Il vertice di Washington

Meloni in bilico tra Trump ed Europa, l’equilibrismo sull’Ucraina della premier che non vuole rompere “l’unità occidentale”

Quella che si sta giocando è una partita doppia. C’è l’eventualità se non della pace tra Russia e Ucraina almeno di un decisivo passo avanti in quella direzione. Ma c’è anche quella che ha per posta in gioco l’unità sia dell’Occidente che della Ue

Politica - di David Romoli

19 Agosto 2025 alle 08:00

Condividi l'articolo

AP Photo/Alex Brandon
AP Photo/Alex Brandon

Sarà ottimismo reale o di facciata? A Washington, subito prima di incontrare Zelensky e gli altri 7 leader europei accorsi anche per evitare il ripetersi dell’increscioso agguato del 28 febbraio, Giorgia Meloni concede un paio di minuti alla stampa e ostenta un molto cauto possibilismo: “Si sono aperti spiragli di dialogo perché sul terreno c’è uno stallo, grazie all’eroismo degli ucraini ma anche grazie al sostegno dell’Occidente”. È il suo leitmotiv, una delle poste in gioco principali della complessa partita diplomatica che la premier sta giocando: “L’unità dell’Occidente è lo strumento che abbiamo per costruire pace e garantire giustizia. Ovviamente l’Italia c’è”. Senza allargarsi troppo nel vedere la soluzione a portata di mano: “Non ci sono soluzioni facili. Dobbiamo esplorare tutte le soluzioni possibili”.

Dal cambio della guardia alla Casa Bianca, Meloni è in Europa, con il cancelliere tedesco Merz ma persino più di Merz, la leader europea che più insiste sull’obbligo di non dividersi dagli Usa e che più frena di fronte alle tentazioni muscolari soprattutto di Macron, quelle che potrebbero invece innescare una crisi profonda nei rapporti tra Usa e Ue. Per lei, e non solo per lei, che l’Occidente esca da questo delicatissimo momento unito nella sostanza e anche nella forma è prioritario. Ma se martella tanto sul tasto è proprio perché sa che, invece, quell’unità dell’Occidente non è affatto garantita ed è invece a rischio. Sul piano delle offerte che verranno fatte a Zelensky la premier italiana è più che soddisfatta. Washington è esplicitamente orientata ad accogliere la sua proposta: estensione a Kiev dell’art. 5 della Nato, quello che permette senza obbligarlo l’intervento anche armato in difesa di un Paese dell’Alleanza aggredito.

Non è l’ingresso nella Nato perché l’Alleanza non potrebbe piazzare le proprie basi in Ucraina, alle porte della Russia, ma dovrebbe essere garanzia sufficiente contro nuovi attacchi. È la formula che aveva ideato Roma, in opposizione a quella del presidente francese Macron e dei Volenterosi: contingente europeo sul terreno come forza di pace. Macron non ha rinunciato all’idea. Se Trump decidesse di accoglierla in accoppiata con l’art. 5 Nato probabilmente l’Italia, sin qui ostile, non si tirerebbe indietro. Ma in quel caso ci sarebbe il semaforo verde di Putin, che per ora considererebbe il contingente di pace una forza armata nemica, e ovviamente l’intero quadro a partire dal senso della spedizione cambierebbe radicalmente. Il rischio di una divisione tra la due sponde dell’Atlantico non riguarda dunque le garanzie da offrire a Kiev. Attiene invece alla contropartita, cioè a quel che Kiev dovrebbe cedere Trump. In un post particolarmente venefico nei confronti dell’Ucraina, ha scritto che la pace sarebbe a portata di mano se Kiev lo volesse, in soldoni se rinunciasse all’ingresso nella Nato e alla Crimea. Zelensky ha replicato indirettamente con un commento altrettanto acuminato: “La Russia non deve essere premiata per la sua aggressione”. È significativo che il presidente americano abbia citato la Crimea ma non le quattro regioni del Donbass, che Putin considera però altrettanto irrinunciabili.

Se l’accordo si rivelerà impossibile sarà però decisivo, almeno ai fini dei rapporti fra le due metà dell’Occidente, chi sarà a puntare i piedi per primo. Il no di Zelensky al riconoscimento dell’annessione della Crimea potrebbe spingere Trump a considerare responsabile del fallimento proprio Zelensky, nei confronti del quale non prova notoriamente neppure un briciolo di simpatia e solidarietà. I rapporti con la Ue, che resterebbe invece saldamente a fianco di Kiev, sarebbero in buona misura compromessi, anche se tutti si affannerebbero per negarlo. Proprio a questo allude probabilmente la premier quando chiede di “esplorare tutte le soluzioni possibili” e la formula ellittica e molto prudente rivela quanto la questione sia delicata anche all’interno della Ue, dove molti a partire dalla Francia concordano con la necessità di non “premiare” Putin neppure solo con il riconoscimento ufficiale della Crimea russa.

Un cedimento su quel fronte di Zelensky e un irrigidimento della Russia sul Donbass rovescerebbe il quadro. A dimostrare di non volere la pace neppure a fronte di una concessione per Kiev molto dolorosa sarebbe a quel punto la Russia. La guerra proseguirebbe ma almeno l’alleanza occidentale sarebbe salva e pienamente confermata. Quella che si sta giocando, insomma, è una partita doppia. C’è quella decisiva e sotto gli occhi di tutti, l’eventualità se non della pace tra Russia e Ucraina almeno di un decisivo passo avanti in quella direzione. Ma c’è anche quella, per i leader europei e in particolare per quella italiana non meno importante anche se tenuta volutamente nell’ombra che ha per posta in gioco l’unità sia dell’Occidente che della Ue. L’esito della prima, la guerra, è molto incerto. Quello della seconda, i rapporti tra Usa e Ue e all’interno della Ue, lo è altrettanto.

19 Agosto 2025

Condividi l'articolo