La richiesta alla Corte

Il caso di Melissa Lucio, condannata a morte ma il giudice si ‘pente’: “Annullate quel verdetto”

Una svolta frutto di un’ampia mobilitazione e, fatto raro, di un accordo tra accusa e difesa. Melissa Lucio era stata accusata di aver causato nel 2007 la morte della figlioletta di due anni. Nel 2008 la condanna. Ma per i legali la bimba sarebbe morta a seguito di una caduta dalle scale.

Esteri - di Francesca Mambro

30 Aprile 2024 alle 16:30

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Il caso di Melissa Lucio, condannata a morte ma il giudice si ‘pente’: “Annullate quel verdetto”

Il 12 aprile il giudice che in primo grado aveva condannato a morte Melissa Lucio, ha chiesto alla Corte d’Appello di annullare il verdetto di colpevolezza. L’atto formale del giudice Arturo Cisneros Nelson è considerato “un evento molto raro” nella prassi giudiziaria del Texas, ma non è una iniziativa spontanea del giudice. Melissa Lucio, oggi 55 anni, nata in Texas da genitori messicani, è stata condannata a morte nel 2008 con l’accusa di aver maltrattato la più piccola delle sue figlie, Mariah Alvarez, di due anni, causandone la morte, avvenuta il 17 febbraio 2007. In sede di autopsia sul corpo della bambina furono trovati diversi lividi, e i segni di una precedente frattura ad un braccio.

LA VICENDA DI MELISSA LUCIO

La Lucio ha una storia “dura” alle spalle. Abusata sessualmente all’età di 7 anni dal fidanzato della madre, andata in sposa una prima volta a 16 anni con un giovane con problemi di alcool e droga, ha avuto 5 figli. Ha poi avuto altri 7 figli, fra cui Mariah da un secondo marito, più gli ultimi due figli, di cui era incinta quando è stata arrestata. Le sono state diagnosticate, in varie fasi della sua vita, PTSD (Disordine da Stress Post Traumatico), “sindrome della donna maltrattata” e depressione. Ha anche problemi intellettivi, tutti fattori che, secondo gli esperti di medicina legale, l’hanno resa più vulnerabile alle tecniche di interrogatorio coercitivo.

La Lucio, che al momento del fatto era incinta di due gemelli, venne sottoposta a 5 ore di interrogatorio, nel corso del quale per circa 100 volte ripeté di non aver mai maltrattato nessuno dei suoi figli, e nemmeno Mariah. L’interrogatorio, videoregistrato, si concluse quando la donna, chiaramente esausta, riferendosi alla contestazione che qualcuno doveva pur essere responsabile dei vari lividi della bambina, pronunciò una frase ambigua “I guess I did it”, ossia “immagino che sia colpa mia”. Al processo questa dichiarazione venne “abbinata” alla testimonianza di un perito che si disse certo che quello fosse un caso di abuso. La Lucio, i membri della sua famiglia e il suo team di legali hanno invece sempre sostenuto che la morte di Mariah fosse stata la conseguenza di una caduta dalle scale avvenuta due giorni prima, e che la famiglia, per mancanza di assicurazione medica e poveri, aveva deciso di non portarla in ospedale per un controllo, confidando che dormendoci sopra sarebbe passato tutto.

Due giorni dopo la caduta, la bambina venne trovata immobile nel suo letto, e solo a quel punto sarebbe stata chiamata un’ambulanza. Negli anni successivi i suoi avvocati, coordinati dalla importante associazione “The Innocence Project”, hanno prodotto nuove testimonianze di esperti che dichiarano che la morte è stata “molto più probabilmente accidentale che volontaria”. Gli esperti hanno riesaminato i dati dell’autopsia alla luce dei progressi fatti nel frattempo dalla scienza e individuato nel corpo della bambina una malattia genetica di coagulazione quale causa dei lividi pregressi e dell’andatura incerta che potrebbe averne causato la caduta dalle scale.

IL CASO SOLLEVATO DA KIM KARDASHIAN

Il caso di Melissa Lucio ha raccolto un ampio sostegno negli ultimi anni. La sua esecuzione era stata programmata per il 27 aprile 2022. Prima a sollevare il caso, fu la nota influencer Kim Kardashian. Dopo di lei, nel febbraio 2022, la Corte interamericana per i diritti umani (CIDH) aveva emesso “misure a salvaguardia” chiedendo allo Stato del Texas di astenersi dall’esecuzione in attesa che il caso venisse riesaminato. Nel marzo 2022 a favore della Lucio si erano schierati un gruppo bipartisan di 106 parlamentari (su 181) guidati dal repubblicano Jeff Leach, e 5 membri della giuria popolare. All’epoca, anche Nessuno tocchi Caino si unì agli appelli, in cui si chiedeva al governatore Greg Abbott e alla commissione per la grazia di concederle clemenza che, in caso di condanna a morte, significa la commutazione in ergastolo senza condizionale. Questo perché un governatore ha il potere esecutivo di emanare provvedimenti di clemenza, non quelli di annullare dei processi. Prima che il Texas Board of Pardons and Parole potesse votare sulla questione della clemenza, la Corte d’Appello del Texas ha concesso alla signora Lucio una sospensione dell’esecuzione pochi giorni prima della data di esecuzione che era fissata per il 27 aprile 2022.

Come richiesto dalla procedura, la Corte d’Appello non intervenne direttamente sul processo, ma segnalò il caso alla corte di primo grado, indicando 4 punti che necessitavano di un approfondimento: se i pubblici ministeri avevano ottenuto la condanna utilizzando false testimonianze, se l’esposizione alla giuria di prove scientifiche ottenute con tecnologie non disponibili allora ma oggi sì, porterebbe verosimilmente ad una assoluzione, se la signora è effettivamente innocente e se i pubblici ministeri hanno commesso una “violazione Brady”, termine che indica l’aver occultato prove favorevoli all’imputata verosimilmente rilevanti per l’esito del processo.

La quarta domanda, con risposta affermativa, è stata oggetto, l’11 gennaio 2023, di una prima dichiarazione concordata, importante, ma in un certo senso “neutra”, in cui si affermava che la difesa, durante il processo, non aveva avuto accesso a informazioni in possesso dell’accusa potenzialmente favorevoli all’imputata. “Non aver avuto accesso” è un giro di parole per dire che, poiché queste informazioni (un rapporto dei servizi sociali che seguivano la famiglia Lucio e non avevano mai riportato maltrattamenti, ed altre testimonianze nello stesso senso) erano in possesso della pubblica accusa, ma la difesa (d’ufficio) non ne aveva avuto notizia, la colpa era in parte della pubblica accusa che per legge avrebbe dovuto condividerle con la difesa, ma anche della difesa, che evidentemente non aveva indagato a sufficienza.

L’ACCORDO TRA ACCUSA E DIFESA

Un passo ulteriore è stato fatto il 5 aprile, quando il procuratore distrettuale della contea di Cameron, Luis Saenz, e l’avvocatessa Vanessa Potkin, che negli ultimi anni ha preso in carico il caso della Lucio per conto dell’Innocence Project (associazione, composta in gran parte da avvocati e professori universitari) hanno presentato una seconda dichiarazione congiunta, questa volta più stringente, in cui la pubblica accusa, ossia lo Stato, si assume una maggior quota di responsabilità nella gestione “inadeguata” del processo, e sollecitano la corte di primo grado a “raccomandare” l’annullamento della condanna. Jordan Steiker, direttore del Capital Punishment Center della University of Texas Law School, ha definito questo accordo tra accusa e difesa “eccezionalmente raro”. Se, come abbiamo visto all’inizio, il parere positivo del giudice Nelson, che aveva presieduto il processo di primo grado, verrà accolto dalla corte d’appello, difficilmente si arriverebbe ad una scarcerazione automatica della Lucio.

Nel 99% dei casi le corti d’appello non emettono assoluzioni, ma ordinano la ripetizione del processo. E qui le lungaggini procedurali hanno un loro enorme rilievo. Il potere torna al procuratore, che in qualità di rappresentante della pubblica accusa può decidere se tornare in aula, o ritirare le accuse. Se l’imputato non accetta una imputazione minore (che nel caso della Lucio potrebbe essere una qualche forma di incuria) la pubblica accusa è in grado di ritardare notevolmente l’inizio del nuovo processo, e questo fa sì che di solito, pur di essere scarcerati rapidamente, gli imputati non perseguono una dichiarazione di totale innocenza, ma accettano l’imputazione minore, e la relativa condanna (così recita la formula) “a quanto già scontato”. Se accettano l’imputazione minore escono subito, se perseguono davvero la ripetizione del processo possono passare altri anni. Questa pratica “ricattatoria” però sta riscontrando alcune eccezioni, grazie alla elezione di pubblici ministeri più giovani e politicamente motivati.

Di solito in questi casi la pubblica accusa “tratta” con la difesa una condanna per un reato minore, in modo che non scattino risarcimenti per ingiusta detenzione, e non si “rovini” il palmares dei procuratori che, dovendo andare periodicamente in campagna elettorale, vogliono segnalare i casi vinti, non quelli persi. Difficile prevedere cosa potrebbe fare il procuratore Luis Saenz nel caso (a questo punto probabile) che la corte d’appello gli restituisca il caso. Sappiamo che è un esponente del Partito Democratico, che ha 73 anni, e che nelle sue note biografiche dice di aver conosciuto le difficoltà di essere stato cresciuto assieme a 5 fratelli da una madre single, e dice anche di amare molto quella che era una sua compagna di liceo, Delia Gonzalez, che da 37 anni è sua moglie e gli ha dato due figli. Quello che leggiamo dalle sue note biografiche sarà sufficiente a far ammettere “rapidamente” (se così si può dire, visto che sono già passati 17 anni) allo stato del Texas che contro Melissa Lucio non esistevano prove concrete di colpevolezza? Nel corso degli anni anche NtC ha seguito con attenzione il caso, ritenendolo emblematico di molti dei difetti irreparabili del sistema capitale statunitense.

30 Aprile 2024

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