L'inchiesta a Milano

Alviero Martini, il Made in Italy con le borse realizzate da cinesi sfruttati: commissariata la casa di moda

Cronaca - di Redazione - 17 Gennaio 2024 alle 12:57 AGGIORNATO IL 17 Gennaio 2024 alle 16:29

Alviero Martini, il Made in Italy con le borse realizzate da cinesi sfruttati: commissariata la casa di moda

Il Made in Italy di qualità fatto sfruttando lavoratori sottopagati, costretti a lavorare in opifici cinesi dove i carabinieri del NIL (Nucleo Ispettorato del Lavoro) di Milano hanno riscontrato gravi violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro, con la manodopera ospitata in dormitori realizzati abusivamente ed in condizioni igienico sanitarie sotto minimo etico.

È questo il contesto che ha portato il Tribunale di Milano a emettere un decreto di amministrazione giudiziaria a carico dell’azienda di moda Alviero Martini, non indagata al pari dei suoi rappresentanti. Società specializzata in borse ed accessori di lusso, famosi per le mappe geografiche impresse sul tessuto, fondata nel 1991 a Milano e che nel 2003 era stata ceduta dall’omonimo fondatore stilista alla società Final dell’imprenditrice Luisa Angelini.

Nel provvedimento della sezione misure di Prevenzione del Tribunale di Milano si sottolinea come l’indagine della Procura ha appurato “una connessione tra il cosiddetto mondo del lusso da una parte e quello di laboratori cinesi dall’altra, con un unico obiettivo: abbattimento dei costi e massimizzazione dei profitti attraverso l’elusione di norme penali giuslavoristiche“.

Il buco nei controlli della Alviero Martini

Un provvedimento necessario secondo la Procura di Milano, titolare del fascicolo il pm Paolo Storari, perché l’azienda di moda è “ritenuta incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo nell’ambito del ciclo produttivo”.

Secondo gli accertamenti condotti dai carabinieri del NIL la Alviero Martini non avrebbe “mai effettuato ispezioni o audit sulla filiera produttiva per appurare le reali condizioni lavorative” e “le capacità tecniche delle aziende appaltatrici tanto da agevolare (colposamente) soggetti raggiunti da corposi elementi probatori in ordine al delitto di caporalato”.

L’azienda avrebbe affidato “mediante contratto di appalto con divieto di sub-appalto senza preventiva autorizzazione, l’intera produzione a società terze, con completa esternalizzazione dei processi produttivi“. E le aziende appaltatrici, però, avrebbero “solo nominalmente” una “adeguata capacità produttiva e possono competere sul mercato solo esternalizzando le commesse ad opifici cinesi, i quali riescono ad abbattere a loro volta i costi grazie all’impiego di manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento“.

Gli opifici cinesi illegali

Controllando i soggetti affidatari degli appalti e dei sub affidatari non autorizzati, i carabinieri hanno scoperto otto opifici gestiti da cittadini cinesi nelle province di Milano, Monza e Brianza e Pavia. Al loro interno sono stati identificati 197 lavoratori di cui 37 occupati in nero e clandestini sul territorio nazionale.

Durante i controlli sono stati denunciati a vario titolo per caporalato e altri dieci titolari di aziende di diritto o di fatto di origine cinese nonché 37 persone non in regola con la permanenza e il soggiorno sul territorio nazionale. Infine sono state comminate ammende pari a oltre 153mila euro e sanzioni amministrative pari a 150 mila euro e per sei aziende è stata disposta la sospensione dell’attività per gravi violazioni in materia di sicurezza e per utilizzo di lavoro nero.

L’operaio in nero morto

Nell’inchiesta che ha portato al provvedimento di amministrazione giudiziaria della Alviero Martini c’è anche un morto sul lavoro, un operaio in nero regolarizzato da una delle società appaltatrici della casa di moda il giorno dopo l’infortunio in cui perse la vita.

La vicenda risale al 24 maggio. Nei capannoni della ditta di Trezzano Sul Naviglio, nel milanese, un lavoratore di 26 anni originario del Bangladesh morì schiacciato dalla caduta di un macchinario. Ma, “per camuffare l’effettivo status di lavoratore in nero” dell’operaio, il giorno dopo la società “ha inviato il modello telematico di assunzione al Centro per l’impiego e agli enti contributivi e assicurativi Inps ed Inail”, scrivono gli inquirenti.

di: Redazione - 17 Gennaio 2024

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