Noisy Naples Fest

L’importante è finire cantando: il live dei Baustelle all’Arena Flegrea di Napoli

Cultura - di Antonio Lamorte - 20 Luglio 2023

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L’importante è finire cantando: il live dei Baustelle all’Arena Flegrea di Napoli

Quando alla fine del concerto l’Arena Flegrea si svuota e il pubblico defluisce, scende dalle scale e attraversa le transenne ancora canta: canta Gli spietati, singolo de I mistici dell’occidente del 2010, che suona sui piatti delle postazioni all’ingresso e che però nella scaletta non c’era mica. L’impressione è che se i Baustelle ne avessero avuta ancora, chi è arrivato al loro concerto a Napoli avrebbe potuto continuare a cantare per altri cinque sei o dieci pezzi, per un’altra mezz’ora o un’altra ora. Nonostante fosse mercoledì sera, nonostante un’umidità quasi proibitiva.

Dual bill all’evento del 19 luglio del Noisy Naples Fest. Ad aprire a Fuorigrotta c’è Venerus e il suo pop cadenzato, il suo soul all’italiana, la sua voce ora flautata ora acida. E una band in forma, due vestiti da Pulcinella, uno con la maglietta di Osimhen. Dura un’ora e mezza, saggio dei due album, Magica musica e Il segreto, più un inedito e un siparietto incomprensibile ai più con incoronazione sul palco. È a tratti ridondante, complessivamente fresco nelle sue trame jazz e funk. Funziona, si balla. Una mezz’oretta per cambiare la strumentazione, la scenografia e l’aria è sempre più bagnata, l’umidità è a livelli altissimi quando attaccano i Baustelle.

Per i blackout da qualche parte in città montano generatori, su furgoncini caricano cisterne piene d’acqua. Siccità di Virzì non sembra così lontano. È un concerto torrido, l’Arena boccheggia e allo stesso tempo canta dalla prima fino all’ultima canzone. La band di provincia, alternativa e underground e indie che finisce per fare il karaoke anche lei per quell’attitudine pop e cantautorale dei pezzi scritti da Francesco Bianconi. Già un classico questo trio, un gruppo arrivato al grande pubblico senza voler  suonare rassicurante. Rende bene l’idea appena dopo un paio di pezzi l’Arena intera che canta di un suicidio, le “parole nere di vita” di La guerra è finita con la quale il gruppo esplose nel 2005.

Claudio Brasini resta un buttero rock alla chitarra. Rachele Bastreghi l’affabulatrice beat del palcoscenico. Bianconi ormai una rockstar alternativa. La band conferisce compattezza a tutta la formazione, più solida rispetto al passato. Alla batteria Julie Ant è incandescente. La scaletta è un Manuale Cencelli tra nove album e 27 anni di attività, fatta eccezione per l’ultimo disco Elvis, naturalmente privilegiato. Non manca il momento villaggio turistico: “Chiama lo psicologo, chiama l’ospedale: voglio solo amare, voglio solo amare”, il coro che Bianconi chiede al pubblico su Gran Brianza lapdance asso di cuori stripping club. Non ce n’è bisogno al momento della cover, La donna cannone di Francesco De Gregori unisce l’Arena in un coro afoso.

Chicche per quelli della prima ora: Love Affair e La moda del lento. Amanda Lear sbrilluccica. A chiudere tre encore pescati alle radici e al picco di questa storia: Gomma, La canzone del riformatorio e Charlie fa surf. Il tour sta raccogliendo solo consensi. Un live condiviso tra palco e un pubblico affezionatissimo, quasi una cosa sola “a buttare gli occhi e l’anima a un concerto rock”. E questo senso della fine, tragica e ironica, che pervade tutto o quasi. L’estate, le rane, la provincia, Milano, la sinistra “che non c’è”, i cimiteri, l’amore. Come cantare anche sotto le bombe, farsi sorprendere a ballare dall’Apocalisse. È per “dimenticare i nostri cuori deserti e che un giorno o l’altro si dovrà pur morire” e “per non vedere il vuoto mai dentro di noi” che Andiamo ai rave.

20 Luglio 2023

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