine che possa farsi poster, o forse paradigma iconico che ne restituisca la sostanza ormai immateriale, un qualcosa che vada oltre ogni considerazione sulla “carriera”, sulle soddisfazioni professionali, sui premi, sul riconoscimento del proprio talento, sulla scia fluorescente lasciata da ogni sua prova nella memoria spettacolare collettiva dalle sue presenze cinematografiche, e forse anche teatrali, sull’esistenza stessa di Claudia Cardinale, fanciulla tunisina che sarà attrice, e ancor prima persona, su una ragazza nata a Tunisi il 15 aprile del 1938 e scomparsa, dopo lunga malattia nei sobborghi parigini, la ritrovo nei panni di Jill McBain in C’era una volta il west di Sergio Leone, la rivedo mentre scende dal treno nel paesaggio desertico della Nuova Frontiera, un cappellino a forma di pagoda da modista a incoronarne il capo, l’intensità dello sguardo, la curva dei suoi fianchi, l’incedere lento, quasi a guardare un mondo che l’attende insieme a tutti noi che l’abbiamo avuta in dono sullo schermo, non è forse un caso che di Leone abbia detto che “ho voluto un gran bene a Sergio, il nostro era un legame di grande affetto con il suo bellissimo film che mi ha regalato un personaggio magnifico, tutto il periodo è legato a un’impressione complessiva di grande benessere con Sergio mi sono sentita sempre diretta nel modo giusto, ho provato la sensazione di essere sempre perfetta, grazie a Sergio ma hai avuto un problema”. La vita professionale di Claudia Cardinale, si è detto, non sempre infatti è stata felice.