La bomba contro il giornalista
Attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, quattro arresti in Campania: il commando agì su commissione
Quattro arresti per l’attentato ai danni del giornalista Rai Sigfrido Ranucci, con la bomba piazzata davanti la sua abitazione nell’ottobre del 2025 a Campo Ascolano, una frazione del comune di Pomezia, vicino a Roma. È la svolta arrivata nelle lunghe indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma che ha portato stamane all’esecuzione di quattro ordinanze di custodia cautelare da parte dei carabinieri nelle province di Napoli e Avellino: l’accusa nei confronti dei quattro è di detenzione di esplosivi e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Il gruppo, secondo le indagini, avrebbe agito su mandato di terze persone, al momento non identificate, e dietro compenso economico. I quattro membri del commando hanno un’età compresa tra i 53 e i 22 anni: del gruppo fa parte anche una donna che avrebbe effettuato un sopralluogo nei giorni precedenti all’attentato all’esterno della abitazione del conduttore di Report. Secondo quanto riferisce l’Ansa tutti i membri del commando hanno precedenti penali, uno in particolare per sequestro di persona, violenza sessuale, rapina ed estorsione, per gli altri invece reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti.
“Sapevo che sarebbe avvenuto qualcosa, ma ovviamente dalle indagini non è trapelato nulla. Adesso aspettiamo gli sviluppi. Ho voluto ringraziare personalmente il Nucleo investigativo dei Carabinieri e il dottor Carlo Villani, che mi aveva promesso che avrebbe chiuso le indagini ed è stato di parola. Adesso bisognerà capire i dettagli di tutta questa vicenda e capire se ci sono altri livelli”. È questo il primo commento che arriva da Ranucci dopo gli arresti di questa mattina, raggiunto telefonicamente da “Agorà Estate”, la trasmissione in onda su Rai 3. Ranucci ha più volte subito minacce e intimidazioni, è sotto scorta dal 2014 dopo aver ricevuto minacce di morte da parte della mafia.
Quanto alle indagini, il commando è stato identificato grazie all’esame incrociato di tutti i sistemi di videosorveglianza pubblici e privati, rilievi tecnico scientifici e l’esame di tutti i tabulati telefonici della vasta cella interessata: è così che gli inquirenti hanno ricostruito le fasi preparatorie, esecutive e successive dell’attentato ai danni di Ranucci. Quanto all’ordigno, i rilievi svolti dalla Sezione Rilievi e dalla Squadra Artificieri del Nucleo Investigativo di Roma e i successivi accertamenti del Ris di Roma hanno dimostrato che il gruppo aveva utilizzato una carica detonante composta da “gelatina da cava“, materiale obsoleto ma dalla straordinaria capacità distruttiva, indicativo di una rete illecita di approvvigionamento di materiale esplodente.
L’ordigno deflagrò intorno alle 22 di sera del 16 ottobre scorso davanti al cancello dell’abitazione del giornalista, provocando la distruzione delle sue due autovetture parcheggiate e danneggiando il muro perimetrale: Ranucci aveva parcheggiato la sua auto a metà giornata mentre la figlia, che usava abitualmente l’altra auto, era rientrata intorno alle 21:40. Né lui né la figlia erano stati feriti. Al commando si è arrivati soprattutto grazie all’individuazione dell’auto utilizzata per raggiungere Pomezia, una Fiat 500X risultata noleggiata in Campania e immortalata da una telecamera installata sulla Pontina a diversi chilometri di distanza dal luogo dell’attentato. Grazie poi all’analisi dei tabulati telefonici, i dati dei ripetitori hanno dimostrato che il percorso dei cellulari utilizzati dagli esecutori materiali era perfettamente sovrapponibile al tracciato della Fiat 500X in viaggio dalla Campania a Pomezia sia il giorno dell’attentato sia in precedenza, quando avevano effettuato un sopralluogo della zona.