Il leader anti-Trump

Il decreto affitti, Pedro Sánchez e l’arte del compromesso

Così come sa diventare il leader anti Trump in un’Europa balbettante, il premier socialista sa concedere vittorie (decreto sugli affitti) ai suoi alleati di sinistra con una base ostile al Psoe

Esteri - di Angela Nocioni

7 Aprile 2026 alle 17:30

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Photo credits: Imagoeconomica via President.gov
Photo credits: Imagoeconomica via President.gov

Un braccio di ferro vinto a sinistra radicalizza (temporaneamente) il governo Sánchez sulla politica sociale. E i movimenti di base rivendicano la vittoria come un loro trionfo sulla linea del Psoe. Lo scontro tra Sumar, la costola sinistra dell’esecutivo e il partito socialista sull’estensione obbligatoria dei contratti d’affitto e sul rafforzamento dei controlli sui canoni ha paralizzato per ore l’ultimo Consiglio dei ministri, con i rappresentanti di Sumar riuniti in una stanza separata finché il Psoe ha ceduto.

Sánchez ha trovato il compromesso proponendo l’approvazione di due diversi decreti, uno con le misure economiche e fiscali, e un secondo sugli affitti. Questo secondo decreto durerà forse poco, al Congresso rischia d’essere affossato dalle destre insieme a Junts, il partito di Carles Puigdemont. Due decreti governativi su questo tema sono già caduti negli ultimi mesi. Però l’escamotage ha permesso a Sánchez di dare al suo alleato Sumar il trionfo d’immagine che voleva e di approvare il resto: dentro l’ottantina di misure fiscali decise c’è un consistente taglio di imposte su elettricità, carburanti e gas naturale. Un piano da 5 miliardi di euro per mitigare le conseguenze economiche dei bombardamenti israelo americani all’Iran non è poca cosa. Questo dimostra che c’’è un caso Spagna in Europa. Un presidente del Consiglio socialista dato infinite volte per politicamente spacciato e a capo di un governo di minoranza sotto costante rischio di essere affossato in Parlamento è diventato il leader anti Trump in un’Europa balbettante di fronte alla protervia della Casa Bianca. Vox, un partito xenofobo che si rifà apertamente al franchismo, lanciato alla conquista dell’elettorato di destra, è stato fermato alle ultime elezioni amministrative nella sua roccaforte – la Castiglia, che è anche la più grande comunità autonoma di Spagna – e rimane dietro al malconcio partito socialista che mostra invece di trovare sempre nuova linfa nonostante gli scandali mediatici generati da accuse di corruzione ad alcuni suoi dirigenti inclusa la moglie del premier.

Mentre Donald Trump tratta l’Ice come un suo esercito privato ordinando retate di immigrati, Pedro Sánchez firma una sanatoria per mezzo milione di persone offrendo ai migranti privi di documenti un modo per ottenere la residenza. Mentre il presidente degli Stati Uniti usa le piattaforme delle aziende hi tech della Silicon Valley per potenziare le capacità di localizzare di persone da deportare, Sánchez cerca di porre un limite ai prodotti di quelle stesse aziende regolando per legge il loro utilizzo. E proprio mentre i raid israelo americani bombardavano senza tregua l’Iran, Sánchez ha rifiutato che gli aerei da guerra statunitensi utilizzassero la Spagna come piattaforma di lancio per gli attacchi. Mentre tutta Europa tentennava di fronte alla ostentata indifferenza dell’amministrazione Trump al diritto internazionale, Sánchez ha condannato la guerra contro l’Iran e ha ribadito il suo rifiuto di partecipare nonostante le minacce di Trump di prendere rappresaglie economiche. Ha detto: “Non saremo complici di qualcosa di ingiusto e negativo per il mondo, e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura di rappresaglie da parte di qualcuno che lancia attacchi senza nemmeno dire con chiarezza quali obiettivi abbia”. Parole non uscite di bocca a nessun altro capo del governo di un paese europeo. Sánchez aveva già definito “ingiusti e ingiustificati” i dazi imposti da Trump, denunciato come “immorali” i piani di Trump di cacciare i palestinesi da Gaza e descritto la condotta di Israele con la parola “genocidio”.

La Spagna è l’unico paese tra i membri della Nato che ha respinto la richiesta statunitense di spendere il 5 per cento del suo budget per la difesa, Sánchez ha definito l’idea “incompatibile con il nostro stato sociale e la nostra visione del mondo”. E il mese scorso, mentre nelle grandi metropoli statunitensi la caccia agli immigrati nei posti di lavoro e per le strade si svolgeva con la meticolosità di veri e propri rastrellamenti su base razziale, la bella faccia del premier spagnolo faceva capolino dalle pagine del New York Times accanto a un saggio a sua firma in cui spiegava la sua scelta di regolarizzare mezzo milione di migranti presenti sul territorio spagnolo con queste parole: “Non sarà facile. Lo sappiamo. La maggior parte di queste sfide non hanno nulla a che fare con l’origine etnica, la razza, la religione o la lingua dei migranti. (…) La Spagna è in piena espansione. Per tre anni consecutivi, la nostra economia ha guidato la crescita tra i paesi più grandi d’Europa. Abbiamo creato quasi un nuovo posto di lavoro su tre in tutta l’Unione europea e il nostro tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10 per cento. Anche il potere d’acquisto dei nostri lavoratori è cresciuto e i livelli di povertà e disuguaglianza sono scesi al livello più basso dal 2008”.

Molti analisti della politica spagnola spiegano che il premier socialista si è intelligentemente lanciato sulla politica estera per dribblare sia gli scandali di corruzione che le difficoltà sorte dal non controllare più della metà dei voti parlamentari. Ma la grande operazione del premier spagnolo sta nel coraggio politico di sferzare Trump e Netanyahu con un No pronunciato nell’urgenza di restituire all’Europa l’autonomia e l’autostima perdute. E’ vero che la sinistra spagnola ha mantenuto a lungo un rapporto ambiguo con gli Stati Uniti e ha mostrato una significativa opposizione al suo ingresso nella Nato nel 1986. E’ vero che nel 2004, l’allora presidente del governo spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero è diventato un eroe politico di sinistra quando ha ritirato le truppe dall’Iraq. Ed è innegabile che con la sua ferma opposizione alla guerra e alla prepotenza di Trump Sánchez affronta la necessità politica interna di evitare l’erosione dei suoi voti da parte dei suoi avversari a sinistra e di sfidare sul tema dell’onore la destra in ascesa. Ma è anche vero che il coraggio delle parole chiare vale oro in politica. E la nettezza con cui lui si è opposto alla guerra di Trump e Netanyahu è di una chiarezza adamantina: merce rara, un lusso che i capi di governo europei raramente si concedono, specialmente quando si tratta di Donald Trump.

Coraggio politico Sánchez l’ha mostrato spesso nelle rocambolesche vicende del suo partito. Nel 2016, due anni dopo esser diventato capo del Psoe, ha usato la rischiosissima mozione di sfiducia da lui presentata contro l’allora primo ministro conservatore Mariano Rajoy del Partito popolare, per diventare lui capo del governo nonostante non avesse vinto le elezioni. Per poi capire quando e come buttarsi nelle elezioni anticipate del 2019 in cui i socialisti sono diventati il più forte partito di Spagna.

7 Aprile 2026

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