L'addio a 89 anni
Robert Redford, divo e regista impegnato che odiava i lustrini
Non fu solo il golden boy di Hollywood, ma un divo e un regista impegnato che odiava i lustrini. Antitrumpiano di ferro, pacifista e ambientalista, si battè tutta la vita contro la crisi climatica
Spettacoli - di Chiara Nicoletti
Sembra uno strano scherzo del destino e forse non è un caso che nell’anno in cui il film festival da lui fondato, il Sundance Film festival ha annunciato il cambio di location da Park City a Boulder in Colorado, dopo 44 anni, Robert Redford abbia lasciato questa vita, salutando anche una delle sue più grandi eredità culturali e cinematografi che, così come era stata originariamente pensata e vissuta. In un mondo del cinema che divi non ne ha quasi più, la scomparsa di Redford mette le basi per l’inizio della fine di un’era, quella di artisti capaci di dialogare con un pubblico ampio, ampissimo, dalle working class di tutte le latitudini ai cinefili incalliti.
Robert ci ha lasciati nel sonno a 89 anni, nella sua casa nello Utah. Ad annunciarlo è stato per primo il New York Times, contattato dalla società di PR che rappresenta l’attore e regista. Il cammino di Redford è stato costellato di amicizie e sodalizi proficui a livello artistico e umano. Tra i più significativi quello con Jane Fonda, anche lei instancabile attivista, con cui era stato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2017 per ricevere il premio alla carriera consegnato a entrambi e presentare il loro ultimo lavoro insieme: Le nostre anime di Notte su Netflix. Con Fonda lavorò in La caccia, nell’indimenticabile commedia romantica A piedi nudi nel parco, nell’avventura de Il cavaliere elettrico. “È stato divertente baciarlo quando avevo vent’anni e poi baciarlo di nuovo quasi a ottanta”, dichiarò Fonda al Lido. A proposito di collaborazioni fondamentali, il debutto cinematografico Redford lo fece nel 1962 con Caccia di Guerra insieme ad un altro giovane attore, che in seguito lo avrebbe diretto in sette film: Questa ragazza è di tutti, Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Come eravamo, I tre giorni del Condor, Il cavaliere elettrico, La mia Africa e, con minore successo, Havana. Era Sydney Pollack. Di lui Redford disse: “Io ero il suo attore; lui era il mio regista”.
La vita e la carriera
Due gli appellativi che lo hanno accompagnato nella sua vita e carriera: il golden boy del cinema per via del suo capello biondo, l’aria da bravo ragazzo e quella percezione di vita e ruoli facili da cui ha cercato di affrancarsi per gran parte del suo percorso artistico; il padrino del cinema indipendente, quest’ultimo un soprannome più che meritato, dato il suo impegno con il Sundance Film Institute a tutela e promozione del grande cinema d’autore. Il fascino e l’aura da “golden boy” resero Redford perfetto per ruoli come Il grande Gatsby e Come eravamo, ma gli costarono altri, come Il laureato. Il regista Mike Nichols, che era anche un suo amico, raccontò a Vanity Fair di non averlo scelto perché non avrebbe mai potuto “interpretare un perdente”. Proprio per questo stereotipo del bravo ragazzo che gli era rimasto attaccato, Redford raccontò ad Oprah che si era trovato come rinchiuso dentro un ruolo, proprio come uno dei suoi personaggi più amati, Hubbell di Come Eravamo a cui Katie, interpretata da Barbra Streisand, diceva che per lui tutto sembrava facile. Redford lavorò duramente per affermarsi al di là di quel topos, dimostrando di poter gestire generi diversi.
Dai film sportivi come Il migliore ai western come Corvo rosso non avrai il mio scalpo e il leggendario Butch Cassidy (in inglese Butch Cassidy and the Sundance Kid) in cui teneva testa a star come Paul Newman e da cui prese il nome per il suo Film Festival. Per La stangata ottenne la sua unica candidatura all’Oscar come attore e provò di essere perfetto anche accanto a Meryl Streep in La mia Africa, vincitore dell’Oscar come miglior film. Portò avanti anche progetti politicamente impegnati, contribuendo a realizzare Il candidato e Tutti gli uomini del presidente, altro miglior fi m agli Oscar. Il riscatto vero, anche rispetto all’agognata statuetta lo ebbe con la sua carriera da regista. Diresse nove film e il suo debutto, nel 1980, fu un trionfo: Gente Comune vinse quattro Oscar, tra cui miglior film e regia. Da prima ancora di fondare il Sundance Film Festival e iniziare l’attività da regista, Robert Redford è sempre stato un attivista in prima linea. Negli anni 70 ha iniziato ad usare la sua celebrità per smuovere ogni causa urgente.
Le battaglie politiche e ambientali
Tra le sue più grandi battaglie c’è stata quella ambientale e negli anni 90 si è battuto per proteggere il rifugio naturale dell’Alaska dalle trivellazioni petrolifere. E proprio in occasione della presentazione, al suo Sundance nel 2017, di Una Scomoda Verità 2, sequel del documentario che raccontava l’impegno continuo dell’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore nella lotta contro il cambiamento climatico, Robert Redford in un’intervista a Repubblica, si espresse contro Trump ai primi giorni del suo primo mandato. “Provo un sentimento di lutto per il mio paese, anche perché Trump ci ha messi gli uni contro gli altri. Da ragazzino, a Los Angeles alla fine della guerra, ricordo un paese unito nello sforzo postbellico. È un ricordo meraviglioso. Oggi l’aria malsana della contrapposizione ci paralizza. Ma sono ottimista: questo paese riesce sempre a tirarsi su. È sopravvissuto a Nixon e al Watergate, sopravviverà anche adesso. Ogni volta che arriviamo al punto di rottura ritroviamo forza e unità. Le manifestazioni di protesta in America e in giro per il mondo sono molto incoraggianti. Ma prima di giudicare voglio vedere cosa lui e la sua squadra diranno e faranno”.
E proprio di Nixon Redford aveva parlato già in passato a motivare la diffidenza che sin da ragazzo aveva sviluppato verso l’establishment, proprio a seguito di un incontro con l’ex presidente Usa: “Mi diede un premio, mi strinse la mano, e provai subito una vibrazione negativa. Pensai: che tipo oscuro, falso e artificiale”. Anni dopo, nel pieno del primo mandato di Trump, Redford indignato dichiarò in un editoriale per NBC News: “È un dittatore, è ora che se ne vada”. Aggiunse poi che quella di Trump era “una monarchia in incognito” affermando: “È ora che Trump vada via e con lui coloro che in Congresso hanno scelto la lealtà al partito piuttosto che al giuramento di difendere solennemente la Costituzione degli Stati Uniti. E sta a noi fare che questo accada, attraverso il potere dei nostri voti”.
Gli ultimi lavori
Tra i suoi ultimi lavori da regista di Redford c’è Leoni per agnelli del 2007, un film che lo aveva visto approdare sul red carpet della Festa del Cinema di Roma insieme a Tom Cruise e che si rivela essere più attuale che mai nel clima politico di guerra che stiamo vivendo, con il genocidio a Gaza in corso. Il Dottor Stephen Malley di Redford nel film infatti, riferendosi alla guerra in Afghanistan dove si erano arruolati due dei suoi studenti diceva: “Roma sta bruciando, e il problema non sono quelli che hanno appiccato il fuoco. Quelli sono irrecuperabili. Il problema siamo noi, tutti noi, che non facciamo niente, che manovriamo per restare ai margini delle fiamme”.