Il caso a Budapest

Ilaria Salis resta in catene e l’Italia se ne frega: il garantismo a corrente alternata del governo Meloni

Anche ieri, Ilaria Salis è stata portata in aula in ceppi: un guinzaglio, catene alle caviglie e ai polsi. Uno schiaffo ai diritti delle persone detenute e alla direttiva europea secondo cui gli stati membri devono evitare di presentare imputati e imputate in pubblico in modo tale che possano apparire colpevoli: è la presunzione di innocenza, fino a sentenza definitiva

Editoriali - di Laura Boldrini - 29 Marzo 2024

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Ilaria Salis resta in catene e l’Italia se ne frega: il garantismo a corrente alternata del governo Meloni

È stata una grande delusione, ieri nell’aula del tribunale di Budapest, ascoltare il diniego da parte del giudice dei domiciliari per Ilaria Salis, la nostra concittadina detenuta in un cercare ungherese da ormai 13 mesi.

Un diniego arrivato nonostante gli avvocati di Ilaria e la famiglia avessero presentato tutte le garanzie: la sistemazione presso un appartamento a Budapest, 40mila euro di cauzione, il consenso al braccialetto elettronico e a lavorare a distanza per un’associazione.

Nonostante questo, il giudice ha deciso che non c’erano nuovi elementi, anche perché non è stato possibile per motivi tecnici interrogare la coimputata di Ilaria, una ragazza tedesca, né sentire i testimoni.

Secondo i giudici persiste il rischio di fuga, ma la sensazione è che non venga tenuto in sufficiente considerazione il principio di presunzione di innocenza, pilastro di ogni stato di diritto, per un’accusa che per altro risulta fumosa: “lesioni potenzialmente letali”, un reato molto vago e che si presta a molta discrezionalità, ma per il quale si rischiano fino a 24 anni di prigione.

E anche ieri, Ilaria Salis è stata portata in aula in ceppi: un guinzaglio, catene alle caviglie e ai polsi. Uno schiaffo ai diritti delle persone detenute e alla direttiva europea secondo cui gli stati membri devono evitare di presentare imputati e imputate in pubblico in modo tale che possano apparire colpevoli. È, appunto, la presunzione di innocenza, fino a sentenza definitiva.

Davanti a tutto questo il ministro Tajani si limita a dire che “non è un bel modo”. Il nostro governo dovrebbe difendere i diritti di concittadini e concittadine detenute all’estero, ma evidentemente non ha nessun credito presso l’amico Orbán. O, forse, non ha alzato sufficientemente la voce.

Ieri, a dire ad Ilaria e alla sua famiglia che continueremo ad impegnarci per la tutela dei suoi diritti come dei diritti di tutte le detenute e di tutti i detenuti c’eravamo solo noi, parlamentari dell’opposizione. La maggioranza era assente: non vuole mettere in imbarazzo la premier Meloni o il garantismo e il patriottismo delle destre vanno a corrente alternata?

29 Marzo 2024

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