PAZI!

Chi era Andrea Pazienza, la storia della rockstar del fumetto italiano

Paz era pittura, disegno, pennarello, pennello, parola, assurdo e comicità, verismo e fantascienza, lettura sociale e politica senza impegno. "Il più radicale dei fumettisti italiani". Il suo talento, il genio, le opere, le dipendenze, la bellezza, la morte giovane lo hanno consegnato alla dimensione del mito

Cultura - di Antonio Lamorte - 23 Maggio 2023

CONDIVIDI

Chi era Andrea Pazienza, la storia della rockstar del fumetto italiano

Lui e Pentothal, Zanardi, il suo Pertini, Astarte e Pompeo: sono stati delle insant legend, come si direbbe oggi. Andrea Pazienza è stato ed è rimasto l’indiscussa rockstar del fumetto italiano. Precocissimo, un maestro a vent’anni. Maledetto, morto a 32 per un’overdose di eroina. Una traiettoria da club dei 27 insomma, geniale e tormentata, maturata negli anni 70 dell’impegno e delle tensioni politiche e sociali, sfociata negli anni 80 del disimpegno e delle redazioni che si trasformavano, dei fumetti che cambiavano. Per stile, personaggi, trame Paz è stato un precursore, un artista poliedrico: disegnava come un essere umano può parlare, o camminare o respirare, senza alcun dogma, nessun paletto. È stato definito anche “il più radicale dei fumettisti italiani”.

Era nato il 23 maggio del 1956 a San Benedetto del Tronto. Si chiamava: Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza. Padre pugliese, insegnante di educazione artistica e pittore acquarellista, “il più grande acquarellista vivente” secondo il figlio. La madre Giuliana, insegnante anche lei. Un fratello e una sorella più piccoli. “Disegno da quando avevo 18 mesi, so disegnare qualunque cosa in qualunque modo”. Il suo primo disegno: un orsacchiotto. Era cresciuto a San Severo, in provincia di Foggia. Due insegnanti del liceo artistico Giuseppe Misticoni a Pescara lo lasciarono libero di sperimentare con la sua creatività, sempre a Pescara – dov’era arrivato a 12 anni – conobbe Tanino Liberatore.

“Onnivoro, passava dai classici russi al Cabaret Voltaire, corteggiatissimo dalle ragazze, molto legato alla sua classe, figlio d’arte (il padre Enrico era un ottimo acquerellista) faceva caricature a tutti. Dal punto di vista tecnico – ha raccontato a L’Espresso il docente Albano Paolinelli – aveva difficoltà a creare pieni e vuoti, riempiva i fogli all’inverosimile. Per questo lo rimproveravo spesso. Ed era guerra aperta. Altre volte ti costringeva per sfinimento a sperimentare tecniche filmiche e di animazione: in quel periodo producevo cinema d’artista e lui era molto interessato. Fu così che nacque un corto, Narciso, in cui Andrea oltre a realizzare i titoli di testa fu anche interprete. Un vero Narciso”.

Gli esordi di Andrea Pazienza

Paz non era soltanto un grande disegnatore. Le sue storie erano sincere, oneste, dolci e spietate, senza alcun filtro. A 24 anni, nel 1980, era già un grande del fumetto. Le sue tavole di Pentothal erano uscite su Alter Alter dal 1977 e avevano conquistato perfino Hugo Pratt. Quel personaggio e le sue vicissitudini erano un resoconto della contestazione studentesca del 1977, quella che pretendeva “l’immaginazione al potere”. Bologna delle case dei fuorisede, dei luoghi occupati, degli universitari, degli incontri, delle droghe. Bologna dove Paz non aveva mai terminato il Dams, cui si era iscritto. “La prima storia di Pentothal, che è stata anche la prima che ho fatto in assoluto, è stata l’unica che ho fatto sentendola moltissimo. Questa storia mi fu pagata, e da allora non ho più fatto cose che mi intrippassero più di tanto. Anche perché non puoi farlo, sennò poi diventi la marionetta di te stesso”.

Ad Alter Alter aveva cominciato la sua avventura editoriale, in seguito aveva contribuito alla formazione della rivista Cannibale. Nel 1979 era entrato nella redazione romana de Il Male, dove aveva disegnato il Pertini Presidente partigiano. Pertini stesso chiese di avere un disegno di Paz, quello in cui Pertini è rattristato per il sequestro di Fabrizio De André, e invitò una delegazione de Il Male al Quirinale. Pazienza non c’era.

Per lui il fumetto stava diventando sempre più “qualcosa che si sta avvicinando molto alla letteratura. E non so se la letteratura significhi qualcosa in più del fumetto sulla scala dei valori. Se leggendo un racconto il cuore riesce a pulsare una volta in più o in meno, l’adrenalina circola per un attimo in maniera più o meno veloce, se le ghiandole secernono un liquido al posto di un altro, e qualche cosa in chi legge cambia io ho raggiunto il mio risultato, indipendentemente dalla morale finale, da se uno dice: mi è piaciuta o non mi è piaciuta la storia”.

Sulle pagine di Frigidaire, che contribuisce a fondare nel 1980, compare Massimo Zanardi, il “grande sovvertitore”, il protagonista che rappresenta l’incursione del Male, la fine del sogno collettivo degli anni 70. L’individualismo, il cinismo di un liceale senza pietà. “Zanardi è cattivo quanto può esserlo un’antenna Rai, è un ripetitore, riflette ciò che lo circonda, che in qualche modo è suscettibile di commuoverlo, la commozione non sempre è positiva”. A questo punto Paz cominciava a essere amato ma anche invidiato dai colleghi.

La morte di Andrea Pazienza

Si rifugiò nell’ultima parte della sua vita a Montepulciano, in provincia di Siena, dove sposò Marina Comandini. Forse spinto anche dall’isolamento che aveva cominciato a vivere a Bologna. Partecipò a un supplemento a strisce per Linus, su cui raccontò il suo viaggio in Brasile. Aveva provato a disintossicarsi. Una sera era arrivato in motocicletta a Roma, a casa della sorella, con in mano due biglietti per il concerto di Bruce Springsteen. La sorella rifiutò perché doveva sostenere un esame universitario: doveva studiare. Provava però un forte senso di angoscia, ha raccontato anni dopo.

Quella stessa notte, il 16 giugno del 1988, Andrea Pazienza moriva per overdose di eroina – anche se la famiglia non ha mai voluto rivelare le cause della morte. “Mi ritengo un pochino fortunata – ha detto la madre – rispetto alle altre mamme che hanno perso un loro figlio, perché Andrea non è rimasto soltanto nel mio cuore ma è rimasto nel cuore di tanti giovani che ogni anno lo scoprono e lo amano”. Un anno prima aveva pubblicato Gli ultimi giorni di Pompeo, struggente opera sul calvario di un tossicodipendente considerata da tanti un capolavoro insuperato e secondo altri un’opera premonitrice.

“Fondamentalmente ci sono due tipi di storie: una la definisco storia arcobaleno. Tu sei in macchina e a un certo punto ho come una visione celeste, in un attimo ho tutta la storia davanti agli occhi. C’è un prologo, un corpo centrale e una coda. Non devo fare altro che andare a casa, sedermi e realizzarla senza bisogno di sceneggiature o di elaborare”. Prima scriveva, prima veniva il testo. Di solito. Dopo buttava giù le tavole. Oppure buttava tutto giù di getto. Il talento sfolgorante, il genio, le opere, le dipendenze, la bellezza, la morte giovane lo hanno consegnato al mito. Era pittura, disegno, pennarello, pennello, parola, assurdo e comicità, verismo e fantascienza, lettura sociale e politica senza impegno.

Le storie, i personaggi, l’hanno consegnato alla dimensione del classico. Quando Andrea Pazienza è morto aveva 32 anni. A Pescara, per quelli che sarebbero stati i suoi 67 anni, è stata organizzato il Paz Day, il primo di una serie di appuntamenti al CLAP Museum (Comics Labs Art Pescara), dove gli è stata dedicata un’esposizione permanente di 300 tavole originali. Quando Pazienza morì l’impressione di tanti fu quella di essere rimasti un po’ più soli. I marchigiani Gang, in uno dei tanti omaggi, anni fa gli hanno dedicato una canzone: “Non ti sei perso niente, Paz!”.

23 Maggio 2023

Condividi l'articolo