L'ex segretario della Fgci

“La pace era un sogno, oggi è una bestemmia”, intervista a Marco Fumagalli

Segretario della Fgci nel 1980, dopo D’Alema, Fumagalli denuncia la rimozione del rischio della guerra, ricorda la marcia di Comiso contro i missili: «L’orologio dell’Apocalisse segnava tre minuti. Oggi 45 secondi, ma nessuno ne parla. Si parla solo di “vittoria”. Io dico: fermatevi!»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

19 Gennaio 2024 alle 14:00

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L’ex segretario Fgci Marco Fumagalli
L’ex segretario Fgci Marco Fumagalli

In quelle “belle bandiere”, i “figgicciotti” degli anni’70-’80, Marco Fumagalli rientra alla grande. A Milano, prima, e poi a Roma, quando nel 1980 viene eletto segretario nazionale dopo Massimo D’Alema. Quello spirito, quelle idealità, l’hanno accompagnato nella sua storia politica post giovanile, da parlamentare e dirigente della sinistra. Non è uso aprirsi alla stampa, ma con l’Unità ha fatto eccezione, con una cavalcata emozionante nel tempo.

Sei stato il segretario nazionale della FGCI negli anni della lotta contro gli euromissili, delle grandi manifestazioni per la pace a Roma e a Comiso. Cosa ti resta e cosa resta di attuale di quella grande stagione?
Intanto rimane la mia angoscia personale. Nel senso che allora avevamo paura della guerra ed io ne ho ancora paura. Guardo l’Ucraina, il Medioriente, guardo al fatto che noi siamo su un piano in discesa che ci sta portando verso una tragedia. L’elemento impressionante è che noi siamo bombardati da immagini che ci raccontano la ferocia della guerra, leggiamo tranquillamente che in Germania si parla di un possibile conflitto Nato-Russia nel 2025 se non prima, eppure non c’è alcun allarme sul rischio di una guerra mondiale. C’è una rimozione di questo rischio. E qui ci sono i confronti con Comiso.

Vale a dire?
C’era l’orologio dell’apocalisse che allora indicava tre minuti. Oggi indica 45 secondi. Ma nessuno ne parla. Lo trovi in qualche notizia nascosta di qualche giornale semi clandestino. C’era una mobilitazione che affermava una parola d’ordine molto semplice: questa terra è l’unica che abbiamo. Parola d’ordine che oggi viene usata solo dal movimento ambientalista e non da quello che rimane del movimento pacifista. C’era inoltre una spinta delle forze intellettuali, della cultura diffusa. Ti ricorderai di una bellissima canzone di Lucio Dalla, Futura, i missili russi e americani, mentre il mondo si aggrappa alla speranza di una bambina che nascerà e si chiamerà Futura. Oggi per molti versi la situazione è più drammatica. Ma non c’è questo allarme.

Perché avviene questo?
Ho provato a interrogarmi. E le risposte che ho trovato sono diverse. La prima, è che la nostra è la generazione nata a cavallo tra la fine degli anni ’40 e gli inizi degli anni ’50. Una generazione i cui genitori avevano attraversato la guerra mondiale, l’avevano conosciuta direttamente. Noi siamo cresciuti con i racconti di cos’era la guerra. In secondo luogo, noi vivevamo dentro la guerra fredda, con quell’equilibrio del terrore che ci veniva raccontato. Quando ci furono i missili a Cuba, io me lo ricordo bene. Avevo allora nove anni, la sera si andava a dormire dopo il telegiornale e si aveva paura. I telegiornali, la stampa, raccontavano della possibilità di una guerra. Questo è l’elemento del vissuto.
E poi ce n’è un altro che pesa.

Quale?
Dopo l’89, ha vinto l’Occidente. Nella guerra tra due blocchi, ha vinto uno di essi. E questo ha portato a pensare che il mondo, ce l’hanno raccontato, fosse pacificato. Che non c’erano più pericoli. E tutto questo ha fatto sì che noi abbiamo vissuto per anni senza più guerre drammatiche, senza più la paura del conflitto Est-Ovest. E questo ha rimosso, nel profondo, la percezione di questa minaccia. A parlare del pericolo della guerra, c’è il Papa. Ne hanno parlato due generali, il capo di stato maggiore degli Stati Uniti e quello dell’Italia, persone che conoscono. Ne parlano vecchi intellettuali, prestigiosi ma anziani, come Morin, come Habermas. È avvenuto che nel momento in cui tu neghi il rischio della guerra, la parola pace diventa una bestemmia. L’unica parola che si accetta è “vittoria”. Nel momento in cui viene meno la consapevolezza del rischio della guerra, che ci è vicino, che ti colpisce, che può essere una tragedia per l’umanità, cosa rimane? Rimane la “vittoria”. E rimane che tu sei spettatore di una guerra dove la sola cosa che ti si concede è quella di fare il tifo. Cosa si dice ogni giorno: da che parte state! Non potete stare dalla parte della pace, dovete stare o di qui o di là della barricata. Sta qui la ferita rispetto ad allora. Il carattere universalistico del movimento della pace, che diceva no alla guerra, no al riarmo, e stava in questo assunto il suo carattere universalistico, non ti faceva schierare da una parte o dall’altra, o meglio, di fronte al rischio di un nuovo, devastante, conflitto Est-Ovest, il movimento si schierava dalla parte della pace.

Ed oggi?
Ti dicevo della ferita. Questo pensiero, questa pratica, non hanno legittimazione. Perché devi scegliere da che parte stare. Vedi, la domanda che mi sono fatto in questi anni è se era possibile un’altra strada. Era possibile che il mondo invece di prendere questa china spaventosa, ne prendesse un’altra…

La risposta?
Io penso di sì. Penso che era possibile, e che la nostra utopia di allora, era una utopia molto realistica. Quella dei “senza missili dal Portogallo agli Urali”. Può apparire un paradosso, ma il momento storico in cui quella utopia si sarebbe potuta realizzare, era dopo il crollo del muro di Berlino. Perché nel momento in cui veniva meno l’equilibrio del terrore, c’erano le condizioni per pensare ad un mondo costruito sul disarmo, sull’interdipendenza, sulla cooperazione e la sicurezza reciproche. Nel momento in cui quell’equilibrio del terrore veniva meno, e una parte aveva vinto, quella parte aveva l’occasione per costruire un mondo che sceglieva la strada della pace. Si è scelta un’altra strada. La strada del riarmo, la strada dell’allargamento dei blocchi, la strada della guerra di civiltà, della guerra di religione. Questo è quello che è avvenuto. Ripensare è utile. Ripensare anche agli errori che si sono fatti, anche per mettere in discussione l’idea che noi Occidente abbiamo il dovere di governare il mondo. Non l’abbiamo fatto. Noi abbiamo spinto il mondo ad una guerra tra il Sud e il Nord del mondo. Cito una frase della bella intervista di Pietro Folena a l’Unità: Sinistra svegliati. Ha ragione Pietro, deve svegliarsi anche in questo. Dovremmo fare una doppia operazione…

Quale?
Una battaglia per rimettere consapevolezza nella società, nell’opinione pubblica, sul rischio della guerra. Con una parola d’ordine molto semplice: Fermatevi. Pietro dice: Svegliati sinistra. Io aggiungo: Svegliati sinistra e dì Fermatevi. Perché così stiamo andando verso un precipizio dal quale non ci ritireremo su. E poi, avere pensieri sul mondo. Il bisogno di ragionare su un nuovo governo del mondo, anche sulle macerie delle istituzioni che avrebbero dovuto sostenere questo governo. Queste istituzioni sovranazionali sono state ridotte ad un guscio vuoto. Oggi abbiamo bisogno, un bisogno davvero vitale, di batterci per il disarmo. Non solo come una esigenza morale, ma come un fatto di salvezza dell’umanità stessa. Questo era Comiso.

Sempre in questo viaggio nella memoria, tra passato e futuro. La tua FGCI è stata una FGCI pacifista, non violenta, con una forte vocazione internazionalista. Su queste siete riusciti a spostare, in una chiave “movimentista; un grande partito come il PCI e il suo segretario, Enrico Berlinguer. Cosa ti è rimasto di quella storia?
Quando diventai segretario nazionale della FGCI, eravamo agli inizi degli anni ’80, dopo gli anni di piombo, del terrorismo, anni in cui si era consumata una rottura profonda tra le nuove generazioni e i comunisti italiani, e anche con una crisi della politica che investiva tutto il sistema democratico. Il tentativo che allora facemmo fu quello di ritrovare i fili per riannodare un legame con le nuove generazioni. Avevamo tanti difetti, ma eravamo curiosi. Cercavamo strade nuove, di ridare dignità alla politica. E la prima grande esperienza che facemmo fu quella del terremoto. Organizzammo migliaia di ragazzi e ragazze che andarono lì dove c’era bisogno di aiuto, nel cuore della sofferenza. Ci muoveva un bisogno di liberare la politica da un deteriore politicismo, dallo scimmiottare il partito. Trovare strade nuove, che poi portarono alla rifondazione della FGCI, di cui tu sei stato partecipe. Avvertivamo dei fermenti in Inghilterra, attorno al Comitato Bertrand Russell, come in Germania, attorno al tema della pace. E noi facemmo un Festival della FGCI a Livorno, nell’81, prima della grande manifestazione di Roma, intorno ai temi del mondo, della pace, della guerra, in cui ci aprivamo al confronto con altri. Ad un dibattito sulle elezioni francesi, partecipò Rossana Rossanda, che allora, parliamo del 1981, non era in intimità politica con il PCI. Noi la invitammo per cercare di capire. E da lì nacque, lo ricordi bene, il Comitato 24 Ottobre, per la manifestazione contro i missili a Comiso. E qui lasciami spazio per un ricordo dovuto.

A te.
In tutta questa fase della FGCI, un ruolo fondamentale lo ebbe un compagno meraviglioso, che purtroppo ci ha lasciato troppo presto: Tom Benetollo, che poi divenne presidente dell’ARCI. Tom fu un compagno decisivo, nel rapporto con le altre organizzazioni, con la sua capacità, umana e politica, di unire. Si decise di fare la manifestazione, il 24 ottobre. Come FGCI avemmo fortissime pressioni dal partito per ritirare la nostra firma dalla manifestazione. Perché si diceva che la manifestazione era squilibrata, troppo unilaterale, che lo schieramento non andava bene. Ci fu tensione tra noi e il partito. Ricordo che a un certo punto, dissi a Benetollo: Tom ma siamo tranquilli che la manifestazione riesca, perché si può cercare di tenere botta al partito se poi c’è un risultato ma se va male succede un casino. Tom mi disse, tranquillo, la manifestazione riuscirà alla grande. Tre giorni prima della manifestazione, eravamo riuniti a Via della Vite a Roma (sede nazionale della FGCI, ndr) con il Comitato promotore, e viene da me di corsa la mitica Vittoria, la segretaria in FGCI, per dirmi che c’è Berlinguer al telefono. Non era usuale che Berlinguer telefonasse.

Cosa successe?
Vado al telefono. Era lui in persona che mi chiede una piccola modifica dell’appello. Gli dico che non ci sono problemi…

E lui?
Mi dice allora t’informo che il partito aderirà alla manifestazione. E quella del 24 ottobre fu una grandissima manifestazione. Dire che allora spostammo il PCI mi pare eccessivo, non bisogna mai eccedere nella presunzione, ma senza dubbio quella manifestazione segnò una novità. Per due ragioni. La prima è che il giorno del corteo venne da me Pio La Torre. Mi mise un braccio sulla spalla e mi disse: avevate ragione voi. Da quel momento, Pio La Torre tornò in Sicilia e s’impegnò fino alla sua morte, per il movimento per la pace. Oggi non succederebbe mai che un dirigente ti venga a dire: avevate ragione voi, ma questo è un inciso per dire come è cambiato il mondo, anche a sinistra. La seconda cosa, è che Enrico Berlinguer scrisse un importante articolo, che segnò una fase nuova nella vita del PCI, quello che venne definito il secondo Berlinguer, a cui la generazione mia, di Folena, di Cuperlo è legata, perché ci formammo allora e lì ci fu permesso anche di aprire le finestre al nuovo che avanzava. Scrisse l’articolo sul Rinnovamento della politica. Un articolo in cui venivano messi in discussione alcuni capisaldi della cultura del PCI, laddove si affermava che alla contraddizione di classe si accompagna, con pari dignità, il movimento delle donne, quello ambientalista. Insomma, uscivamo dalla storia, classica, ortodossa, nostra e si apriva una fase nuova. Ebbene, quell’articolo comincia citando il movimento per la pace, e a un certo punto, Berlinguer dice, cito testualmente, “quel movimento, con quella grandiosità che ha sbalordito tutti”, e lì si evidenzia la sorpresa del partito e le ragioni delle telefonate precedenti di Berlinguer, ed è un esempio, ritorno alla citazione, “dell’intervento delle masse che va mantenuto, ripreso ed esteso”. Quell’elaborazione c’era già in Berlinguer, ma forse quell’eruzione, dopo gli anni del terrorismo, dopo la sconfitta della Fiat, segna un contributo a quella fase nuova di apertura del partito sui temi dell’ambientalismo, del volontariato, del femminismo, del pacifismo, che purtroppo s’interruppe con la morte di Berlinguer, ma che segna, a mio parere, una delle fasi più interessanti del rinnovamento culturale di quel partito.

Di quell’internazionalismo che caratterizzo quella FGCI, cosa è rimasto. È rideclinabile e come?
Noi non dobbiamo vivere mai di nostalgia. Quando si guarda al passato non si devono oscurare gli errori commessi e vedere le differenze con il presente. Per noi l’internazionalismo era facile. Si chiamava Vietnam, si chiamava Cile. Erano i movimenti di liberazione, contro le dittature che ai nostri occhi si manifestavano come il progresso, l’avanzata dell’umanità. Qualche vota questi movimenti si sono anche trasformati in tragedie. Pensiamo alla vicenda iraniana. Per un giovane oggi è molto, molto più difficile. Pensa a quello che furono allora i movimenti di liberazione, agli stessi i Paesi non allineati. Erano Paesi laici, molti di ispirazione laica socialista o comunque laica. Anche in Medioriente. L’OLP, ma per certi versi anche il Baath siriano e quello iracheno. Regimi, certo, ma erano regimi che rispettavano le donne, che avevano elementi di avanzamento democratico, progressista e laico.

Ed oggi?
Se togliamo i curdi iracheni e siriani, quelli che hanno combattuto l’Isis a Kobane, che sono un elemento di resistenza civile, democratico, progressista, laico e con rispetto delle donne, che sono la vera rivoluzione che ha vinto nell’umanità e che oggi trova tanti nemici, se togliamo i curdi, oggi vediamo un mondo travolto dai fondamentalismi. In Medioriente, dai massacri tra sciiti e sunniti. È difficile oggi. Cercando di capire e di dare, per quel che sono in grado, una mano a questa generazione che non ha la fortuna di avere i sogni e le speranze nostre, una generazione che vive anche un’altra tragedia che noi non abbiamo conosciuto…

Quale?
La tragedia del Mediterraneo. La tragedia dei migranti. La tragedia di una moltitudine di persone che fuggono dalla miseria, dalla guerra, e che trovano le barriere di un Occidente, di una Europa che difende le sue “fortezze”, quel che resta della sua ricchezza. Mentre pensavo a cosa dirti, mi è venuta in mente una canzone, molto triste, della resistenza: pietà l’è morta, diceva il refrain. Noi rischiamo di vivere in un mondo dove la pietà è morta. La pietà verso il migrante, la pietà verso quelli che muoiono nelle guerre in corso, in Medioriente, a Gaza, in Ucraina…Occorre una riscossa morale, che ritrovi l’umanità. Ritrovi il rapporto con l’altro. Mi ha colpito il Papa quando ha parlato da Fazio. Il centro del suo messaggio era il perdono. Nel suo discorso, papa Francesco ha insistito moltissimo sul perdono, sul riconoscere nell’altro non il nemico ma dare la mano a chi hai di fronte a te. Io penso che questa sia la grande questione, cioè ritrovare un umanesimo in una società che è sempre più violenta. E qui lasciami aggiungere, ci tengo molto perché appartiene alla vicenda storica di cui noi abbiamo delle colpe, che quello che sta avvenendo è la conseguenza della rottura del compromesso tra capitalismo e democrazia. Noi viviamo in una società in cui la democrazia è in crisi, perché si è rotto quel compromesso. Il capitalismo senza freni ha vinto. Ricordiamoci la Thatcher, non esiste la società, esistono gli individui, e nel momento in cui quegli elementi connettivi che sono propri di una società, il ceto medio, lo stato sociale, il governo dell’economia, vengono meno, perché c’è solo l’individuo, in quel momento la democrazia entra in crisi. Crescono il rancore, la rabbia, il rifiuto dell’altro. Crescono i pericoli per la democrazia. E allora capiamo Trump, il populista che vince in Argentina, capiamo il governo italiano. Comprendiamo questo. E noi sinistra siamo stati subalterni a quel pensiero. Se oggi vogliamo ridare speranza alla democrazia, occorre che quel compromesso venga ricostruito su altre basi. Va bene rivendicare l’antifascismo, ma non ci basta per salvare la democrazia. Perché la crisi della democrazia ha altre ragioni, più profonde, che è l’idea della Thatcher, dell’individualismo esasperato. Lì ci sono i nostri ritardi. Il fatto che siamo stati vittime, a volte compiacenti, del pensiero unico. Le diseguaglianze, le èlite sempre più ricche, il ceto medio che s’impoverisce, il rancore che cresce. E allora la pietà l’è morta, perché siamo in guerra l’uno contro l’altro. Una moderna, radicale critica al capitalismo. Ecco la sfida epocale con cui siamo chiamati a cimentarci. Non farlo, è un suicido politico, culturale, ideale.

Il 2024 è iniziato come era finito il 2023. Il genocidio di Gaza.
Il filo del ragionamento è sempre lo stesso. Gaza è il punto più alto di questa tragedia. Quella di due popoli vittime dell’odio. Nulla può giustificare la strage del 7 ottobre compiuta da Hamas in Israele né la strage dei palestinesi a Gaza. Sono due tragedie che s’intrecciano. Mi hanno molto colpito le testimonianze, gli scritti dei pacifisti israeliani. Che dicono a noi pacifisti europei, voi non capite. Non capite la portata di ciò che è successo, il rivivere la tragedia storica della Shoah. Voi ci state abbandonando. Non ce lo dice Netanyahu, ce lo dicono quelli che fino a ieri erano al nostro fianco e che si battevano per due popoli, due Stati. Devo capire. Capire cosa è successo a quell’intellettuale, a quel pacifista che oggi dice questo. Capire il perché, tolta una esile minoranza, non dice nulla sui morti di Gaza. E nel contempo come faccio a non capire che quei bambini morti nei bombardamenti, fan crescere altro odio. Qui c’è la crisi della politica. E ancora una volta si aggrovigliano i nodi non risolti della storia. La storia si vendica dei nostri errori, perché nulla si è fatto prima per evitare queste tragedie.

19 Gennaio 2024

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