Il ricordo del filosofo
Edgar Morin, il pensatore della complessità morto chiedendo: perché amate tanto la guerra?
Di fronte alla guerra in Ucraina, già ultracentenario, il filosofo marxista era sconsolato. “È sorprendente vedere tanto poca coscienza e volontà in Europa, nessuno promuove la pace”
Cultura - di Michele Prospero
Edgar Morin è stato il pensatore della complessità, intesa come condizione delle cose e anche come metodo di ricerca attorno ad esse. Nel campo dell’infinitamente piccolo, della biologia molecolare, emergono fratture, contraddizioni e incertezze che inducono alla mutazione dei paradigmi d’impronta deterministica. Conformemente al “principio di complementarità” di Niels Bohr, la particella si comporta tanto come un corpuscolo quanto come un’onda, e ciò impone una crisi dei fondamenti perché quello che pare illogico accade nella realtà.
“Il virus del disordine”, così lo chiama Morin (La sfida della complessità, Le Lettere, 2018, p. 36), emerge nei vari saperi sconvolgendo gli antichi assoluti arroccati a principi ultimi semplici. Da patologia, che reca segni di contraddizione e d’incertezza, esso si tramuta nella opportunità di affinare nuovi modelli di spiegazione. In un “allargamento complessificatore della conoscenza”, il disordine (termodinamico, microfisico, cosmologico) è inseparabile dall’ordine. L’analisi sociale, al pari di quella biologica e fisica, incrocia fenomeni che non sono riducibili ad una sistemazione definitiva ed eterna. “Le idee di ordine e di disordine cessano di escludersi assolutamente l’un l’altra, meglio, esse possono diventare complementari; da una parte un ordine organizzazionale può nascere in condizioni vicine alla turbolenza, come dimostrano i vortici di Bénard, d’altra parte quella che viene chiamata fisica del caos ci insegna che dei processi disordinati possono nascere a partire da stati iniziali determinati” (La sfida della complessità, cit.). La nuova logica dell’indagine deve archiviare la staticità e la linearità. Solo così è possibile comprendere la dinamicità dell’universo e di ogni insieme/sistema, collegando il discontinuo e il continuo, l’inizio e la permanenza, l’antagonismo e l’interdipendenza, la contraddizione e la complementarità, la logica e la vita.
C’è traccia anche di Marx nella intersezione che Morin propone tra distruzione e organizzazione creatrice, tra natura e società. I fenomeni vanno, per lui, interpretati entro un tempo circolare che si ripete, ma che nel ritornare all’equilibrio, come una spirale, trasforma i confini dati e cambia gli enti. “Il Marx che mi ha colpito è quello dei Manoscritti economico-filosofici in cui, senza alcun dubbio, si trova la fonte della mia idea di antroposociologia, quella di unidualità umana (naturale e culturale) e quella secondo la quale le scienze dell’uomo e le scienze della natura dovrebbero abbracciarsi reciprocamente, senza che le une divorino le altre, ma le une e le altre dovrebbero intessere una relazione dialogica indissolubile. Marx mi offriva la possibilità di un pensiero al tempo stesso filosofico, scientifico e politico, in cui la teoria generava una praxis; le discipline (economia, psicologia, sociologia, storia) non erano che categorie di sicura utilità, ma limitate, ed era necessario cogliere l’unità multidimensionale dell’antroposociologia” (La sfida della complessità, cit.). Alla suggestione di una lettura critica del moderno Morin continua ad essere fedele anche nel tempo degli algoritmi, del post-umano. Lo esige l’ambivalenza stessa della mondializzazione, che oscilla tra crescita e cataclismi, tra scambi commerciali e autoritarismi. “Lo sviluppo capitalistico ha portato con sé una mercificazione generalizzata, anche laddove regnava il dono, il servizio gratuito, i beni comuni non monetari, distruggendo in tal modo molte trame di convivialità” (Morin, Ancora un momento, Raffaello Cortina, 2023). Il capitale, oltre che costruttore delle reti complesse della multi-dimensionalità, è anche distruttore della complessità e delle regolazioni naturali della biosfera, agente di regressione politica, sociale e culturale. Dinanzi alle catastrofi dell’occidentalizzazione non rimane che ammettere che “Marx aveva molto ben pronosticato nel secolo scorso il montare trionfante della barbarie nella civilizzazione. Aveva lanciato l’alternativa: socialismo o barbarie” (Dove va il mondo?, Armando, 2012).
La sintesi che Morin (Conoscenza Ignoranza Mistero, Raffaello Cortina, 2020) propone per decifrare il presente assetto planetario, coglie lo scarto tra processi di globalizzazione e livelli angusti di governo politico. “L’unificazione tecno-economica del globo e la moltiplicazione delle comunicazioni hanno provocato non una coscienza di comunità dei destini umani, ma, al contrario, ripiegamenti particolaristici su identità etniche e/o religiose; non una grande unione, ma una moltiplicazione di disgregazioni e rotture politiche e culturali che degenerano in conflitti”. Al cospetto della gravità delle sfide, che minano le libertà, le democrazie e le conquiste sociali, “il sonnambulismo del mondo politico, che vive alla giornata, del mondo intellettuale cieco alla complessità, l’incoscienza generalizzata contribuiscono alla marcia verso i disastri”. Quando aveva già spento più di cento candeline, Edgar Morin affidò ad un breve saggio (Di guerra in guerra, Raffaello Cortina, 2023) il suo manifesto etico-politico. Lui, che aveva attraversato un secolo di guerre, più di ogni altra emergenza temeva il conflitto nell’Est denso di isteria bellicosa e di menzogna. I giornali ad una sola dimensione suonano il piffero per spingere verso una salvifica belligeranza mondiale. “Sebbene siamo fuori dalla Guerra d’Ucraina, e vogliamo rimanervi, i media francesi danno solo le informazioni di origine ucraina e, perciò, bandiscono ogni contestualizzazione del conflitto”.
È evidente che l’imputazione agevole della colpa del primo aggressore, e quindi della violazione delle convenzioni internazionali, non cancella il quadro storico e geopolitico né attenua le responsabilità di quanti alimentano il fuoco, evitano negoziati, negano ogni cooperazione. “Con la sua situazione geopolitica strategica vicina alla Russia e il suo patrimonio economico, l’Ucraina – avverte Morin – è una preda importante, tanto per la Russia putiniana che conserva il sogno di ricostituire l’Impero slavo, quanto per gli Stati Uniti che insedierebbero così la Nato alle frontiere occidentali della Russia. Di fatto, l’Ucraina è la posta in gioco di due volontà imperiali, l’una che vuole salvaguardare il proprio dominio sul mondo slavo e proteggersi da una nazione vicina sotto l’influenza degli Stati Uniti, l’altra che mira a integrare l’Ucraina nell’Occidente e a togliere alla Russia il titolo di superpotenza mondiale. Gli Stati Uniti, indebolendo permanentemente la Russia per interposta Ucraina, eliminerebbero uno degli ostacoli al mantenimento della propria egemonia planetaria (l’altro ostacolo è la Cina)”.
Lo schema manicheo utilizzato, autocrazia versus democrazia, nasconde le componenti economiche e geopolitiche delle frizioni. La radicalizzazione dello scontro di civiltà implica il rifiuto di un popolo, della sua cultura. “Subiamo una propaganda di guerra che ci fa odiare la Russia, ammirare incondizionatamente tutto ciò che è ucraino e occultare ogni contesto, come quello della guerra ininterrotta dal 2014 fra l’Ucraina e le province russofone irredentiste, così come il ruolo degli Stati Uniti, che comunque un giorno bisognerà esaminare dal punto di vista storico”. Viene all’occorrenza impiegato il revisionismo storiografico, utile finanche ad amnistiare il manifesto di Bandera, affisso per le strade di Kiev nel 1941 dai suoi legionari: “I tuoi nemici sono la Russia, la Polonia e i giudei”. Mentre il “pensiero semplificante” fabbrica una narrazione monca, che indica nel solo imperialismo russo la genesi delle atrocità, una teoria complessa come quella di Morin contribuisce a fare luce su altri fattori normalmente occultati dell’escalation. “Ci sono tre guerre in una: la continuazione della guerra interna fra potere ucraino e provincia separatista, la guerra russo-ucraina e una guerra politico-economica internazionalizzata antirussa dell’Occidente animata dagli Stati Uniti”. Proprio gli Usa, dopo Maidan, controllano l’economia ucraina e le terre rare, forniscono i sistemi d’informazione e d’intelligence, danno aiuti militari e sussidi. Ciò rende Kiev “sempre più dipendente dalla potenza che sostiene la sua indipendenza”.
A colpire Morin è però la cecità dell’Europa, che non vede “le fuoriuscite del gasdotto Nord Stream, difficilmente imputabili ai russi, l’attacco con droni alla flotta russa a Sebastopoli”. I governi dell’Ue continuano a finanziare, armare e incoraggiare Zelensky, nel costante rifiuto dei negoziati. La radicalizzazione dell’inimicizia in vista della vittoria rivela che “questa guerra ininterrotta è un vero ascesso, che è diventato purulento e ha diffuso la sua infezione”. I segnavia della catastrofe incombente sono tutti lampeggianti. La leadership continentale li ignora con ostinazione. La conclusione che Morin trae è sconfortante, e però contiene tutta la realistica saggezza di un ultracentenario: “È sorprendente che in una congiuntura così pericolosa, il cui pericolo aumenta continuamente, si levino così poche voci in favore della pace nelle nazioni più esposte, in primo luogo in quelle europee. È sorprendente vedere così poca coscienza e così poca volontà in Europa, soprattutto nell’immaginare e nel promuovere una politica di pace”.