Si chiude la Mostra

Chi sono i favoriti al Festival di Venezia, dove tra Gaza e incubo nucleare a vincere è la politica

Cinema - di Chiara Nicoletti

6 Settembre 2025 alle 15:00

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Chi sono i favoriti al Festival di Venezia, dove tra Gaza e incubo nucleare a vincere è la politica

Il 4 settembre al Lido di Venezia, mentre si recava a ricevere un premio, il Women in Cinema Award alla Mostra, Anna Foglietta è stata fermata dalle autorità perché, sulla “strada”, aveva partecipato al Flash Mob a sostegno della Global Sumud Flotilla e sventolava apertamente la bandiera palestinese. Giudizi a parte sull’accaduto, questo episodio conferma il peso politico che la Mostra D’Arte Cinematografica di Venezia, per questa sua 82esima edizione, ha acquisito in questi 11 giorni che stanno volgendo al termine, attraverso i suoi film e l’impegno concreto dei suoi artisti.

Dal corteo Stop al Genocidio – Palestina Libera di sabato 30 agosto ai numerosi appelli fatti dai partecipanti, dentro e fuori i luoghi del Festival, Venezia sembra essere ritornata consapevole della sua portata culturale a 360° e finalmente rientrata in possesso di una delle sue implicite mission principali: scuotere le coscienze attraverso il potere dell’arte, in questo caso del cinema. La svolta definitiva, da cui non si può tornare indietro, è arrivata con il film in concorso The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, un doloroso, dolorosissimo promemoria della nostra impotenza di esseri umani e cittadini (i fortunati) di paesi democratici di fronte a un genocidio che si poteva evitare e che è ancora, inspiegabilmente ed incredibilmente, in atto.

Segni di un malcontento generale sullo stato e le sorti del mondo però, si erano respirati alla Mostra anche prima del film tunisino sulla bimba palestinese Hind: House of Dynamite di Kathryn Bigelow ci aveva infatti immerso in un bel bagno di realtà o per dirla giocando con il tema del film, ci aveva fatto esplodere in faccia la verità sulla bomba ad orologeria nucleare sopra alla quale stiamo serenamente seduti. Il malcontento dunque, sulla situazione politica e sociale mondiale è stato un fil rouge della Mostra e potrebbe essere la direttiva principale su cui il Palmares si orienterà.

A conferire il Leone d’Oro e i vari Leoni d’Argento e Coppa Volpi (premi alle migliori interpretazioni) quest’anno c’è una giuria presieduta dal regista e sceneggiatore statunitense Alexander Payne e composta dal regista e sceneggiatore francese Stéphane Brizé; la regista e sceneggiatrice italiana Maura Delpero; il regista, sceneggiatore e produttore rumeno Cristian Mungiu; il regista e scrittore iraniano Mohammad Rasoulof; l’attrice, scrittrice e sceneggiatrice brasiliana Fernanda Torres, l’attrice cinese Zhao Tao. Un parterre di sguardi e concezioni di cinema vario e notevole e che va assolutamente a confermare l’idea che i premi possano orientarsi verso chi ha saputo coniugare la visione artistica con un obiettivo sociale.

Nessuno in giuria ha mai fatto un film solo per questioni di forma ed estetica o di fama, a partire da Brizé, amatissimo e conosciutissimo dal cinema europeo, soprattutto per la sua trilogia del lavoro, La legge del mercato (2015), In guerra (2018) e Un altro mondo (2021) in cui ha mostrato la spietatezza del mondo del lavoro con umanità e presa di posizione. Lui potrebbe trovare corrispondenza in un altro dei favoriti al Leone, No Other Choice del coreano Park Chan-wook, storia del declino morale e identitario di un uomo, dopo il brusco licenziamento dalla fabbrica in cui lavorava da 25 anni.

Ancora, i “neo-realisti” Mungiu e Rasoulof potrebbero non solo concordare ma orientarsi anche sulla rappresentazione delle similitudini, abitudini, distacchi e imbarazzi che accomunano le famiglie di oggi, raccontate dallo sguardo rock malinconico di Jim Jarmusch in Father Mother Sister Brother, altro titolo che ha incontrato il cuore di molta stampa internazionale. A proposito di cuore, ci sono due film che potrebbero portarsi a casa qualche premio anche solo per la capacità, non da tutti, di connettersi direttamente con la parte che c’è e c’è stata in tutti noi, più fragile, impaurita, in cerca di risposte, di un posto del mondo, di un’identità: The Smashing Machine di Benny Safdie con Dwayne “The Rock” Johnson nel ruolo della vita e della carriera, quello del lottatore di MMA Mark Kerr e la sua parabola di crescita, sconfitta e rinascita; Frankenstein di Guillermo Del Toro, il film che il regista messicano Leone d’Oro per La forma dell’acqua voleva fare da quando era piccolo. Con Jacob Elordi nel ruolo della creatura e Oscar Isaac in quello di Victor Frankenstein, è una pellicola, per citare lo stesso Del Toro e per richiamare il discorso sul potere politico di Venezia 82, “sul significato di essere umano in un periodo in cui siamo soggetti alla tecnologia che corre velocemente, a un bombardamento di informazioni, a guerre dappertutto”.

Infine, a detta della stampa internazionale interpellata, gli italiani (ricordiamo che sono 5 in concorso quest’anno) potrebbero essere riusciti a farsi notare dalla giuria. Paolo Sorrentino con La grazia e Gianfranco Rosi con Sotto Le Nuvole sono i più chiacchierati. L’uno è un Premio Oscar e dunque una certezza del cinema mondiale ed ha realizzato un film di lettura universale, sul dilemma morale di un uomo di Stato. L’altro è re di riconoscimenti festivalieri, già Leone d’oro 2013 con Sacro Gra e Orso d’Oro a Berlino per Fuocoammare ed il suo Sotto le nuvole è un documentario girato all’orizzonte del Vesuvio sulle tracce della Storia, delle memorie del sottosuolo, in bianco e nero, di una Napoli meno conosciuta che si popola di vite.

Alla fine di questi pronostici sui premi che verranno assegnati in Sala Grande stasera al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia, chiudiamo i buoni auspici (sul valore politico di questa edizione) con una riflessione sulle Coppe Volpi, sugli attori ed attrici che quest’anno hanno fatto la differenza per gli spettatori e per i film che rappresentano. Una tra tutti la nostra Valeria Bruni Tedeschi che, nel ruolo di Eleonora Duse in Duse di Pietro Marcello ha indagato l’animo umano, il tempo di vita in cui l’energia della giovinezza cede il passo alla forza ostinata della maturità e le identità molteplici a cui un’attrice, se illuminata come la Divina, può assumere. Rivoluzionaria poi sarebbe l’ipotesi di premiare gli attori di The Voice of Hind Rajab per l’impresa emotivamente impossibile, di dialogare, interagire con una voce, quella della piccola Hind, che non c’è più.

6 Settembre 2025

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