A 100 anni dall'uscita
Fiesta, il romanzo politico che demolisce la società borghese di Ernest Hemingway compie 100 anni
Hemingway porta subito il lettore verso Pamplona, il vino, la folla, la corrida, ma, al tempo stesso, è anche un profondo inganno. E la ricerca disperata di quello che Parigi non può dare
Cultura - di Dorella Cianci
Esiste un rapporto fra la crisi storica e politica e la crisi della letteratura? Proviamo a rispondere con Hemingway. Nel 1926 l’Europa non aveva ancora capito se il dopoguerra sarebbe diventato una ricostruzione democratica o l’anticamera di nuove catastrofi. La Prima guerra mondiale era finita da otto anni, ma la pace era una parola priva di contenuto. In Italia, il fascismo aveva trasformato la violenza politica in regime; in Spagna la dittatura di Primo de Rivera governava dal ‘23; in Francia, la memoria del massacro aveva imparato a convivere con il mito mondano di una Parigi simbolo degli espatriati. L’Occidente, in quel frangente, celebrava la modernità, il consumo, il jazz, i viaggi, l’emancipazione dei costumi, ma sotto questa superficie restava un continente di mutilati, di reduci e di disillusione sociale.
È dentro questa soglia storica che nasce The Sun Also Rises, il romanzo che, in Italia, conosciamo come Fiesta. Non è un libro “politico” nel senso più consueto del termine. Non racconta partiti, elezioni o rivoluzioni. Non costruisce una tesi ideologica, eppure è uno dei romanzi più politici del Novecento, perché mostra il punto in cui una civiltà perde fiducia nei propri valori e prova a sostituire la vera storia con l’esperienza e, addirittura, il conflitto con il consumo, e la ferita con… La fiesta. Fernanda Pivano, che più di altri ha contribuito a costruire, in Italia, un accesso di primissimo livello alla letteratura americana, aveva intuito che Hemingway non poteva essere ridotto alla leggenda dell’uomo d’azione, del cacciatore, del bevitore o del torero mancato. In Hemingway l’esperienza diventava (e continua a diventare) forma letteraria. Da qui è opportuno ripartire, a cent’anni dalla pubblicazione del romanzo. Fiesta non è soltanto la storia di americani e inglesi che bevono nei caffè di Parigi e, poi, inseguono l’euforia di Pamplona. È l’immagine di una classe colta, che ha ereditato libertà di movimento e di desiderio, ma non un linguaggio capace di costruire un senso adatto alla catastrofe della guerra o al disagio socio-economico. I personaggi si spostano continuamente, ma non avanzano mai davvero. Attraversano frontiere, ma restano prigionieri di se stessi. Parlano molto, ma dicono pochissimo. La cosiddetta “generazione perduta” di Fiesta non va, quindi, intesa come formula “romantica” per indicare giovani malinconici in viaggio. È una categoria storica: perduta non perché decadente, ma perché collocata dopo una frattura che le istituzioni non hanno saputo elaborare. Gli Stati che avevano chiesto sacrificio, disciplina e morte non hanno saputo restituire ai sopravvissuti un ordine morale credibile. La società borghese continuava a offrire piaceri, vacanze, ma non una risposta alla domanda più urgente: che cosa resta dell’uomo moderno dopo la guerra industriale?
Jake Barnes, il narratore, è il luogo fisico di questa domanda. La sua ferita di guerra, che lo ha reso impotente, è spesso stata letta come simbolo della crisi stessa della virilità. Lo è, ma in un senso più profondo di quanto dica la caricatura maschile di Hemingway. Jake non rappresenta soltanto un uomo menomato, bensì un ordine maschile che continua a recitare forza, controllo, possesso, ma porta nel corpo la prova della propria disfatta. Brett Ashley, al tempo stesso, non è solo l’oggetto del desiderio maschile. È una figura della libertà e della sua contraddizione. Si muove, sceglie, seduce, rifiuta i ruoli femminili tradizionali, ma la sua libertà resta impigliata in un mondo che non possiede ancora strumenti sociali per concepirla davvero. Anche per questo Fiesta non può essere letto ingenuamente. Nel romanzo ci sono misoginia, antisemitismo, crudeltà di classe, gerarchie razziali e simboliche e una lettura “politica” del testo non deve cancellare queste zone d’ombra; dovrebbe, invece, tentare di attraversarle, perché proprio lì il romanzo conserva il polso politico del suo tempo. Il titolo italiano, Fiesta, funziona egregiamente, perché porta subito il lettore verso Pamplona, verso il vino, la folla, la corrida, ma, al tempo stesso, è anche un profondo inganno. La festa, in Hemingway, non è una liberazione collettiva genuina. Siamo dinanzi a un rito allucinogeno. A Pamplona i personaggi cercano ciò che Parigi non può dare loro: una disciplina del rischio o una violenza “regolata”.
E’ anche opportuno ricordare che Hemingway scrive nel momento in cui il modernismo letterario aveva già imparato che il mondo non può più essere narrato con le forme piene dell’Ottocento. Dopo la guerra (è bene ricordarlo in ogni tempo), anche la parola deve cambiare, facendosi più sospettosa. La prosa di Hemingway, con la sua economia di parole e il suo peso del non detto, è una risposta stilistica alla crisi della politica. Per questo l’Hemingway di Fiesta va sottratto tanto all’agiografia quanto al processo sommario. Non basta celebrarlo come futuro premio Nobel, né liquidarlo come icona di una maschilità compromessa. Bisogna leggerlo nel tempo in cui vive, caratterizzato dal trauma europeo del primo dopoguerra. In questo senso, il centenario di Fiesta dovrebbe essere l’occasione per interrogare un meccanismo storico che non appartiene solo agli anni Venti del Novecento. Ogni dopoguerra e ogni catastrofe sociale produce una tentazione simile: non elaborare politicamente la ferita, ma trasformarla in stile di vita ubriacato.