La sostituzione egemonica
Come sfuggire alla trappola di Tucidide: perché per decifrare il tramonto dell’Occidente dobbiamo rileggere Gramsci
Washington fuori di testa, Londra acefala: il disordine regna sovrano. Per orientarsi nel caos odierno è utile ricorrere alla vecchia officina gramsciana. La sua analisi di come, senza armi, l’Inghilterra consegnò la leadership agli Stati Uniti
Politica - di Michele Prospero
Con Washington fuori di testa, e Londra acefala, il disordine regna sovrano. Per decifrare il tramonto dell’Occidente torna in voga anche Spengler. Ma, ai fini di una precisa comprensione del caos odierno, pare più fornita la vecchia officina gramsciana. Attraverso una ricognizione storico-critica, il pensatore sardo indaga le “fratture” che hanno eroso “l’egemonia politica dell’Europa” consolidatasi nel secolo compreso tra il Congresso di Vienna e la Grande guerra del 1914-18. La trincea ha infranto un quadro globale nel segno “dell’imperialismo britannico”. Prima del conflitto spiccava infatti “la funzione mondiale di Londra: un aspetto, tecnico, dell’egemonia economica anglosassone e della sterlina nel mondo: tentativi di New York e di Parigi per soppiantare Londra”.
Con la inimicizia bellica irrompono, per Gramsci, nuove costellazioni economico-militari. “Il costo colossale della guerra, i profondi turbamenti della produzione europea (la rivoluzione russa), hanno fatto degli Stati Uniti gli arbitri della finanza mondiale. Quindi la loro affermazione politica”. Gli attori tradizionali perdono quota e il vento americano si abbatte in maniera inesorabile sull’Europa “troppo antiquata”. Dato che riflette su accadimenti ancora in corso, Gramsci è consapevole che le formulazioni circa la nuova architettura del sistema dopo la Pax britannica “sono tutte ipotesi molto vaghe ancora, ma da tener presenti per studiare gli sviluppi delle tendenze su accennate”. Nella mappatura delle potenze, più che la candidatura tedesca alla conquista di grandi spazi etnicamente omogenei, egli vede affiorare un tempo di rivoluzione passiva. Gli stessi governi del capitalismo liberale dovranno adottare cioè una legislazione sociale. Entro questo processo, incide altresì il richiamo ideale “dell’attuale Russia, che non solo influisce sulla politica imperiale, ma anche sulla politica interna inglese”. Dinanzi al forte “contraccolpo della «prepotenza» americana” e al particolarismo che sgretola l’impero (“Canadà, Australia e Nuova Zelanda in una posizione intermedia tra Inghilterra e Stati Uniti. Se urto serio tra Stati Uniti e Inghilterra l’Impero inglese si sgretolerebbe”), la strategia che la scacchiera concede a Londra è obbligata: consegnare il ruolo direttivo a Washington.
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Di fronte al sorpasso americano negli indicatori economico-finanziari ed industriali fondamentali, annota Gramsci, “l’Inghilterra ha dovuto riconoscere tacitamente la supremazia degli Stati Uniti, e ciò sia per ragioni economiche sia per la trasformazione dell’Impero”. In particolare, “gli inglesi sono specialmente colpiti dai movimenti nazionali nei paesi coloniali e semicoloniali: India, negri dell’Africa, ecc..”. La sostituzione egemonica avviene quindi senza un duello militare. Alcune linee di continuità culturali autorizzano inoltre a parlare “di un prolungamento ed intensificazione della civiltà europea, che ha però assunto determinati caratteri nell’ambiente americano”. Analizzando il “nuovo aspetto dei rapporti tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America”, Gramsci riprende l’ipotesi “che gli Stati Uniti cerchino di diventare la forza politica egemone dell’Impero inglese, cioè conquistino l’impero inglese dall’interno e non dall’esterno con una guerra”. Attorno a Washington si costruisce un nuovo centro, che sovrasta le aree periferiche. Raggiunto il primato “col peso implacabile della sua produzione economica”, anche l’America deve “dare un sostrato economico organizzato alla propria egemonia politica sulle nazioni che le sono subordinate”. Il libero scambio abbatte ogni protezione corporativa e mina la struttura europea intaccando “la sua assise economica-sociale”.
Per i governi è necessario un adattamento alle tendenze competitive dell’economia-mondo, ma proprio il mercato indebolisce le singole sovranità e le capacità di regolazione. Tra le resistenze di “Stati egemonici come la Francia e la Germania”, in grado di incidere ancora con una certa autonomia, l’Europa potrebbe dare luogo ad accordi politici “tra un gruppo di Stati” e a protocolli di scambio interregionali (“la tappa intermedia della Paneuropa di Briand”, la chiama Gramsci). Secondo tale ottica, “il mercato mondiale verrebbe ad essere costituito di una serie di mercati non piú nazionali ma internazionali (interstatali) che avrebbero organizzato nel loro interno una certa stabilità delle attività economiche essenziali, e che potrebbero entrare in rapporto tra loro sulla base dello stesso sistema”. In un tempo accelerato (“nel periodo attuale tutto è più rapido che nei periodi passati”), emergono nuove gerarchie intorno ai “paesi più importanti economicamente e politicamente”. Pure le ribellioni contro la dipendenza coloniale mutano il volto dell’epoca intaccando i vecchi imperi. I Quaderni evidenziano che “elementi di disgregazione dopo la guerra sono stati: la potenza degli Stati Uniti, anglosassoni anch’essi e che esercitano un influsso su certi dominions, e i movimenti nazionali e nazionalistici che sono in parte una reazione al movimento operaio – nei paesi a capitalismo sviluppato – e in parte un movimento contro il capitalismo stimolato dal movimento operaio: India, negri, cinesi, ecc.”. Il problema nazionale può certo avere “una soluzione pacifica anche in regime borghese: esempio classico la separazione pacifica della Norvegia dalla Svezia”. Ma a caratterizzare i grandi fenomeni di de-colonizzazione è la resistenza violenta, o non-violenta alla Gandhi.
Come Hobbes, Gramsci legge la politica estera quale trama competitiva fra Stati parimenti sovrani che rivendicano i requisiti classici della sicurezza e dell’autonomia. Rispetto alla cornice “anarchica” del Leviatano, nei Quaderni la mancanza di un potere coercitivo legittimato come istanza di garanzia comune non esclude però taluni livelli di integrazione concordati per comprimere la frammentazione dell’autorità. Gramsci parla di “sistema mondiale politico”, per cui tra gli Stati non vige il puro caos ma cresce un livello “di organizzazione internazionale” che, mediante la minaccia di sanzioni materiali o politiche, gestisce una tensione di forze dettata da considerazioni di potenza. La nozione gramsciana di “sistema” esclude che un singolo Stato eserciti una direzione monocratica (la violenza è una pratica costosa, da calibrare cercando valori comuni e intavolando trattative per una economia di coercizione). Neppure l’organismo statale più incisivo sul terreno politico-militare ed economico può configurarsi come l’Impero, in grado di sottrarsi agli “infiniti elementi di equilibrio di un sistema politico internazionale” per esigere una generale obbedienza senza la fatica di una graduazione pattizia delle richieste.
Nella prospettiva di delineare profili di stabilizzazione (anche giuridica), lo Stato-guida deve edificare attorno a sé una coalizione che, nota Gramsci, opera “con altre forze che concorrono in modo decisivo a formare un sistema e un equilibrio”. Entro un “sistema internazionale” si riscontra un bilanciamento dinamico, con rapporti di potere asimmetrici che fondano relazioni di dominio e sudditanza. Le potenze egemoni, che dosando coercizione e consenso maneggiano gli strumenti per determinare o rallentare i processi, alimentano con trattati e convenzioni il “tentativo di dare una organizzazione giuridica stabile ai rapporti internazionali (Santa Alleanza e Società delle Nazioni)”. Nel “sistema” un principio centripeto garantisce soltanto a pochi una facoltà di condizionamento e di imposizione dei meccanismi di soggezione. Nondimeno l’accentramento coesiste con le spinte centrifughe di movimenti che intendono alterare l’ordine delle cose in vista di condizioni di manovra più vantaggiose. Gramsci chiarisce che “la linea di uno Stato egemonico, cioè di una grande potenza, non oscilla perché esso stesso determina la volontà altrui”. L’interpretazione gramsciana è che “come, in un certo senso, in uno Stato, la storia è storia delle classi dirigenti, così, nel mondo, la storia è storia degli Stati egemoni. La storia degli Stati subalterni si spiega con la storia degli Stati egemoni”.
L’egemonia politica garantisce un plusvalore economico-finanziario e quindi la facoltà di imporre, ai danni delle nazioni subordinate, una più conveniente bilancia tra importazioni ed esportazioni ricorrendo a dazi, boicottaggi, politiche tariffarie, accordi regionali, cartelli internazionali e dilatazione del debito pubblico. “Negli Stati Uniti il sistema di amministrazione è fondato sulla conversione dei debiti consolidati in debiti redimibili con riduzione degli interessi”. L’assetto mondiale degli “Stati egemoni”, nella lettura di Gramsci, coinvolge attori pubblici e privati: oltre ai governi operano le imprese, le camere di commercio, “la grande finanza internazionale”, le istituzioni della regolazione. Il loro scopo è progettare momenti di integrazione per agevolare gli spostamenti dei capitali (“La sicurezza dei capitali americani all’estero: intanto non azioni ma obbligazioni”).
Alla luce dello sviluppo ineguale degli spazi politico-sociali, la coalizione dominante può scaricare le proprie contraddizioni sui paesi periferici e dipendenti, poiché “la vita economica immediata di una nazione è subordinata ai rapporti internazionali”. Chi occupa il centro vanta una “egemonia economica” che offre vantaggi nella gestione delle risorse e del saldo commerciale. Gramsci ricorda che “il mercato finanziario di Londra produce un reddito che contribuisce in larga misura a saldare il deficit della bilancia commerciale”. In confronto a chi siede in una posizione centrale, le periferie godono di un decrescente grado di “autonomia delle economie nazionali dai rapporti economici del mercato mondiale”. Mentre redige la topografia delle potenze del dopoguerra, Gramsci mette in agenda anche un tema del secolo successivo. “Atlantico-Pacifico. Funzione dell’Atlantico nella civiltà e nell’economia moderna. Si sposterà questo asse nel Pacifico? Le masse più grandi di popolazione del mondo sono nel Pacifico: se la Cina e l’India diventassero nazioni moderne con grandi masse di produzione industriale, il loro distacco dalla dipendenza europea romperebbe appunto l’equilibrio attuale: trasformazione del continente americano, spostamento dalla riva atlantica alla riva del Pacifico dell’asse della vita americana, ecc. Vedere tutte queste questioni nei termini economici e politici (traffici, ecc.)”.
Oggi, dopo il dominio condiviso delle due sponde dell’Atlantico, un nuovo ordine incombe perché l’economia è divenuta davvero mondiale. Gramsci ipotizza inedite gerarchie tra il centro e le periferie, e “d’altronde la civiltà cinese e quella indiana hanno pur contato qualcosa”. Per evitare di andare in armi all’appuntamento con Tucidide, tocca alla potenza egemonica che si congeda decidere se seguire o no il precedente inglese e cioè se far tacere o meno le armi davanti al cambio di leader.