La chiusura della campagna elettorale

Regionali nelle Marche, la destra si finge unita per Acquaroli ma scoppia il caso Salvini-Russia

I tre leader si ritrovano a Pesaro per chiudere una campagna elettorale sempre più in bilico. Ma è tempesta sul saluto di Matteo all’ambasciatore di Mosca

Politica - di David Romoli

18 Settembre 2025 alle 07:00

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Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse 
17 Settembre 2025 Ancona 
Politica 
Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in visita ad Ancona

DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE – Obbligatorio citare la fonte LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili
Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse 17 Settembre 2025 Ancona Politica Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in visita ad Ancona DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE – Obbligatorio citare la fonte LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili

Sul palco sono tutti insieme e Bonaccini, malizioso, spiega la calata in massa dei leader del centrodestra ad Ancona con la paura. Non ha tutti i torti ma del resto anche l’impegno di Elly, sul palco vicino di Pesaro, è motivato dall’importanza che ha assunto la prova della settimana prossima. Il 28 e il 29 si vota nelle Marche, regione piccola ma che sfoggia una specificità nella prossima tornata elettorale decisiva. È l’unica regione considerata in bilico e la sola nella quale la destra, che ripropone il governatore uscente Acquaroli, possa perdere contro un candidato forte come Matteo Ricci.

Paradossi della politica di questi tempi: la piazza più piccola tra quelle in ballo di qui a metà novembre sarà probabilmente quella che permetterà all’uno o all’altro di cantare vittoria. Salvo sorprese, sempre possibili ma improbabili anche se qualche speranza per la Calabria il campo di Elly e Conte la nutre, tutte le altre regioni resteranno a chi già le governava. Le Marche farebbero la differenza. Permetterebbero, se strappate ad Acquaroli, di affermare che la destra di Giorgia, dopo la Sardegna viene scalzata anche in un’altra regione, poco importa se e quanto pesante. Sarebbe il viatico migliore per la vera prova elettorale dura e difficile, quella nella quale tutti si giocheranno moltissimo: il referendum costituzionale dell’anno prossimo sulla separazione delle carriere. Per la destra, proprio perché sa di essere a rischio, le stesse Marche diventano così essenziali: mantenerle significherà poter dire che in tre anni di opposizione la sinistra non è riuscita neppure a scalfire il consenso della maggioranza.

Si tratta dunque di mostrarsi compatti perché si sa che gli elettori sono sensibili al tema e perché entrambi i poli giocano senza alcuna remora sulle divisioni altrui. “Siamo uniti”, tuona infatti Tajani quando è il suo turno di galvanizzare i marchigiani. Uniti sì ma fino a un certo punto: l’importante è che le divisioni non diventino crepe e si notino poco. In queste arti i leader del centrodestra convenuti ieri a Ancona per il tocco finale alla campagna elettorale del governatore uscente Acquaroli sono da sempre maestri. Aiuta a mostrarsi compatti il dato non secondario che vede la destra strabica molto più nella politica estera che in quella interna, dove le tensioni, che pure ci sono, rinviano soprattutto alla coperta che è sempre troppo corta e ai tentativi di privilegiare le proprie istanze di bandiera.

In materia di esteri la musica è diversa. Salvini arriva sul palco di Ancona fresco di calorosa stretta di mano con l’ambasciatore russo Paramanov incontrato in un ricevimento all’ambasciata cinese. Questione di cortesia, chiosa La Russa assicurando che il saluto era doveroso. L’opposizione impazza. Bersaglia Salvini per la sua “affettuosa deferenza” nei confronti del nemico (copyright Boccia). Addita le divisioni del governo che dimostrerebbero l’inesistenza di una politica estera. La tempesta rinvia però anche a una divergenza più solida e più radicata: quella sulla Russia in generale e sul riarmo in particolare. Sulla carta tutti confermano piena convinzione nel portare le spese militari per la Difesa alla stessa cifra. Ma FdI vuole concentrare lo sguardo armato sui confini orientali, dove incombe la minaccia russa.

La Lega mira a indirizzare i cannoni a sud, là dove arriva il nemico vero, mica Putin ma gli immigrati, come dice chiaro e tondo un pezzo da novanta come Romeo. L’insistenza leghista sul tema è eloquente. Salvini ha probabilmente deciso di fare del no al riarmo antirusso, e quindi del concentrare tutto sulla guerra santa contro l’immigrazione, il pezzo forte del prossimo raduno di Pontida. Finché si tratta di cacciare o dare la caccia per terra e per mare ai migranti la destra unita lo sarebbe davvero. Sull’altra metà del dossier, la Russia considerata dagli uni minaccia grave e dagli altri spauracchio agitato solo per giustificare un riarmo che serve alla Germania ma non all’Italia, quell’unità sbandierata ieri si rivela già del tutto inesistente.

18 Settembre 2025

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