L'addio al presentatore
Pippo Baudo “nazionalpopolare”: cosa pensava Gramsci e l’ira del conduttore più famoso d’Italia
Il pensatore sardo si crucciava della distanza tra intellettuali e popolo auspicandone un connubio. Il conduttore tv lo ha realizzato?
Spettacoli - di Danilo Di Matteo
L’espressione che più ricorre sui media per ricordare Pippo Baudo è “nazional-popolare”. Ironia della sorte: proprio la definizione data al fenomeno televisivo Baudo dall’allora presidente della Rai Enrico Manca nel 1987, suscitando, anche in diretta tv, l’ira del conduttore, che sarebbe poi approdato per un breve periodo altrove. Una polemica scolpita nella mia memoria: ero un liceale e da lì presi le mosse per comprendere il concetto gramsciano. Poniamoci in ascolto del Quaderno 21 (XVII), risalente al 1934-35.
«Polemiche sorte nel periodo di formazione della nazione italiana e della lotta per l’unità politica e territoriale e che hanno continuato e continuano ad ossessionare almeno una parte degli intellettuali italiani. Alcuni di tali problemi (come quello della lingua) molto antichi. Risalgono ai primi tempi della formazione di una unità culturale italiana. […] L’insieme di questi problemi è il riflesso della faticosa elaborazione di una nazione italiana di tipo moderno, contrastata da condizioni di equilibrio di forze interne e internazionali». E poco dopo: «Pertanto una trattazione critica e spassionata di tutte queste quistioni che ancora ossessionano gli intellettuali e anzi vengono oggi presentate come in via di organica soluzione (unità della lingua, rapporto tra arte e vita, quistione del romanzo e del romanzo popolare, quistione di una riforma intellettuale e morale cioè di una rivoluzione popolare che abbia la stessa funzione della Riforma protestante nei paesi germanici e della Rivoluzione francese, quistione della ‘popolarità’ del Risorgimento […]) può dare la traccia più utile per ricostruire i caratteri fondamentali della vita culturale italiana, e delle esigenze che da essi sono indicate e proposte per la soluzione».
Giungiamo ora al celebre paragrafo 5. «([…] si può affermare che i lettori di romanzo d’appendice s’interessano e si appassionano ai loro autori con molta maggiore sincerità e più vivo interesse umano di quanto nei salotti così detti colti non s’interessassero ai romanzi di D’Annunzio o non s’interessino alle opere di Pirandello). Ma il problema più interessante è questo: perché i giornali italiani del 1930, se vogliono diffondersi (o mantenersi) devono pubblicare i romanzi d’appendice di un secolo fa (o quelli moderni dello stesso tipo)? E perché non esiste in Italia una letteratura ‘nazionale’ del genere, nonostante che essa debba essere redditizia? È da osservare il fatto che in molte lingue, ‘nazionale’ e ‘popolare’ sono sinonimi o quasi (così in russo, così in tedesco in cui volkisch ha un significato ancora più intimo, di razza, così nelle lingue slave in genere; in francese ‘nazionale’ ha un significato in cui il termine ‘popolare’ è già più elaborato politicamente, perché legato al concetto di ‘sovranità’, sovranità nazionale e sovranità popolare hanno uguale valore o l’hanno avuto). In Italia il termine ‘nazionale’ ha un significato molto ristretto ideologicamente e in ogni caso non coincide con ‘popolare’, perché in Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla ‘nazione’ e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento politico popolare o nazionale dal basso: la tradizione è ‘libresca’ e astratta […] Il termine corrente ‘nazionale’ è in Italia legato a questa tradizione intellettuale e libresca, quindi la facilità sciocca e in fondo pericolosa di chiamare ‘antinazionale’ chiunque non abbia questa concezione archeologica e tarmata degli interessi del paese».
La proposta di Antonio Gramsci, dunque, è, al contrario, di coniugare i concetti di “nazionale” e “popolare”. Certo, le persone di cultura di oggi sono dissimili da quelle degli anni Trenta; ciononostante, permane non di rado tra loro (tra noi) una visione elitaria e “snob”. Ecco, riguardo alla “fenomenologia di Pippo Baudo”, occorrerebbe discernere tra il carattere “nazionale” e “popolare” della sua tv e quella che un artista lucido come Rino Gaetano definiva “l’Italietta”. E qui gli storici – e ciascuno/a di noi – hanno di che riflettere.