L'ex presidente della Camera

Intervista a Laura Boldrini: “Di Gaza i media non parlano più, era quello che voleva Netanyahu”

«Ci sono grandi mobilitazioni della società civile, spesso represse con la forza in Italia e non solo. Di Gaza i media quasi non parlano più: era quello che voleva Netanyahu quando ha deciso di attaccare il consolato iraniano»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 20 Aprile 2024

CONDIVIDI

Intervista a Laura Boldrini: “Di Gaza i media non parlano più, era quello che voleva Netanyahu”

Laura Boldrini, già Presidente della Camera, parlamentare Dem e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo: da Gaza allo scontro diretto Israele-Iran. Il Medio Oriente è una polveriera pronta ad esplodere, con effetti devastanti per l’intera area e in particolare per i paesi arabi più fragili, come Libano e Giordania.
Viviamo in un momento in cui il mondo è in bilico: da una parte l’invasione russa dell’Ucraina dall’altra, la carneficina a Gaza e la tensione in Medio Oriente che si alza ogni giorno di più, solo per citare i conflitti più vicini a noi. L’escalation è già in atto e va fermata con urgenza. Ero in Giordania, la notte che l’Iran ha attaccato Israele in risposta all’atto di aggressione di Tel Aviv al consolato iraniano in Siria. Sentirsi, fisicamente, sotto lanci di missili e droni dà la percezione di quanto grave sia la situazione. Per questo non abbiamo più tempo: bisogna mettere in campo tutte le azioni necessarie per impedire un pericolosissimo effetto domino. La Giordania ha avuto un ruolo chiave, quella notte, contribuendo a fermare i missili diretti in Israele. Ma questo ha un costo: la realtà giordana, come quella libanese, è molto complessa.

A cosa si riferisce?
Si calcola che in Giordania metà della popolazione sia composta da palestinesi, profughi dei tempi dei due grandi esodi: la Nakba del 1948 e quello del 1967. L’opinione pubblica giordana è nettamente contraria all’operato di Netanyahu a Gaza e lo stesso re Abd Allāh ha fatto subito presente al segretario di Stato statunitense Antony Blinken che la situazione nella Striscia si doveva risolvere il prima possibile. Questo non è accaduto, purtroppo e le conseguenze si avvertono anche in Giordania, con manifestazioni e proteste contro il governo israeliano. C’è, poi, una linea rossa che per Amman non può essere superata ed è l’eventuale espulsione dei palestinesi dalla Striscia verso chissà dove: un’ipotesi inquietante che emerge da documenti militari israeliani.
La situazione è ancora più complicata, se possibile, in Libano che vive una condizione di particolare fragilità. Dal punto di vista politico, infatti, il Libano da tempo non riesce neanche ad eleggere il capo dello Stato e attraversa una crisi economica senza precedenti. A questo si somma il fatto che, agli oltre 6,5 milioni di abitanti si aggiunge un milione di rifugiati siriani e centinaia di migliaia di palestinesi nei campi profughi. Il sud del Paese, in questi mesi, è stato più volte bombardato dall’aviazione israeliana utilizzando, secondo diverse fonti, ordigni al fosforo bianco. Questo ha provocato la fuga di circa 90mila persone e ha essiccato le coltivazioni di circa 800 ettari di terreno. Un’attività che sottende la volontà del governo israeliano di costituire una buffer zone.

La tensione delle ultime ore è contenibile o è destinata ad aumentare?
Bisogna interrompere la catena degli atti di ritorsione perché non si sa fin dove possa spingersi. Dopo giorni di annunci, all’alba di venerdì Israele ha risposto all’azione dell’Iran con un attacco quasi simbolico e finora non rivendicato ufficialmente. D’altro canto, Teheran minaccia di attaccare i siti nucleari di Tel Aviv. Dire che il Medio Oriente è una polveriera, è quasi un eufemismo. Bisogna lavorare perché questi attacchi si fermino qui e subito. Ma le indiscrezioni secondo cui ci sarebbero delle trattative in corso per limitare la reazione di Israele contro l’Iran in cambio della possibilità di attaccare Rafah, che spero siano infondate, non lasciano ben sperare. Soprattutto per le sorti del popolo palestinese che sarebbe oggetto di un baratto disumano. Senza il cessate il fuoco a Gaza, l’escalation non si fermerà.

La mattanza di Gaza ha raggiunto dimensioni apocalittiche: 10mila donne uccise in sei mesi, oltre 13.800 bambini morti per i bombardamenti, la fame e le malattie legate alla guerra. E il mondo sta a guardare.
Più che il mondo, direi i governi. Ci sono enormi mobilitazioni della società civile che chiedono il cessate il fuoco, il rilascio degli ostaggi, il riconoscimento dello Stato di Palestina, il ripristino del diritto internazionale, l’ingresso di aiuti sufficienti per la popolazione stremata di Gaza. Mobilitazioni spesso represse con la forza. Lo vediamo in Italia dove il governo manda la polizia contro gli studenti: è successo a Pisa, con le immagini scioccanti che tutti ricordiamo, è successo in questi giorni alla Sapienza. Ma lo abbiamo visto anche in Germania dove non solo i manifestanti sono stati fermati dalle forze dell’ordine, ma è stato impedito all’ex ministro greco Yanis Varoufakis di entrare nel Paese per prendere parte a una conferenza sulla Palestina. Negli Usa, Biden deve fare i conti con un’opinione pubblica di sinistra fortemente contraria all’appoggio a Netanyahu al punto che si parla di un fenomeno simile a quello che si sviluppò durante la guerra in Vietnam. Ma per tornare in Italia, secondo un sondaggio di YouGov il 65% degli elettori è a favore del blocco dell’export di armi verso Israele e il 49% è convinto che Israele stia compiendo un genocidio.
C’è un consenso diffuso verso l’ipotesi di sanzioni a Israele, il 62%, mentre il 52% pensa che il nostro governo dovrebbe essere più favorevole ai palestinesi o, almeno, avere una posizione equilibrata. Sono numeri che non possono essere ignorati. Sui media, invece, di quello che succede a Gaza non si parla quasi più e questo è uno degli obiettivi che aveva Netanyahu quando ha deciso di alzare il livello del conflitto nel resto della regione attaccando la sede diplomatica iraniana a Damasco: distogliere l’attenzione dalla mattanza della Striscia, dai morti per fame e malattie a causa del blocco degli aiuti umanitari messo in atto dall’esercito israeliano. Un operato che lo aveva sempre più isolato dalla comunità internazionale. I missili e i droni iraniani hanno portato gli alleati a schierarsi di nuovo dalla sua parte. Netanyahu sa benissimo che più dura il conflitto, più lui rimane in carica. La cosa più urgente ora è il cessate il fuoco a Gaza: tutto origina da lì ed è da lì che bisogna partire per una de-esclation vera. Lo ha chiesto il Consiglio di sicurezza dell’Onu poco dopo che la Corte di giustizia internazionale aveva intimato a Israele di impedire atti genocidari. Tutti obblighi, non inviti, che Netanyahu ha disatteso sfidando la legalità internazionale e continuando a distruggere ospedali, suole, abitazioni e ad uccidere indiscriminatamente 34mila persone. Crimini di guerra di cui Netanyahu e il suo governo dovranno rispondere.

Il Consiglio di sicurezza ha bocciato l’ingresso della Palestina a pieno titolo nell’Onu. Che valore politico ha questo voto?
Tutto è saltato per il veto degli Usa che, invece, si erano astenuti sul cessate il fuoco permettendone l’approvazione. È il segno che la strategia di Netanyahu per uscire dall’isolamento sta funzionando. Io, però, mi chiedo come si possa continuare a parlare di “due popoli e due stati” se si insiste nel non voler dare il riconoscimento necessario allo Stato di Palestina. Lo Stato di Palestina dovrebbe già esistere dal 1947, ma così non è. Senza che se ne riconosca la legittimità ad esistere, così come giustamente si riconosce ad Israele, non ci potrà essere pace e sicurezza in Medio Oriente. È un punto fondamentale che passa anche dal fare i conti con le colonie illegali in Cisgiordania che, invece di essere ritirate, continuano a proliferare con il bene stare del governo di Tel Aviv. È già successo una volta, a Gaza nel 2005, che Israele richiamasse i coloni dai territori palestinesi: non è impossibile ed è un tema da affrontare con urgenza.

Nel disinteresse della stampa mainstream il governo Meloni e la maggioranza che lo sostiene sta modificando, svuotandola, la legge 185 del 1990, quella sulla vendita di armi all’estero. Il movimento pacifista protesta. E il Pd?
Il Pd lavora gomito a gomito con le associazioni pacifiste. Questa proposta di modifica del governo snatura una legge che ha fatto scuola in Europa e che ha ispirato il Trattato internazionale sul commercio delle armi, ratificato dal Parlamento italiano all’unanimità nel 2013, quando ero presidente della Camera. Ma nella proposta di modifica non c’è alcun riferimento a quel trattato. Un’offesa anche al lavoro del Parlamento. La 185 mette l’industria delle armi al servizio di una politica estera di pace e di tutela dei diritti umani e sancisce principi fondamentali come la trasparenza nelle transazioni bancarie che, invece, la maggioranza vuole eliminare escludendo, dalla relazione al Parlamento, l’elenco delle banche che operano in questo settore: i cittadini e le cittadine hanno il diritto di sapere in cosa investe il proprio istituto bancario e di scegliere a chi affidare i propri risparmi. Ed è grave anche che si tenti di escludere le associazioni e le Ong dalla possibilità di segnalare i Paesi in cui si violano i diritti umani e ai quali, in base alla legge, non si possono vendere armi. Tutto questo in un momento in cui si parla di guerra come un’opzione normale per risolvere le controversie tra Stati e non si fa di tutto affinché invece, sia la pace la strada da percorrere. Abbiamo una maggioranza e un governo assoggettati alle lobby degli armamenti e delle banche, come abbiamo già visto con la farsa della tassazione degli extra profitti bancari convertiti in ricapitalizzazioni. Il Pd, come altre forze di opposizione, ha presentato emendamenti alla proposta di modifica della 185, per salvare i punti irrinunciabili della legge e su quelli ci batteremo prima in commissione Esteri e poi in aula.

Il mondo è sempre più dentro una terza guerra mondiale a pezzi, per usare le parole di Papa Francesco. Tra meno di due mesi si vota per le europee, ma il dibattito in Italia si concentra su alleanze, candidature, colpi bassi.
È un dibattito svilente che spero si esaurisca con la chiusura delle liste. Da quel momento in poi si parli di temi concreti. Per me la pace e il disarmo nucleare devono essere centrali.
Quello di un conflitto nucleare è, ahinoi, un rischio reale. Ce lo ha confermato, un un’audizione alle commissioni Esteri e Difesa, Ira Helfand che con la campagna per il disarmo nucleare Ican ha ottenuto il premio Nobel per la Pace nel 2017. Gli ordigni nucleari in possesso di diversi Stati del mondo, alcuni dei quali presenti sul territorio italiano nelle basi di Aviano e Ghedi, sarebbero in grado di distruggere una città come Roma in pochi secondi, uccidendo tutta la popolazione, radendo al suolo case, monumenti, scuole e carbonizzando alberi e parchi. Sarebbe l’estinzione del genere umano e la distruzione dell’ecosistema del Pianeta. Davanti a tutto questo l’Europa, il più grande progetto di pace della storia, rischia di tradire la sua natura, il senso del suo stare insieme e di legittimare la guerra come un’opzione possibile per la risoluzione delle controversie tra gli Stati. A tutto questo bisogna opporsi sia nei parlamenti sia con ampie mobilitazioni per riaffermare la pace come pilastro irrinunciabile della politica estera italiana ed europea.

20 Aprile 2024

Condividi l'articolo