L'omaggio a Collodi
Intervista a Enzo D’Alò: “Ho restituito a Pinocchio la bellezza d’essere anarchico”
Disegni di Mattotti e musiche di Dalla, in un tripudio di colori ispirati a Hockney: un piccolo capolavoro da riscoprire. “Quel burattino non è un bugiardo, ma un bimbo che ha il diritto di esplorare e di sbagliare”
Cultura - di Chiara Nicoletti
Nel bicentenario della nascita di Carlo Collodi, la 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro celebra il genio di Pinocchio con la proiezione dei più amati film di animazione italiani dedicati al burattino più famoso della letteratura. Tra questi, Pinocchio di Enzo D’Alò, uno dei massimi esponenti europei del cinema d’animazione, regista di La Gabbianella e il Gatto e La Freccia Azzurra. Il suo Pinocchio del 2012, impreziosito dalle illustrazioni di Lorenzo Mattotti e dalle musiche originali di Lucio Dalla, fu presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia, ottenne la nomination agli European Film Awards 2013 e al Festival di Annecy, e conquistò oltre 4.500 spettatori al Busan International Film Festival. In attesa di rivedere il suo film sul grande schermo a Pesaro, Enzo D’Alò torna indietro a quel momento della sua carriera.
Come ha accolto l’invito a celebrare Collodi nel suo bicentenario?
Pesaro è un festival che amo e ci torno sempre volentieri. E sono orgoglioso che tra tutte le decine di “Pinocchi” il mio sia stato scelto come simbolo dei 200 anni dalla nascita di Collodi. Sono anche contento perché è stata scelta una fiaba che ho cercato di raccontare nella maniera più moderna possibile, ma anche fedele alla costruzione originale. Non è una cosa facile con Pinocchio, perché era scritto a puntate, era già pensato come una serie televisiva, in un momento in cui i contenuti dovevano essere didattici e pedagogici. Studiando chi era Collodi, ho capito che non era affatto un bacchettone, probabilmente fu scritto in maniera più severa perché gli veniva chiesto di rispettare i costumi dell’epoca. La grandezza del libro è proprio che ognuno interpreta la storia secondo le proprie sensibilità, e può cambiare anche radicalmente la storia senza sentire di tradire chi l’ha scritta.
Ha detto di aver scelto di fare Pinocchio anche perché si riconosceva in questa storia come uomo e come artista. È così?
Sì, c’è una dedica a mio padre all’inizio del film. Ho sviluppato molto il rapporto padre-figlio. Geppetto e Pinocchio sono i due personaggi che cambiano e crescono all’interno della storia, tutti gli altri restano uguali dall’inizio alla fine. Mi interessava raccontare un percorso di avvicinamento, un viaggio di formazione in cui si inseguono fino a ritrovarsi diversi nella pancia del mostro marino. Leggendo Paul Auster ho trovato esplicitato quello che avevo in testa: un padre si sente veramente tale solo quando il figlio fa qualcosa per lui. Pinocchio lo fa caricandosi Geppetto sulle spalle per nuotare fuori dalla bocca del mostro. Per me questo gesto è emblematico. Alla fine lo faccio correre come nella scena iniziale, ma con la differenza che Geppetto ora è contento e gli corre dietro ridendo mentre prima lo sgridava. I genitori a volte dimenticano di essere stati bambini.
Hai anche scardinato il mito di Pinocchio come bambino bugiardo e monello.
Pinocchio non è un bugiardo, è un bambino ingenuo. Ogni volta che dice una bugia il naso gli cresce subito, quindi le sue bugie sono destinate a essere svelate immediatamente. Pinocchio è un ingenuo che vive in un mondo che gli dice bugie, ma lui ci crede. Il Gatto e la Volpe sono l’esempio migliore di bugiardi, eppure tutta la morale dice che è Pinocchio il bugiardo. Volevo restituirgli la bellezza di essere anarchico, curioso di fare esperienza. In tutti i miei film i bambini hanno il diritto di essere bambini e non devono essere trasformati in piccoli adulti per esigenze estranee alla loro volontà.
Come ha costruito la collaborazione con Lorenzo Mattotti?
Amavo molto i suoi libri e il suo Pinocchio fatto tempo prima. Lo contattai perché volevo che il film fosse raccontato con i suoi disegni, sia per gli ambienti che per i personaggi. Abbiamo fatto un grande lavoro di ricerca andando a fare sopralluoghi nelle zone dove Collodi aveva ambientato la storia, tra Livorno e Bolgheri. Quelle spiagge con i tronchi e il parco di Rimigliano sono molto adatte allo stile di Mattotti. Abbiamo anche fatto ricerca sull’arte rinascimentale toscana, usando come riferimenti David Hockney per il colore e Piranesi per il sottosuolo dell’Isola dei Balocchi. Gli chiesi di abbandonare un po’ il suo lato oscuro per dare solarità, fondamentale per far risaltare poi i momenti di tenebra.
Lucio Dalla ha scritto le musiche ma non è riuscito a vedere il film finito.
No, e non è riuscito a cantare l’ultima strofa della canzone finale. Lo aspettavamo in Lussemburgo per festeggiare, ma è mancato poco prima. Lui aveva amato moltissimo il progetto, diceva: “Io in fondo sono un Pinocchio.” Abbiamo mantenuto la parte che aveva cantato e la seconda strofa l’ha cantata Marco Alemanno. Ha anche dato la voce al Pescatore Verde, e quando glielo chiedemmo disse che se non l’avessimo fatto noi, l’avrebbe chiesto lui.
Che ricordi hai del 2012-2013, dalla presentazione alle Giornate degli Autori in poi?
Vedere la sala piena e gli applausi è stato bello, perché il cinema d’animazione è un processo collettivo lungo e faticoso. A Venezia ci fu questo coinvolgimento. Poi il film ha fatto un percorso straordinario, girando mezzo mondo e arrivando in finale agli European Film Awards. A Busan ci ringraziarono perché avevano scoperto il vero Pinocchio attraverso il nostro film, visto che l’immaginario collettivo è spesso appiattito sulla versione Disney. Quello Disney è un bellissimo film ma ha cambiato tutti i significati e non rispetta l’autore.
Dopo 13 anni, lo rifarebbe così?
È una domanda difficile. Quando lo guardo vedo solo gli errorini. Questo Pinocchio ha avuto una gestazione lunghissima: vinsi ad Annecy per il trailer nel 2001, poi ci fermammo per 10 anni perché la Rai non voleva uscire in contemporanea con il Pinocchio di Benigni. In quel tempo la sceneggiatura continuava a cambiare perché un film rispecchia il tuo momento ed è come un tuo figlio. Non tornerei indietro a rifarlo diverso, bisogna guardare avanti.
Cosa c’è nel suo futuro?
Ho scritto un romanzo, Oceani di carta, con Giacomo Scarpelli. È la storia di Salgari, in cui rivedo anche mio padre che mi faceva leggere i suoi libri. È il trionfo dell’immaginazione sulla triste realtà delle sue ultime settimane di vita. Abbiamo voluto raccontare un autore che oggi i giovani conoscono meno, ma che è stato il più grande romanziere d’avventura italiano. Speriamo che un giorno diventi un film!