L'altro fronte
Netanyahu apre a negoziati col Libano, il pressing di Trump e le “sponde” a Beirut contro Hezbollah: ma i raid proseguono
Esteri - di Carmine Di Niro
Da una parte bombardamenti che non si fermano, e che hanno provocato oltre un migliaio di morti in poco più di un mese, dall’altra la disponibilità a sedersi ad un tavolo e trattare con l’obiettivo di “stabilire relazioni pacifiche”.
È la doppia strategia di Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano che a sorpresa giovedì ha aperto a trattative col governo del Libano, duramente colpito dall’IDF, che mercoledì ha sganciato 160 bombe in 10 minuti sul “Paese dei cedri” ed in particolare sulla capitale Beirut, provocando oltre 200 morti.
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Obiettivo ufficiale di Tel Aviv è annientare Hezbollah, il “partito di Dio” sciita filo-iraniano, ma anche allargare i propri confini: i ministri dell’estrema destra religiosa, alleati di Netanyahu, non nascondono la volontà di insediarsi stabilmente fino al fiume Litani, oggi in territorio libanese.
Negozia diretti col governo libanese sarebbero un evento a sua modo epocale: Israele e libano non hanno relazioni diplomatiche, i contatti tra i due Paesi avvengono solitamente tramite mediatori internazionali.
Ma Netanyahu oggi sa di poter contare su una “sponda” istituzionale a Beirut per “disarmare” Hezbollah: il primo ministro libanese Nawaf Salam e il presidente Joseph Aoun da tempo sono in rotta con Hezbollah e tra le altre cose l’esecutivo aveva dichiarato illegali le attività militari del gruppo sciita.
Il primo incontro dovrebbe tenersi la prossima settimana a Washington, organizzato dal dipartimento di Stato statunitense, ma di ostacoli sulla strada ce ne sono: Israele non appare disposto a fermare gli attacchi mentre le eventuali trattative saranno in corso, e anche nella notte tra giovedì e venerdì l’IDF ha continuato i suoi raid sul Paese.
La volontà di non fermare l’offensiva in Libano l’ha confermata con parole chiare anche il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane Eyal Zamir, spiegando che le forze israeliane continuano le loro operazioni di combattimento nel Libano meridionale e che “non sono in un cessate il fuoco” con Hezbollah ma “in stato di guerra“.
A spingere Netanyahu a porgere il “ramoscello d’ulivo” nei confronti della leadership libanese sarebbe stata l’amministrazione Trump, alle prese con la complicata e fragile tregua con l’Iran. La Repubblica Islamica ha più volte rimarcato che negli accordi debba essere compreso anche il Libano, dunque lo stop dei raid israeliani contro l’alleato Hezbollah: Israele e Stati Uniti hanno invece sostenuto il contrario, almeno pubblicamente.
Media Usa sostengono che, nei colloqui privati, Trump abbia chiesto a Netanyahu di limitare gli attacchi contro Beirut, cosa che al momento non è successa, e soprattutto di avviare negoziati col Libano per evitare di mandare al macero l’intesa con Teheran che andrà concretizzata a Islamabad, nel Pakistan che su “mandato” cinese ha mediato per un cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele ed Iran.
L’intesa tra Israele e governo libanese, non facile, potrebbe essere facilitata dal crescente isolamento nel Paese di Hezbollah. Il gruppo politico-militare alleato di Teheran è sempre più debole, fiaccato da anni di attacchi israeliani che ne hanno decapitato i vertici: ma il “partito di Dio” ha perso influenza anche all’interno del sistema istituzionale libanese.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam è stato eletto a inizio 2025 e nel suo governo non vi sono rappresentanti diretti di Hezbollah: Salam ha accettato di provare a disarmare Hezbollah, come volevano Israele e gli Stati Uniti, e ad inizio marzo ha messo fuori legge le attività militari del gruppo. D’altra parte il Libano in parte “subisce” la presenza di Hezbollah sul territorio, come dimostrato dagli attacchi indiscriminati di pochi giorni dell’IDF sulla capitale Beirut, che hanno provocato la morte di decine e decine di civili.