L'intervista

“Il 6 settembre tutti in piazza per dire stop alla barbarie a Gaza”, parla Christian Ferrari (Cgil)

«Un sindacato come la Cgil non può che mobilitarsi per fermare il massacro nella Striscia. Il peggio è che prevalgano assuefazione e rassegnazione, ma non sta accadendo. Non ci fermeremo finché non costringeremo i governi a intervenire in difesa dei bambini, delle donne e dei civili palestinesi»

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

3 Settembre 2025 alle 08:00

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“Il 6 settembre tutti in piazza per dire stop alla barbarie a Gaza”, parla Christian Ferrari (Cgil)

Il 6 settembre tutti uniti per chiedere che si fermi la barbarie”. La barbarie che Israele sta perpetrando a Gaza. A indire la manifestazione è la Cgil. L’iniziativa ha tra i suoi punti qualificanti il sostegno della missione umanitaria della Global Sumud Flotilla. L’Unità ne discute con Christian Ferrari, membro della Segreteria nazionale della Cgil.

La Cgil chiama alla mobilitazione contro il genocidio di Gaza. C’è chi eccepisce: il sindacato deve fare il sindacato.
Mobilitarsi per fermare il massacro senza precedenti che il governo di Israele sta perpetrando, ormai da quasi due anni, a Gaza è un dovere inderogabile di ogni cittadino che ha a cuore la pace e il rispetto dei più basilari principi di umanità. Un sindacato come la Cgil, per i valori che lo ispirano e per le ragioni stesse per cui è stato fondato, non può sottrarsi dal fare tutto ciò che è nelle sue possibilità in questa direzione. Il peggio che può accadere, fuori dal teatro di guerra, è che – di fronte alle terribili immagini di distruzione e di morte che provengono da quelle terre – a prevalere siano l’assuefazione e la rassegnazione. Non è un rischio remoto in un tempo in cui la partecipazione alla vita pubblica è ai minimi termini. E invece non sta accadendo. Questa è una delle poche buone notizie della fase che stiamo attraversando. La grande partecipazione di popolo alle manifestazioni di Venezia e di Genova, oltre alle tantissime altre iniziative che stanno animando il nostro Paese, tengono accesa la speranza. Ovviamente non basta, e non possiamo fermarci finché non costringeremo i governi e le istituzioni internazionali a intervenire in difesa della vita dei bambini, delle donne, dei civili palestinesi.

La Cgil, recita il comunicato che indice la manifestazione, rinnova l’impegno “alla più ampia mobilitazione possibile, sostenendo anche quanti si sono ribellati in questi giorni anche in Israele” e fa proprie le richieste del sindacato mondiale Csi a tutti i Capi di Stato e di Governo: stop alla consegna di armi, cessate il fuoco e garantire subito l’ingresso di aiuti umanitari, rilascio di ostaggi e prigionieri politici, riconoscere lo stato di Palestina, porre fine all’occupazione, interrompere il commercio con gli insediamenti illegali e rafforzare la democrazia per raggiungere una pace duratura in tutta la regione.
Su Gaza i governi occidentali – compreso quello italiano – si stanno giocando la reputazione e qualunque residua credibilità sui principi fondanti le loro stesse Costituzioni. Come si può non assumere alcuna iniziativa concreta – anche in termini di sanzioni – e addirittura proseguire la cooperazione militare con il Governo israeliano di fronte alla barbarie in corso? Qualche settimana fa è circolata sul web la pubblicità di un’azienda di quel paese che mostrava l’efficacia con cui un drone uccideva un civile palestinese disarmato, inseguendolo fin dentro un palazzo diroccato. È stato superato ogni limite possibile e immaginabile di inciviltà e disumanità. Siamo ormai alla totale normalizzazione della violenza e della guerra, con gli strumenti di morte – sempre più sofisticati e disumanizzanti – che vengono commercializzati come un qualunque altro prodotto tecnologico. Dobbiamo dire basta a tutto questo se non vogliamo entrare definitivamente in un’epoca in cui non solo sarà la forza l’unico criterio valido nei rapporti internazionali, ma la vita delle persone non avrà più alcun valore.

Si sentono già alzare le voci critiche: ecco la sinistra pro-Pal, ecco i “pacifinti” filo-Hamas…
Sono le critiche di chi non ha argomenti e – pur di negare l’evidenza dello sterminio in corso e del ritorno della fame e della sete come strumenti di guerra, neanche fossimo nel Medioevo – accusa chi non gira la testa dall’altra parte e si mobilita. E più si rendono conto di essere minoranza nell’opinione pubblica, più lanciano anatemi contro il popolo della pace. Lo hanno fatto per sostenere la guerra in Afghanistan, dove sono tornati i talebani dopo anni di inutile e sanguinosa occupazione. Lo hanno fatto per sostenere la guerra in Iraq, basata su prove totalmente false della presenza di armi di distruzione di massa. Scelte dissennate e criminali che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di persone, destabilizzando quelle aree e rendendo il terrorismo e il fondamentalismo più forti che mai. Succede esattamente il contrario di quello che sostengono: la guerra non porta la pace, ma un’altra guerra e un’altra ancora. Eppure, proseguono imperterriti con le stesse fallimentari ricette belliciste. Risultato: un mondo più insicuro e più pericoloso per tutte e tutti. Occorre cambiare radicalmente strada. Il mondo unipolare a esclusiva egemonia occidentale degli anni ’90 non esiste più. Si tratta di scegliere se affrontare una realtà globale già irreversibilmente multipolare con il dialogo, la cooperazione e la pace, oppure se alimentare e allargare i conflitti in atto, fino a far diventare l’opzione nucleare sempre più concreta e irrimediabile.

La pace e il rilancio delle battaglie contro i lavori poveri, le crescenti, abissali, diseguaglianze…Si apre un autunno caldo.
Si tratta di temi indissolubilmente intrecciati. Pensiamo alla crisi economica che sta colpendo tutta l’Europa e al brutale impoverimento di lavoratori e pensionati italiani a seguito della fiammata inflattiva. La causa principale è stata la guerra in Ucraina, che ha avuto l’effetto di aumentare vertiginosamente i costi energetici, danneggiando sia le famiglie che le imprese. Anche quel conflitto va fermato il prima possibile, innanzitutto per tutelare i civili ucraini, ma anche per salvaguardare il lavoro e il tessuto produttivo europeo. Pensiamo alla folle corsa al riarmo decisa a livello continentale, che sottrarrà centinaia di miliardi a salari, istruzione, sanità, servizi sociali, politiche industriali e investimenti pubblici. Siamo arrivati al punto che il governo Meloni – attivando il fondo europeo Safe (e prossimamente anche la clausola di sospensione del Patto di stabilità) – ha deciso di indebitarsi per aumentare le spese militari mentre continua a tagliare tutto ciò che riguarda la condizione sociale delle persone. Abbiamo trascorso il mese d’agosto leggendo sui giornali le fantasmagoriche promesse dei partiti di maggioranza su pensioni, tagli fiscali e piani casa per i giovani. La verità è che – se si esclude il settore della difesa – le politiche di austerità si tradurranno, anche nella prossima legge di bilancio, in un attacco al cuore di un welfare che è sempre meno pubblico e universalistico, e nell’impossibilità di un intervento pubblico che inverta la desertificazione industriale che prosegue da ben tre anni. Anche in questo caso, si tratta di non rassegnarsi e di lottare per cambiare un modello di sviluppo insostenibile sia dal punto di vista sociale che ambientale. E per riuscirci c’è un presupposto ineludibile: andare a prendere i soldi dove sono (profitti, extra profitti, rendite, grandi ricchezze, evasione fiscale), per utilizzarli innanzitutto al fine di affrontare una questione salariale e sociale che nel nostro Paese è ormai grande come una casa. Anche perché, con l’export in contrazione a causa dei dazi, non c’è alternativa a puntare sulla domanda interna se vogliamo rilanciare una prospettiva di crescita innovativa, stabile e duratura.

La Cgil ha sempre difeso la sua autonomia dai partiti. Ma è il più grande sindacato radicato in quello che un tempo veniva detto il “popolo della sinistra”. Può esistere una sinistra che non sia dalla parte dei più indifesi? Non è una domanda retorica, visto che, per essersi schierata contro il genocidio a Gaza e a sostegno dei 5 referendum promossi dalla Cgil, la segretaria del Pd, Elly Schlein, è stata tacciata di massimalismo, oltreché di subalternità un giorno a Landini e l’altro a Conte.
Non esiste in natura una sinistra che rinunci a rappresentare il mondo del lavoro. Averlo dimenticato per troppi anni è la ragione fondamentale del declino che ha colpito nel recente passato i progressisti in gran parte d’Europa. Mai come in questo momento c’è bisogno di un’alternativa alle politiche neoliberiste che imperversano dagli anni ’80, e che non si sono limitate a far esplodere le diseguaglianze sociali ma – ed era ovvio che accadesse – hanno contribuito a mettere in crisi la nostra stessa democrazia.
Se le classi popolari ritengono le istituzioni elettive incapaci di migliorare le loro condizioni materiali di vita e di lavoro, non vanno nemmeno più a votare, come conferma l’astensionismo per censo che si aggrava a ogni tornata elettorale. E la democrazia, senza partecipazione popolare, diventa un guscio vuoto, in cui il potere si concentra in pochissime mani e i cittadini, sempre meno peraltro, si limitano a firmare una cambiale in bianco ogni cinque anni. Da questo punto di vista, è certamente un dato positivo l’impegno di tutte le forze di opposizione sui nostri referendum, che – pur non raggiungendo il quorum – hanno portato alle urne 15 milioni di italiane e italiani. I temi che abbiamo posto restano attualissimi, a partire dalla lotta per la sicurezza del lavoro e contro una precarietà che ha costretto oltre 500.000 ragazze e ragazzi a emigrare negli ultimi dieci anni. Nessuna risposta alla crisi economica e sociale arriverà dal governo Meloni, impegnato com’è a sbandierare record immaginari e a tenersi a debita distanza dalla realtà concreta che vivono le persone in carne e ossa. Gelosi della nostra autonomia, continueremo a fare fino in fondo la nostra parte, difendendo le persone che rappresentiamo e contribuendo a creare le condizioni per la svolta di cui l’Italia ha urgente bisogno.

3 Settembre 2025

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