La lettera aperta
Amici giornalisti, per favore scioperiamo contro il massacro a Gaza
La prima pagina di questo giornale oggi è bianca. Per lutto, per protesta e per rabbia. Il massacro di Gaza è insopportabile. E noi giornalisti dobbiamo trovare la forza per reagire
Esteri - di Piero Sansonetti
Questo articolo è una specie di lettera aperta ai capi dei sindacati dei giornalisti. Della Fnsi, Alessandra Costante e Vittorio Di Trapani e della Figec, Lorenzo del Boca e Carlo Parisi.
L’esercito israeliano ieri ha attaccato l’ospedale Nasser, a sud di Gaza. Ha ucciso venti persone. Tra questi cinque giornalisti e un funzionario della protezione civile. È stata un’azione terroristica in piena regola. In questi quasi due anni ci sono state decine e decine di azioni terroriste dell’esercito israeliano. Se scriviamo che oggi l’esercito israeliano è la più potente organizzazione terroristica in attività nel mondo non scriviamo una frase polemica. Ci limitiamo a prendere atto di una verità che è di fronte agli occhi di tutti. E che ci sconvolge.
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Qual è la reazione del mondo civile? Dell’Occidente? Della categoria dei giornalisti?
Il mio amico Beppe Giulietti ieri mi ha ricordato quella gigantesca manifestazione a Parigi, dieci anni fa: c’erano un milione di persone, i rappresentati di tutti i sindacati, i giornalisti del mondo intero, le autorità di governo e politiche francesi ed europee, una grandiosa risposta al vigliacco attentato di Al Qaeda contro il giornale Charlie Hebdo, nel corso del quale furono uccise 12 persone. In Palestina, finora, sono stati uccisi 200 /250 giornalisti. Non so da quanto tempo la nostra categoria non pagava un prezzo così alto all’azione dei terroristi. Il direttore di Reporter senza frontiere, Thibout Bruttin ha detto di essere convinto che la carneficina di giornalisti realizzata ieri dall’IDF era mirata, con lo scopo di impedire che dalla Palestina giungono voci libere di informazione.
Il problema è esattamente questo. L’attacco ai giornalisti non è solo una ferita mortale per la nostra categoria. Ferisce al cuore la libertà di informazione. Ci impedisce di conoscere le storie atroci delle persone bersagliate dalla ferocia degli assalti dell’esercito israeliano, e dal blocco degli aiuti, e dalla carestia organizzata da Tel Aviv. In Palestina sono morti 200 o 250 giornalisti, e poi sono morte almeno altre 62 mila persone (ma probabilmente il doppio o il triplo) e almeno18 mila bambini (ma probabilmente il doppio o il triplo). E tantissime persone, bambini, e donne incinte, oggi rischiano di morire di fame. L’Onu dice almeno 130 mila. Cosa racconteremo alle nuove generazioni? Diremo loro che non ci eravamo accorti di niente, come i nostri padri e nonni non si erano accorti della Shoah? Come spiegheremo loro che il mondo occidentale, che è un mondo potentissimo sia sul piano economico che su quello militare, non ha saputo alzare neanche un sopracciglio per fermare la furia delle bombe israeliane?
Mi rivolgo al mio sindacato. Alla federazione nazionale della stampa, e anche all’altro sindacato dei giornalisti, la Figec. Cari amici e colleghi, possibile che non siamo in grado di fare neanche un giorno di sciopero per cercare di scuotere l’opinione pubblica, il nostro governo, e le istituzioni europee? Noi giornalisti abbiamo una discreta forza politica. Se facciamo prevalere lo spirito umanitario sulle divisioni politiche o sindacali, se promuoviamo una mobilitazione contro il massacro a Gaza, forse poi potremo provare a giustificarci coi nostri figli. Potremo dire loro: noi ci siamo mossi. Altrimenti saremo ricoperti dalla vergogna.