Il ricordo del pittore
La leggenda di David Hockney, il pittore d’oltreoceano: il Matisse del nostro tempo
Britannico d’origine, ma californiano d’adozione, l’artista ha saputo fondere la pop art con il fauvismo à la Matisse in un prodigioso intreccio di mistero, estasi del colore e meraviglia infantile
Cultura - di Fulvio Abbate
David Hockney, a dispetto delle attribuzioni, non è mai stato un artista assimilabile alla scuderia pop. Almeno non in senso stretto, così come la sua poetica visiva frettolosamente è stata definita, anche in questi giorni nei necrologi. L’uomo, il pittore, il personaggio ha semmai messo al mondo un proprio post-impressionismo screziato addirittura di vivacità espressionistica, nella certezza di affermare così sé stesso: la propria indole narrativa, ben oltre i confini del suo spettro originario. Con un risultato che probabilmente ha fatto di lui il più straordinario pittore, e, lo ripeto, pittore – tela, pennelli, tavolozza bene in vista nelle sue mani – del secondo orizzonte, se non nel Lato B, del secolo trascorso.
Se non rammento male, proprio Hockney, in un’intervista dal retrogusto di confessione intima, raccontando l’interesse, il proprio sguardo sul paesaggio americano, dove, benché britannico di nascita, era infine metaforicamente atterrato. L’uomo narrava di quanto laggiù, tra le palme della città degli angeli, le piscine fossero una presenza totemica ineludibile, il sigillo della gioia residenziale ancor prima che un’opportunità del lusso; un’apparizione eternamente estiva sotto il cielo e la luce metaforicamente a stelle e strisce, Hollywood appena a un passo. Le piscine come eterno miraggio di un’ininterrotta gioiosa stagione, forse anche dell’esistenza stessa. In lui, nei suoi colori prediletti, squillanti, vive infatti una timbrica acuminata, al limite della fluorescenza, della fosforescenza, ma altrettanto una quiete mossa e insieme elegiaca, come c’è modo di constatare osservando il suo quadro, forse, più celebre: sulla tela c’è un uomo, in piscina, quietamente immerso nella sinusoidale delle onde sollevate dal nuoto, intanto un’altra figura, in piedi ai bordi della vasca, lo osserva, restituendo un’idea oggettivamente estatica del reale quotidiano, ricreativo, primordiale. A suo modo, per plusvalore poetico, quel quadro custodisce un racconto non meno metafisico e insieme del tutto realistico, se non proprio iperrealistico.
Anche i suoi paesaggi altrettanto segnati da un timbro cromatico squillante – viola, arancio e marrone – pronti a sposarsi fino a creare ciò che i critici d’arte più puntigliosi definiscono “armonia di contrasto” – a loro volta sono pronti a rivelare una vera e propria ininterrotta elegia dello sguardo sul sensibile naturale. Hockney, l’uomo, l’artista, il personaggio, è stato decisamente un dandy, cominciando dalla persona David: il suo abbigliamento mostrava infatti una felicità altrettanto cromatica, un’immensa cura del dettaglio, tra bretelle chiassose e cravatte lucenti; quanto agli occhiali, come nel caso del conterraneo Elton John, erano lì a incoronarne il viso, come firma, sigla stilistica personale ulteriore. Impossibile dunque incasellare, costringere, ficcare, blandire Hockney nella gabbia, nella griglia o nella voliera di una scuola esatta, improprio, come si è già detto, ritenerlo un apostolo sebbene spurio della Pop art, sia pure sotto l’insegna della Union Jack trasmigrata per bisogno di lucentezza in California, semmai, come accadeva al nostro Giorgio Morandi decenni prima, Hockney sceglieva porzioni di mondo con il binocolo, grazie al mirino ideale dei suoi occhi raccoglieva paesaggi o figure umane in un interno, per poi restituirli trasfigurati appunto in una fantasmagoria cromatica eternamente festiva, dove la tavolozza si fa nuovamente paradiso dell’estate. Quanto alle sue visioni di interni, anche in questo caso è evidente un omaggio a Matisse, alle suggestioni “fauve” intrecciate con un deciso rimando alla percezione infantile, dove le cose, gli oggetti, gli arredi, i quadri floreali alle pareti hanno proporzioni volutamente, magicamente inesatte, e tuttavia consegnano una visione adulta del mondo. La stessa cifra vale per i suoi ritratti, dapprima quietamente anatomicamente composti, infine, come nell’ultima serie, trasfigurati in una ininterrotta cerimonia del colore che nel suo esatto tremolio diviene forma, dettaglio, volto, espressione, carattere, pensiero, impronta somatica, dedicata ai modelli, ai soggetti prescelti, talvolta tratti dal suo cenacolo amicale.
David Hockney è morto venerdì scorso a 88 anni. L’uomo, si sappia, è stato anche illustratore, disegnatore, fotografo, designer e infine scenografo. Sarebbe non meno imperdonabile se dimenticassimo di raccontare dei suoi collage fotografici creati usando la Polaroid: un mosaico di scatti assiepati insieme e così pronti a restituire l’insieme del paesaggio reale nella sua profondità frastagliata. Negli ultimi anni alla matita talvolta si sostituirà l’iPad. Lo strumento cambiava, la mano rimaneva la stessa, la sua, così è stato detto. Hockney, anche questo va aggiunto, sapeva di voler fare l’artista già da bambino. Disegnava ininterrottamente, si racconta sia rimasto stregato dalla pittura dopo avere visitato una mostra di Van Gogh, ed era il 1955: a Bradford, nello Yorkshire, la città in cui era nato il 9 luglio del 1937. Secondo lui quel luogo “era tutto grigio, senza ombre e senza colori”, da qui le ragioni della sua fuga, il trasferimento, negli Usa, planare insieme al suo cavalletto nella California del Sud più esattamente. Altrove, il suo portato politico lo condurrà non meno a esplorare la propria omosessualità: un suo dipinto paradigmatico del 1961, “We Two Boys Together Clinging”, muove dai versi di Walt Whitman, mostrando due figure stilizzate intente in un atto intimo. L’omosessualità nel Regno Unito era ancora illegale: solo sei anni più tardi smetterà d’essere ritenuta un crimine inemendabile, come la tragica storia di Oscar Wilde aveva già raccontato. “Una volta non si poteva essere gay. Adesso si può essere gay, ma non si può fumare. C’è sempre qualcosa che non va”, ebbe a dire intervistato dal Guardian nel 2015.
C’è uno scatto che lo mostra davanti al suo dipinto tra i più noti e puntualmente celebrati sulle copertine di molti romanzi come possibile testo visivo a fronte, “A Bigger Splash” (del 1967) il titolo: racconta l’istante atmosferico di un tuffo nel piccolo ideale oceano di una piscina. Si sappia che il suo “Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)” del 1972 è stato venduto nel 2018 per 90 milioni di dollari, diventando il record d’asta per un’opera di un artista vivente. Era il Duemila quando David farà ritorno nello Yorkshire, nascono così i suoi paesaggi collinari imbevuti di un verde e un viola saturi, destinati a brillare sulla retina del pubblico, alle vernici, e ancora nelle sale dei musei che hanno ritenuto doveroso onorarlo. L’America, la contea di Los Angeles, luogo d’elezione, erano ormai alle sue spalle; d’altronde, come recita Karl Kraus, non è forse vero che “L’origine è la meta”? Hockney era un gigante, pochi altri figurativi suoi coevi possono vantare un simile arcobaleno interiore pronto a farsi immagine.