Il film nelle sale

Chi era Bob Marley, un leader che portava messaggio di redenzione e libertà

La povertà, la passione per la musica, l’impegno politico che per lui coincideva con quello artistico. Non inseguiva il denaro: voleva solo portare un messaggio di redenzione e libertà ai calpestati dalla storia

Cinema - di Graziella Balestrieri - 21 Febbraio 2024

CONDIVIDI

Chi era Bob Marley, un leader che portava messaggio di redenzione e libertà

Uscirà nelle sale italiane il 22 Febbraio il docufilm “Bob Marley: One Love” dedicato alla figura, alla storia, alla leggenda e alla musica di quello che viene definito il Re della musica reggae, anche se il termine Re su Bob Marley non è del tutto appropriato, perché del suo popolo e di altri popoli ancora, che si sono rispecchiati nella sua voglia di libertà e nella sua sete di giustizia, Bob Marley è stato non un regnante ma un messaggero, consapevole che bisognava scegliere da che parte stare, prendere una posizione e dichiararla con la propria musica, stracolma di politica dalla testa ai piedi. A partire dai suoi dreadlock.

Robert Nesta Marley, nasce a Nine Mile, in Giamaica, da padre inglese e madre giamaicana, ma il padre di Bob non è mai stato presente nella vita di quello che sarebbe diventato la bandiera della Giamaica e il simbolo di quella terra.

Non solo il padre abbandonò la moglie ancora incinta di Bob, ma lo vide, a quanto pare, solo rarissime volte, e di fatto quando il padre morì Bob aveva appena dieci anni. Della figura paterna non avrà mai un ricordo positivo, rinnegando addirittura di averne avuto uno, facendo diventare la cosa normale come spesso accadeva in quella terra. “Non ho avuto un padre. Mio padre – disse Bob – era come quelle storie che si leggono, storie di schiavi: l’uomo bianco che prende la donna nera e la mette incinta”.

Cantautore, chitarrista e sopra ogni cosa attivista, attivista attraverso la propria musica; cosa che è riuscita davvero a pochissimi forse solo a lui e a Joe Strummer. È soprattutto per questo che Bob Marley, che morì a soli 36 anni, per un melanoma, si può considerare a tutti gli effetti non solo un musicista ma anche e soprattutto un leader politico.

La politica che non è sedersi nei banchi del potere, la politica che è stare in mezzo alla gente, conoscere le proprie sofferenze, e riempirsi le tasche non di soldi ma di dignità, di chi tirava fuori la voce a chi pensava di non averla più.

Un leader politico lo è stato perché attraverso la sua arte e la sua figura ha dato forza e coraggio a chi si sentiva oppresso, cercando per tutta la sua esistenza di far arrivare un messaggio di pace e unione. Per questo motivo, per questo suo impegno, senza magheggi, senza inganni, nel 1978 gli venne conferita, a nome di 500 milioni di africani, la medaglia della pace delle Nazioni Unite.

Ecco, Bob Marley è stato un leader sincero e di questa sincerità sconosciuta ai leader politici di oggi e anche in molti artisti che non prendono mai posizione per paura di perdere danaro, se ne sente davvero la mancanza.

Di chi difende il debole, di chi non ha paura, di chi arriva in alto senza calpestare nessuno e anzi arrivato lassù trascina con sé attraverso la propria musica, tutti quelli che stanno in basso, a cui viene tolta la consapevolezza di essere tutti uguali, neri, bianchi, ricchi e poveri.

Bob Marley sta sull’olimpo del mondo ma non vuole starci da solo, è arrivato lassù per poter parlare e cantare, per dire di ribellarsi a chi non conosce i propri diritti, per dire di reagire a chi a testa bassa subisce violenze solo perché la storia è stata scritta dai potenti, da chi aveva la penna e l’inchiostro.

Come si sente dire nel biopic “a volte il messaggero deve diventare messaggio” ed è quello che è diventato Bob Marley: un messaggio, un messaggio di giustizia, uguaglianza, lotta anche, mantenendo sempre una dignità spirituale e morale.

A quindici anni Bob lascia la scuola e stringe amicizia con il suo vicino di casa Bunny Livingstone, musicista e percussionista, che lo farà appassionare alla musica e che di lì a poco, insieme a Peter Tosh, darà vita al gruppo dei The Wailers, che non solo rivoluzionerà la musica reggae ma creerà una sorta di consapevolezza sociale e politica non solo in Giamaica ma in tutto il mondo.

Non ancora ventenne Bob Marley incide i suoi primi brani, siamo intorno al 1961 con Judge Not ma è nel 1964, con la nascita dei The Wailers, formati da Bob Marley, Peter Tosh e Bunny Livingston, che Bob diventa subito una stella e un messaggero/messaggio.

I Wailers rimangono insieme per dieci anni e nel 1974 si sciolgono, ma questo non impedisce a Bob Marley di continuare quella che sembra essere per lui una vera e propria missione. Nascono i Bob Marley & The Wailers e nel 1975 è l’anno di No woman no cry, canzone che ha alle spalle la testimonianza di quanto Bob Marley fosse vicino alla sua gente, a quella gente che pativa la fame, tanto è vero che i diritti d’autore furono assegnati a Vincent Ford, amico di Bob che era il proprietario di una mensa dei poveri a Kingston e che stava quasi fallendo.

A Bob Marley non interessava nulla dei diritti e robe varie: voleva solo che quella struttura continuasse a sfamare migliaia di gente, e così è stato. Nel 1977 esce Exodus, il primo album di Bob Marley & The Wailers, che fu registrato a Londra, dove Bob si era trasferito, visto che nel 1976 aveva subito un tentato omicidio.

Album che già dal titolo riprende la condizione di “esiliato” di Bob e sua moglie Rita (sposata nel 1966 e dalla quale avrà tre dei suoi tredici figli) e del suo dissenso nei confronti del primo ministro giamaicano Michael Manley.

Così cantava in Jamming, uno dei brani divenuto simbolo di Exodus “nessun proiettile ci può fermare. Non supplicheremo e non ci piegheremo. Non possono comprarci né venderci. La tua vita vale più dell’oro”. E sempre in Exodus che si trovano veri e propri manifesti di libertà e di incitamento ai popoli oppressi di lottare per avere i propri diritti, canzoni simbolo come One Love /People Get Ready e la stessa Exodus.

E poi arrivano nel 1978 l’album Kaya, nel 1979 Survival e nel 1980 Uprising, album che conteneva al suo interno non solo Could you be loved ma anche una canzone completamente diversa dallo stile reggae, quella Redeption Song che è manifesto del rastafarianesimo che Bob Marley aveva abbracciato nel 1967 e dove nella sua delicata chitarra e voce già carica di sofferenza dovuta al tumore, Bob Marley invita e incita tutti a cercare di liberarsi da quelli che sono gli schemi mentali, culturali che ci sono stati imposti e da quelli che inconsciamente ognuno di noi si crea “emancipatevi dalla schiavitù mentale, nessuno a parte noi stessi può liberare la nostra mente”.

Canzone che venne ripresa anni dopo, manco a dirlo da Joe Strummer, suo eguale per sincerità , coerenza politica e artistica. Il 27 giugno del 1980 Bob Marley è il primo artista in assoluto ad inaugurare lo Stadio San Siro di Milano, come luogo per la musica e non solo per il calcio, davanti ad 80mila spettatori.

Si esibirà a Milano e poi a Torino. Ma il cancro ormai lo aveva raggiunto fino al cervello e l’11 maggio del 1981, dopo aver rincorso ospedali, cure alternative e cure innovative, si spegne a Miami, al Cedar of Lebanon Hospital.

Bob Marley però lascia in eredità un insegnamento fondamentale: di sicuro la musica non salva il mondo, non lo ha mai cambiato, non lo cambia ed è molto probabile che non lo cambierà mai, però ha il potere di renderlo consapevole. Ecco la musica e il “messaggio Bob Marley“ è proprio questo: bisogna essere consapevoli che una volta che si è stati costretti a stare in ginocchio ci si può e ci si deve solo rialzare.

21 Febbraio 2024

Condividi l'articolo