Lo strano senso del welfare del governo Meloni

Flat tax per i pensionati all’estero: il piano di Fratelli d’Italia tra ingiustizia e propaganda

Il ddl Matera in discussione al Senato prevede un’imposta del 4% per 15 anni per chi accetta di tornare in Italia, creando così una grave discriminazione nei confronti di chi è rimasto in Italia

Politica - di Cesare Damiano

8 Aprile 2026 alle 10:00

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Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

I senatori di Fratelli d’Italia Matera e Fallucchi avevano presentato, a maggio dello scorso anno, un disegno di legge che ha come obiettivo quello di incentivare il rientro dei pensionati che hanno scelto la residenza all’estero, in Paesi non appartenenti all’Unione Europea. Scelta che, naturalmente, oltre ai vantaggi fiscali può essere sostenuta da altre motivazioni di natura climatica e, soprattutto, da un più favorevole costo della vita. Il disegno di legge è ora in discussione al Senato.

Cerchiamo di definire i punti chiave di questa vicenda legislativa. In primo luogo, un dato: l’Inps paga oltre 660mila pensioni all’estero, per un importo di 1,75 miliardi di euro divisi tra residenti in 160 Paesi. A proposito di questo, vale la pena ricordare che il servizio di pagamento delle pensioni al di fuori del territorio nazionale, curato da un istituto bancario, sta inviando una richiesta di attestazione dell’esistenza in vita a quei pensionati per ridurre il rischio di pagamento delle prestazioni dopo la morte del beneficiario. La tassazione delle pensioni per residenti all’estero dipende dalle convenzioni bilaterali, tra l’Italia e il Paese di residenza, contro le doppie imposizioni. Il disegno di legge Matera e altri mira a incentivare il rientro in Italia dei pensionati residenti nei Paesi extra-Unione Europea. Con quale incentivo? L’idea è di offrire un’imposta sostitutiva sui redditi del 4% per 15 anni. La misura è indirizzata, da parte dei proponenti, a ripopolare i piccoli comuni (sotto i 3.000 abitanti) nelle aree interne del Paese.

Dunque si offre, per incentivare il rientro, una tassa piatta del 4% che verrebbe applicata indipendentemente dall’importo dell’assegno pensionistico. Tutto bene? Ci viene da dire che a questa impostazione è lecito muovere alcune obiezioni. La prima è che se continuiamo sulla strada del mettere “rattoppi”, del fare aggiustamenti parziali, senza una visione generale di riforma del sistema previdenziale, è inevitabile l’andare fuori strada. Facciamo un esempio. Tutti conosciamo le promesse, soprattutto della Lega, che, da almeno tre campagne elettorali a questa parte, “garantisce” il superamento, anzi, la cancellazione della legge Fornero. Salvo poi scoprire che, con l’ultima legge di Bilancio, vengono invece cancellate misure di anticipo pensionistico quali Opzione Donna e Quota 103. La legge di Bilancio 2026, infatti, non ha previsto la proroga delle disposizioni in materia di pensione anticipata di cui all’articolo 16, comma 1-bis, del Decreto-legge n. 4 del 2019 (c.d. Opzione Donna), e della pensione anticipata flessibile di cui all’articolo 14.1 del medesimo Decreto-legge (c.d. Quota 103). Resta ferma, ovviamente, la possibilità di accedere a tali forme di pensionamento anticipato per coloro che avevano maturato i requisiti rispettivamente entro il 31.12.2024 per Opzione donna ed entro il 31.12.2025 per Quota 103.

Insomma, mandare dei segnali esclusivamente propagandistici serve a ben poco perché, se vogliamo mettere mano a una seria riforma delle pensioni, dal momento che ci stiamo avvicinando a grandi passi ad un sistema pienamente contributivo, sarebbe necessario fissare un principio: stabilire un’età di base fino alla quale si debba tassativamente lavorare, ad esempio, 64 anni, mantenendo una normativa di vantaggio per chi svolge lavori usuranti e gravosi. Da quel momento in poi, lasciare al lavoratore e alla lavoratrice una libera scelta: andare in pensione sapendo che l’assegno sarà commisurato ai versamenti, o proseguire facendo crescere il montante contributivo. Tendenzialmente si potrà, così, stabilire un equilibrio di sistema essendo ormai residuale (e ancora per pochi anni) la parte retributiva del sistema. Invece, assistiamo al fatto che questo governo persiste nel mantenere la gabbia rigida dei 67 anni della legge Fornero.

Ma non solo: con l’ultima legge di Bilancio è stata aggiunta una finestra di un mese dal 2027 e altri due mesi dal 2028 in base alla crescita dell’aspettativa di vita. Come abbiamo ricordato poc’anzi, un conto è lavorare in miniera, in una cava, o in una torbiera, fare il battilastra, il calderaio o il soffiatore di vetro. Altra cosa è un lavoro di scrivania. A chi svolge questi lavori pesanti e ad alto rischio vanno garantite le condizioni della vecchia normativa dei lavori usuranti (Quota 97, che consente di andare in pensione a partire da 60 anni con 37 di contributi) e l’Ape sociale (che consente di avere un anticipo pensionistico, tramite un assegno ponte, a partire dai 63 anni).

Seconda osservazione. Il numero delle persone che verrebbero coinvolte da un’operazione di rientro da Paesi extra-Unione Europea è evidentemente basso. In terzo luogo, in questo modo si stabilirebbe un grave principio di diseguaglianza. I pensionati rimasti in Italia continuerebbero ad avere un’aliquota fiscale molto pesante, addirittura superiore a quella pagata dal lavoro dipendente. Infatti, a parità di emolumento, se paragoniamo una pensione lorda di 30.000 euro annui a un equivalente salario lordo, quando calcoliamo il netto, scopriamo, come illustra la tabella pubblicata in questa pagina, che quello della pensione è più basso di 1.815 euro. Quindi, chi è rimasto in patria, se il disegno di legge Matera andasse in porto, avrebbe subìto uno svantaggio fiscale rispetto a chi decide di rientrare dopo anni nei quali ha goduto di un vantaggio come residente all’estero. Per di più, godrebbe per altri 15 anni di una tassa piatta ampiamente inferiore a quella di qualsiasi altro pensionato.

Infine. Sarebbe importante mettere mano al disagio che affligge i pensionati, non solo, come abbiamo già detto, rivedendo il sistema sotto il profilo della flessibilità, ma anche intervenendo sull’indicizzazione che è fortemente penalizzante per il ceto medio. Ossia, coloro che hanno una pensione superiore alle quattro volte al minimo, circa 2.200 euro lordi mensili, il che vuol dire circa 1.600 euro netti. Parliamo di un impiegato di concetto o di un operaio specializzato, non di chi riceve pensioni ricche. È necessario rivedere le aliquote dalle quattro volte il minimo in su, fino alla soglia delle otto volte, ristabilendo quelle più vantaggiose che sono state tagliate da questo governo per fare cassa. Togliendo in dieci anni, dal 2022 al 2031, dalle tasche dei pensionati del ceto medio oltre 36 miliardi di euro. La propaganda del governo impedisce, di fatto, di mettere mano in termini razionali alla riforma del sistema: si tratta di un cantiere aperto sul quale lavorare per affermare un principio irrinunciabile di flessibilità e per tenere conto delle diverse gravosità dei lavori.

8 Aprile 2026

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