Serve una disintossicazione culturale?

Brainrot italiani: l’esperimento distopico dell’era postumana

News - di Giulia Milanese

25 Luglio 2025 alle 15:57

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Brainrot italiani: l’esperimento distopico dell’era postumana

Autentici brainrot italiani, fatti da un italiano geneticamente purosangue, per italiani”. Sembra una parodia, invece è lo slogan di un fenomeno che impazza tra social e shorts video: Italian Brainrot. Non è solo una tendenza, è una grammatica. Rapidissima, destrutturata, piena di spezzoni presi da cartoni animati, frasi assurde o violente ripetute in loop, effetti sonori da gioco sparatutto e personaggi creati ad hoc dalla AI. Tutto serve a una sola cosa: massimizzare la stimolazione, azzerare il contenuto. Niente narrazione, niente senso. Solo un bombardamento visivo e uditivo continuo. La parola “brainrot”, non a caso, è stata scelta dall’Oxford Dictionary come parola dell’anno 2025, con la seguente motivazione: “Espressione della cultura digitale contemporanea, il brainrot indica contenuti creati per deteriorare la soglia attentiva, stimolare in modo caotico il cervello e rendere il consumo compulsivo”.

Il nome, insomma, è un’ammissione: sì, ti marcirà il cervello. Un mondo di nonsense che si installa come sottofondo cognitivo costante. Ore intere di loop cognitivi, spezzoni di cartoni, scene di videogiochi, urla, spari, smorfie animate. Il cervello — soprattutto quello in formazione — si adatta a ciò che consuma. E se consuma disordine, attenzione spezzata e aggressività decontestualizzata, non può costruire pensiero complesso, narrazione, regolazione emotiva. In questo senso, la ricerca neuroscientifica è chiarissima: nei cervelli in formazione l’esposizione ripetuta a contenuti sovrastimolanti riduce la capacità di concentrazione, altera il sistema dopaminergico (cioè il circuito del piacere e della ricompensa), e indebolisce le funzioni esecutive: memoria di lavoro, autocontrollo, regolazione emotiva. Il cervello si abitua al frammento, alla velocità, all’urlo, alla frase ripetuta fino allo sfinimento. Non si tratta solo di intrattenimento scemo, si tratta di un’esperienza cognitiva deformante, che può lasciare effetti a lungo termine.

Ma allora perché i bambini ci passano ore? Perché nessuno interviene? La risposta è doppia: perché i contenuti sono progettati per creare dipendenza e perché gli adulti non se ne accorgono, o fanno finta di niente. Ed è qui che un’ipotesi prende forma: se il brainrot fosse un esperimento sociale distopico in piena regola? Un test globale per verificare quanto può essere abbassata la soglia cognitiva collettiva prima che qualcuno si accorga che sta succedendo qualcosa. Un reality di massa in cui i bambini vengono lasciati soli in un labirinto di pixel e dopamina. I contenuti si spacciano per artigianali, mentre dietro c’è la più fredda automazione algoritmica. È il folklore sintetico dell’era postumana. E bisogna che iniziamo a riconoscerlo per quello che è: non un gioco, non l’ennesimo fenomeno, ma una strategia culturale. Non possiamo evitare che esistano questi contenuti, ma possiamo scegliere di non normalizzarli. Possiamo smettere di sottovalutarli e riderne come se fossero solo una goliardia digitale. Possiamo guardare in faccia il progetto — consapevole o meno — che sta dietro: una demolizione sistematica dell’attenzione, della complessità, dell’immaginazione. Possiamo fare l’unica cosa davvero sovversiva oggi: scegliere il silenzio, la lentezza, il senso. Abbiamo bisogno di una vera disintossicazione culturale. Come ogni disintossicazione, lunga, difficile e scomoda, ma necessaria. Perché quello che ci stiamo giocando non è solo il cervello, è la possibilità stessa di restare umani.

25 Luglio 2025

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