Il silenzio del governo Meloni

Padroni e caporali aggrediscono gli operai in picchetto a Seano per liberare le merci dalla morsa dello sciopero

Padroni e caporali hanno aggredito gli operai in picchetto a Seano per liberare le merci dalla morsa dello sciopero. Il governo resta in silenzio

Cronaca - di Marco Grimaldi

26 Giugno 2026 alle 17:07

Condividi l'articolo

Padroni e caporali aggrediscono gli operai in picchetto a Seano per liberare le merci dalla morsa dello sciopero

Martedì (23 giugno) a Seano (Prato) è andato in scena qualcosa di inaudito. Un vero assalto al picchetto dei lavoratori Acca, organizzato e diretto dall’azienda tramite WeChat, con la partecipazione esclusiva dei padroni del pronto moda e dei caporali. 250 aggressori, un operaio investito da un furgone, cinque agenti feriti. In decine sono entrati con la forza nel magazzino per smistare merce. Dentro non c’era un solo operaio Acca: al posto dei lavoratori in sciopero, i padronicini. Hanno provato a raccontarla come una questione etnica. Ma l’unico interesse che li muove è la merce, quella che lo sciopero ha fermato. Quella merce li ha arricchiti per anni sulle spalle di chi ha lavorato 12 ore, in nero, senza tutele. Dopo un anno di proteste, quei lavoratori hanno conquistato accordi da otto ore per cinque giorni e contratti regolari in almeno 200 aziende con centinaia di operai. Per questo è arrivata la “resa dei conti” contro di loro e contro il sindacato Sudd Cobas. Eppure, le cose non sono andate come speravano loro.

Intanto, tre industriali sono stati arrestati per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Si spera saranno indagati per ben altro. Dopo il primo attacco, un secondo assalto al picchetto è stato annunciato ieri e organizzato via WeChat. La risposta è arrivata più forte che mai, con un nuovo sciopero generale del distretto tessile, moda e logistica. Centinaia di operai hanno raggiunto la sede della Acca dopo aver lasciato per il secondo giorno di fila il lavoro. I caporali si sono trovati di fronte una muraglia umana. Dopo mesi di silenzio, i lavoratori cinesi hanno scelto il sindacato per spezzare la paura, insieme a pakistani, africani, bangladesi. La battaglia vera è liberare la logistica del pronto moda da sfruttamento, mafia e caporali. Ogni centimetro di dignità conquistato qui negli ultimi due anni è stato pagato con scioperi, aggressioni, minacce. Ma Prato non è più quella di una volta, quando i più sfruttati erano invisibili e senza voce. La mobilitazione ormai è permanente. Il punto è: per quanto tempo lo Stato pensa di lasciare questi lavoratori soli a difendersi con i loro corpi? Quante di queste storie abbiamo raccontato in Parlamento…

Facciamo di nuovo appello al governo, al Ministero del lavoro, al Ministero dell’interno e alle istituzioni locali: aprite gli occhi. Chi ha architettato gli assalti al picchetto non difende l’impresa, organizza caporalato di filiera. Chi fa entrare i padroncini al posto degli operai viola la legge. Lo Stato deve stare dalla parte di chi lavora. Per fare questo non c’è decreto sul “giusto salario” che tenga. Non se si rifiuta una misura sulla rappresentanza che contrasti i contratti pirata; se si mantiene il meccanismo odioso dei subappalti a cascata; se si tiene in piedi la Bossi-Fini, che crea un esercito di schiavi che rende tutti più ricattabili; se si resta muti e inermi di fronte al caporalato che si mangia interi settori, mentre i lavoratori bruciano nelle auto dei caporali. Quante altre volte dovremo denunciare il caporalato e lo schiavismo nel distretto tessile toscano, in agricoltura, nelle filiere del Made in Italy, nel Food delivery? Si smetta di dire che è una devianza locale, prerogativa di mafie straniere. È un’economia parallela che vive dentro l’economia legale. È un sistema che si nutre delle nostre filiere e del silenzio complice di chi sta in cima alla catena: le inchieste del Pm Storari continuano a mostrarlo. Ma questo sistema vive anche grazie alle leggi che ci sono ma spesso non vengono applicate, come la 199 del 2016. Se ci fossero controlli continui e pressanti, quella norma permetterebbe di condannare i caporali con pene da uno a sei anni e confisca dei beni, e richiamerebbe i committenti alle loro responsabilità. Manca la volontà politica di combattere un fenomeno che si nutre anche del razzismo di Stato. Se mi sbaglio, sarò felice di ricredermi. Il Governo lo dimostri.

26 Giugno 2026

Condividi l'articolo